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Lezione di competizione neuroplastica a Hogwart

di Maura Cavalcanti 9 mesi fa


Lezione di competizione neuroplastica a Hogwart

Nel primo libro della serie di Harry Potter, gli studenti che iniziano la carriera scolastica vengono sottoposti ad un rituale durante il quale indossano un cappello magico che guarda dentro la loro mente per qualche istante e determina le loro capacità latenti e le caratteristiche personali.

Attraverso questo processo di selezione e smistamento, ad ogni nuovo studente viene assegnata una "Casa" della scuola che lo aiuterà a sviluppare al meglio queste tendenze.

Sebbene un tale metodo per discernere le abilità delle persone non esista nella vita reale, l'interesse scientifico per le reti neurali che determinano la predisposizione individuale all'apprendimento è recentemente aumentato.

Le neuroscienze cognitive ci spiegano come il nostro sistema nervoso immagazzina ricordi, sensazioni, abitudini che vanno poi a formare reti neuronali e che determinano le specifiche peculiarità alla base dei comportamenti e delle abilità di ognuno di noi.

La neuroplasticità, e cioè la capacità del nostro cervello di modificarsi e plasmarsi in relazione all’ambiente, ai pensieri e all’apprendimento, esprime il potenziale continuo che ognuno di noi possiede nel poter sviluppare nuove capacità e cambiare vecchie abitudini e schemi neuronali.

Ma ritornando all’avvincente saga di Harry Potter, in uno dei racconti, il protagonista e la sua classe, partecipano ad una lezione di magia, nella quale devono confrontarsi con una creatura mutaforma, detta Molliccio, che può assumere l’aspetto della nostra peggiore paura.

L’incantesimo per respinge un Molliccio, è semplice, ma richiede una grande forza mentale. Quello che dovete fare è costringerlo ad assumere una forma che trovate divertente”. Dice il Professor Lupin.

Il Molliccio, nella realtà, non è altro che la metafora della trasformazione delle immagini, del mutamento dei ricordi intrusivi, dei fantasmi del nostro subconscio e sottolinea l’importanza della forza del pensiero, della concentrazione e della contro-stimolazione attiva per ribaltare e destrutturare il significato preconscio intrinseco che rivestono le nostre memorie subconsce.

La scena del Molliccio rispecchia perfettamente l’apprendimento inibitorio utilizzato dalle neuroscienze cognitive, che utilizza il modello della competizione neuroplastica nel recupero da traumi.

Attraverso la distorsione dell’immagine iniziale traumatica, permette di modificare i circuiti neuronali che mediano la risposta di paura.

Il meccanismo dell’estinzione della minaccia nel cervello è emerso dagli studi fatti da Maria Morgan nei primi anni Novanta, (Morgan 1993), ed è oggi ampiamente condiviso. Il suo funzionamento si basa sulla formazione di una nuova memoria, che sfrutta ricordi intrusivi, ossessivi e traumatici, trasformandoli in esperienze innocue.

I nuovi ed alternativi risvolti della vecchia memoria "competono" con i vecchi ricordi mappati nel cervello emozionale limbico, e attraverso la trasformazione in positivo hanno lo scopo di cambiare la nostra percezione nei loro confronti.


In pratica è come se dovessimo riscrivere un copione, dove lo sceneggiatore siamo noi.


Guidati dall'azione della nostra corteccia prefrontale ventromediale, andiamo a rafforzare le sinapsi di recente attivazione, plasmando una nuova memoria che interferisce con quella originaria della minaccia.

Il nuovo apprendimento competitivo, è perciò una “memoria antagonista e inibitoria” (Craske 2014).

Nello specifico, la corteccia prefrontale, allenata precedentemente attraverso l’esercizio ripetuto della visualizzazione, viene preparata in modo da poter rispondere in maniera efficiente durante l’esposizione allo Stimolo Condizionato o trigger, e fungere da antagonista al Sistema Limbico, inibendo la sua attivazione.

La corteccia prefrontale stimola e supporta la creazione di nuove connessioni neuronali che diventano poi la sede della nuova memoria inibitoria. 

Possiamo inibire vecchi schemi mentali di reazione inconscia e comportamenti coatti.

Siamo noi, in prima persona, attraverso la consapevolezza ed il controllo sulla corteccia prefrontale, la nostra bacchetta magica, a creare una nuova immagine.

Più l'immagine alternativa suscita emozioni, più la sua carica emotiva è intensa, e più è probabile che sia in grado di competere efficacemente con l'immagine originale e vincere la gara di recupero.

Il suo impatto deve insomma essere tale da spazzare via la vecchia memoria inconscia.

Deve imprimere un nuovo percorso preferenziale nel nostro cervello, in modo che il vecchio tragitto non venga più utilizzato, gettando così le basi delle leggi neuroplastiche della trasformazione e del cambiamento.

Il punto di partenza clinico di questa teoria è che se riusciamo a trovare un modo per trasformare l'immagine che inizialmente vivevamo e percepivamo come una minaccia, caricandola di emozioni opposte, rendendola piacevole, divertente, ricca di particolari positivi e stimolanti, più è probabile che ne trarremo vantaggio.

Potrebbe essere di ispirazione per molti, assistere alla scena del Molliccio nell’armadio, prima di cimentarsi nella visualizzazione e manipolazione delle proprie paure, dell’ansia, delle convinzioni limitati, dei pensieri di auto-sabotaggio e di tutti i trigger che inconsciamente, molto spesso, guidano le nostre vite.

L'apprendimento inibitorio è considerato oggi dalla scienza, come il meccanismo chiave, indispensabile ed imprescindibile per la riuscita della Terapia dell'Esposizione Progressiva o Desensibilizzazione Sistematica.

Senza apprendimento inibitorio, l’esposizione controllata ha poche probabilità di riuscita. La sistematicità della desensibilizzazione sta nella esposizione gerarchica (graduale) dello stimolo.

All'inizio l'esposizione allo stimolo può essere solo immaginaria, attraverso l’utilizzo di visualizzazioni, per giungere poi alla messa in pratica nella vita reale in maniera controllata e progressiva.

Le numerose e recenti scoperte ottenute nel campo della neurobiologia confermano l’ipotesi che l’esposizione non agisce cancellando il ricordo della minaccia, ma crea un nuovo apprendimento competitivo (Ledoux 2016), avviene quindi un contro condizionamento che agisce sulla neuromodulazione e sulla creazione di nuovi percorsi di attivazione neuronale.

Oggi sappiamo che

  • la memoria condizionata (vedi l'esperimento dei cani di Pavlov) viene memorizzata per sempre nell’amigdala (Sistema Limbico o cervello emozionale/Sistema nervoso centrale)
  • l’esposizione non agisce cancellando il ricordo di una minaccia, ma creando un nuovo apprendimento competitivo
  • per riuscire a ridurre e cambiare la capacità che uno stimolo condizionato ha sull’attivazione della risposta nei circuiti di difesa, dobbiamo cambiare la risposta dell’amigdala stessa.

Grazie all’attivazione cosciente della corteccia prefrontale, il nostro antidoto al Molliccio, possiamo regolare ed inibire i circuiti che nell’amigdala registrano la memoria della paura e del pericolo, e che se attivati, portano a reazioni e risposte di difesa che si possono manifestare anche a livello fisico.

Prima di intraprendere il passo della terapia dell’esposizione, dovremmo portare alla mente l'immagine originale, ricordando l’inizio di quell’evento passato ed indurre la nostra immaginazione a generare ed intraprendere trame alternative.


Trasformare ciò che più ci spaventa in una cosa diametralmente opposta.


Rivedere e riscrivere il corso dell’evento e concluderlo con il miglior finale possibile, in modo da indurre il processo di estinzione della minaccia.

Dobbiamo evocare il Patronus, la forza positiva che nella saga di Harry Potter fa da scudo ai Dissennatori: figure oscure, completamente avvolte in un mantello nero, che si nutrono della felicità degli altri e che a volte popolano anche il nostro subconscio.

Ed esattamente come insegna la scuola di Hogwarts, per evocarli e spazzare via pensieri negativi e vecchi schemi neuronali cerebrali disturbanti, dobbiamo richiamare alla mente emozioni elevate e concentrarci su un solo pensiero, positivo, molto intenso.

Dobbiamo fare in modo che questo abbia un coefficiente emotivo tale da disattivare i vecchi meccanismi di protezione che si sono istallati nel nostro cervello emozionale e che si attivano a nostra insaputa per proteggerci da presunte minacce.

Dobbiamo far sì che questi nuovi modelli cerebrali si instaurino e che attraverso il tempo e la ripetizione si consolidino e diventino la nuova risposta di adattamento.

Ma per poter mettere in pratica tutto questo, dobbiamo risvegliare il nostro Osservatore interno.

Egli risiede in ognuno di noi. Dobbiamo servirci di lui per riconoscere le varie incarnazioni e forme che i Dissenatori assumono nella nostra vita.

Molto spesso si impossessano di noi, dettando i nostri comportamenti e le nostre reazioni, sfruttando i vecchi percorsi preferenziali inconsci che compongono la topografia delle nostre menti e che si rivelano attraverso i nostri comportamenti, sensazioni, emozioni e reazioni.

Altre volte prendono le sembianze delle persone attorno a noi, anche se no hanno l’aspetto inquietante e macabro immaginato dall’autrice J.K Rowling. Siamo infatti spesso circondati da figure simili ai Dissenatori, che prendono le sembianze di amici e parenti.

Individuare abitudini, rituali, credenze, pensieri ed emozioni ricorrenti che ci tengono intrappolati nei soliti schemi di reazione, nei confronti di un evento, una circostanza o una possibile minaccia alla quale consegue una risposta biologica disadattiva, ci permetterà di poter agire attivamente e domare i nostri fantasmi e i nostri meccanismi di difesa preconsci.

Questa terapia è esperienziale e potenzialmente trasformativa, le abilità psicologiche diventano abilità magiche, le emozioni sono da comprendere ed esplorare e i pensieri da osservare e discernere.

A questo punto, per far sì che l’incantesimo inibitorio funzioni, dovremo ricordarci alcune strategie da utilizzare per massimizzare e rendere efficace l’apprendimento di estinzione durante la nostra pratica e poter poi massimizzare la Terapia dell’esposizione incrementale:

  • Fare, per esempio un elenco scritto dei trigger materiali, emozionali e degli schemi di pensiero che ci tengono intrappolati nella risposta di sopravvivenza del passato.
  • Rimuovere tutti i comportamenti coatti e i rituali di sicurezza prima dell’esposizione. (Craske 2018)
  • Etichettare le emozioni, esprimendo la sensazione provata e trasformarla durante l’esperienza di visualizzazione. (Tabina 2008 - Kircanski 2012)
  • Variare lo stimolo durante l’esposizione oppure l’approccio allo stimolo. Questo potenzia il consolidamento e la ritenzione del materiale inibitorio appreso. (Kircanski 2012 – Lang e Craske 2000)
  • Esposizioni mattutine. La ricerca ha dimostrato che il cortisolo è strumentale nella formazione della memoria di estinzione e che i livelli di tale ormone tendono ad essere più alti al mattino, potenziando l’esposizione. (Lass-Hennemann e Michael 2014)
  • Riduzione delle attività e uso del sonno dopo l’esposizione. Ridurre al minimo le attività dopo l’esposizione e/o eseguire un pisolino consolida il nuovo apprendimento inibitorio (Kleim 2014 - Kim Se Yun 2017)
  • Aumentare l’umore positivo durante l’esposizione aumenta la valenza positiva dello stimolo condizionato, ostacolando il recupero della memoria disadattiva (Zbozinek 2016 - Dour 2016)
  •  Riconsolidamento. Presentare a se stessi lo stimolo condizionato, almeno 10 minuti prima di eseguire un’esposizione sostenuta, permette di ostacolare il ri-consolidamento della memoria disadattiva (Shiller 2010)

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