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Le voci che vengono dall'Ade - Estratto da "I Misteri di Cesena"

di Roberto Mercadini 8 mesi fa


Le voci che vengono dall'Ade - Estratto da "I Misteri di Cesena"

Leggi in anteprima l'introduzione del libro di Roberto Mercadini e scopri la storia e le leggende di questa bellissima città romagnola

Ero a Roma. In una libreria esoterica. Parlavo ad un'amica romana del libro che stavo scrivendo (che è, poi, il libro che state leggendo).

Un libro sui misteri, i massacri, i fatti oscuri e agghiaccianti, le bizzarrie più meravigliose di Cesena.

Volevo capire se c'erano storie tali da lasciare stupefatto un abitante della Città Eterna. Be', pare di sì, alla prova dei fatti.

Indice dei contenuti:

Una città dai mille segreti

Come forse saprete, si dice che Cesena abbia la forma di uno scorpione.

Si protende un poco verso oriente, assottigliandosi; come una coda. Una coda leggermente piegata. Nella direzione opposta, invece, ingrossa. In particolare, verso nord (dov'è Porta Trova) e ovest (la torre dell'ex Lazzaretto), sporgono due rigonfiamenti spigolosi, che farebbero pensare alle chele. Fra di esse, più arretrata, l'antica contrada di Porta Ravegnana corrisponderebbe alla testa. Via Cesare Battisti entra esattamente dalla bocca e corre lungo tutto il sinuoso asse di simmetria (stavo per scrivere "lungo tutta la spina dorsale", se non che gli scorpioni non sono vertebrati, ma artropodi, perciò non hanno nessunissima spina dorsale), fino al pungiglione (Porta Santi).

Dunque, si diceva: Cesena ha la forma di uno scorpione. L'ho detto, fra una storia e l'altra, alla mia amica romana. E lei, disponendo di una certa conoscenza della tradizione esoterica, mi ha risposto che, in quella tradizione, per motivi che non mi sono chiari (motivi, d'altra parte, esoterici; cioè poco votati alla chiarezza), lo scorpione è legato a Plutone. Ora, come tutti sanno, Plutone, nella mitologia romana, è il dio dei morti, ma anche il dio della ricchezza. Vale a dire che è il dio degli inferi, cioè della terra e di ciò che ci sta sotto. Nella terra stanno i morti. Dalla terra si sprigiona la ricchezza del raccolto, dalle viscere della terra si estraggono i minerali preziosi.

Cosa sta sotto la terra a Cesena? Lo zolfo, il minerale che per molto tempo le ha dato ricchezza. E poi l'acqua. Il Cesuola (fiume da cui forse la città prende il nome), i canali che ne facevano una città d'acqua e che spingevano le pale dei suoi quattro mulini. Questi corsi d'acqua non sono prosciugati, ma sepolti ("tombinati" come si dice); e ora scorrono in un labirinto sotterraneo che nessuno più conosce.

Le storie che ho raccolto in questo libro, in effetti, sono spesso storie che parlano di terra, di tesori sepolti, di zolfo. Storie in cui m'è venuto spontaneo usare più volte l'allegoria del serpente o del drago (bestie la cui simbologia è connessa al mondo sotterraneo, al regno dei morti). Soprattutto storie di cose che si rinchiudono in qualche profondità, in qualche abisso (magari del cuore) e così sfuggono agli sguardi e alle mani del mondo. Storie di viscere in cui si annida la più profonda tenebra, la luce più smisurata.

Si ha quasi l'impressione, a volte, a dirla tutta, che Cesena sia un posto in cui i morti si ostinano a tornare alla luce per raccontare storie. Turbano il sonnolento o frenetico tran tran dei vivi, forse per far deragliare la rettilinea ottusità dei loro pensieri, per squarciare il sonno abituale delle loro coscienze. O piuttosto, più semplicemente, per burlarsi di loro, della loro dabbenaggine. Giacché, come scrive un sottilissimo poeta di questa città, Gabriele Zani: "i morti sono più furbi dei vivi".

Dunque, si diceva, a Cesena i morti raccontano storie. Molto spesso si tratta, a onor del vero, di storie raccontate come le possono raccontare i morti, gli spettri, i fantasmi; cioè gente esangue, narratori senza forza: da cui esce un filo di voce in cui si perde qualche parola. Sono storie dai finali incerti, storie senza personaggi o con personaggi assai sfuocati, storie destinate a non varcare i ristretti confini cittadini.

Come quella volta nel luglio del 1999 in cui in Via Montalti, dunque proprio nel cuore di Cesena, si facevano scavi per la posa di alcune condotte dell'acqua. Ma ecco, venne a far visita ai vivi, emergendo dalla terra ed interrompendo i lavori, uno scheletro umano. Lo scheletro, ineducatamente arrivato senza regolare preavviso, recava, per di più, un dettaglio vagamente sinistro: non teneva il teschio nella consueta collocazione, ossia sulle vertebre cervicali, ma appoggiato sopra alle ginocchia. Così, come un cappello che si leva per dar aria alla testa.

Per un po' si cercò una spiegazione all'incongruenza. Si parlò di non meglio precisati movimenti del sottosuolo, e persino di alcuni, ancora più vaghi, "giochi delle acque" che avrebbero spostato il cranio.

Poi i lavori proseguirono serenamente. E fu ritrovato un secondo scheletro. Anche lui, inutile dirlo, con il teschio sulle ginocchia. Di nuovo si espresse stupore e di nuovo si ripresero i lavori; e di nuovo altri scheletri vennero a trovarci; tutti come i primi due.

Finché qualcuno si prese la briga di consultare una mappa antica della città (una mappa del 1746, per la precisione). Dalla mappa risultava che in quel luogo, fino al XVIII secolo e per diversi secoli addietro, era sorto un cimitero. Un luogo di sepoltura che, col tempo, era stato a sua volta sepolto. Quel genere di cimiteri che, nella mia ignoranza, pensavo fossero relegati fuori dalle mura della città (o per lo meno non stessero nel centro del loro cuore): un cimitero riservato a gente che ha lasciato il mondo fuori dalla grazia di Dio; condannati a morte: dunque tutti decapitati dal boia.

Così ai rassicuranti e utili scavi "idraulici" si aggiunsero (o si sostituirono? Non saprei) quelli archeologici. E nella terra fu ritrovato qualcosa che non era un resto umano: qualcosa di informe e duro; una sorta di tubero metallico.

Un bottino misterioso

Il tubero fu ripulito dal terriccio e analizzato: erano monete. Un insieme di monete formate da una lega di argento e rame, parzialmente fuse fra loro. Portavano impresse anche alcune tracce di tessuto; come se fossero state avvolte in un sacchetto. Le monete, dunque, furono pazientemente contate, identificate e datate. Erano una sessantina, coniate in un periodo incerto, comunque fra il 1350 e il 1400.

Come erano finite lì?

Appunto, gli scheletri non sono grandi narratori; quelli senza testa men che meno. Possiamo solo immaginare cosa accadde. A quanto ho letto e ascoltato, le ipotesi sono tre.

La prima è che il malfattore, magari un ladro, avesse il bottino con sé, dunque si portasse addosso un'ulteriore prova della sua colpevolezza. Che sia stato mal perquisito; e pertanto con quel gruzzolo addosso condannato, con quello addosso giustiziato e con quello addosso sepolto. Forse non è troppo verosimile; un sacchetto di 60 monete fra gli abiti non è un ago in un pagliaio, né un pelo nell'uovo. D'altra parte, non che io nutra una particolare fiducia nel sistema giuridico del XIV secolo, ma se lo hanno perquisito con tanta trascuratezza da non trovare il bottino, non oso immaginare con quale scrupolosità fu svolto il processo ed emessa la condanna per il poveretto.

Un'altra ipotesi è che il sacchetto sia caduto dalla cinta o dalla tasca direttamente al becchino. Che poi, senza accorgersi della perdita, avrebbe sbadatamente interrato il bottino insieme alla bara. Una versione medievaleggiante del chirurgo distratto che dimentica la pinza nella pancia del paziente. Versione più antica, ma anche più giusta. Dato che in questo caso il paziente non riceve alcun danno (ormai non c'è più verso che ne riceva), mentre il colpevole paga (letteralmente e lautamente) di tasca propria.

L'ipotesi che sembrerebbe più ragionevole è anche quella che suona più romanzesca. E cioè che il bottino, magari rubato, sia stato nascosto. E sia stato nascosto, per sicurezza, in un luogo sinistro, per nulla frequentato e in cui la gente dabbene non pensa neppure di entrare: il cimitero dei condannati. L'uomo che lo ha nascosto poi, naturalmente, aveva intenzione di tornare a dissotterrare il tesoro. Ma (come scrive la dottoressa Emanuela Ercolani Cocchi nel catalogo della mostra dedicata al ritrovamento) "aveva terminato imprevedibilmente la propria vita, forse per un avvenimento violento o per un'epidemia". Ecco, le storie che trovate in questo libro, per quanto mi è stato possibile, le ho scelte più definite ed energiche, più robuste e più articolate di quella precedente. Sono storie, per così dire, di fantasmi in gran forma, di morti che scoppiano di salute; e perciò sanno parlare a lungo, con voce forte e chiara.

Eppure anche una storia vaga e sommessa come quella che vi ho riferito potrebbe avere a che fare con un'altra, molto più grande e più terribile.

Per esempio. Si è detto che le monete sono databili in un lasso di tempo fra il 1350 e il 1400. Ora, di fronte a questo intervallo di tempo, a proposito di avvenimenti violenti, viene in mente l'avvenimento più violento di tutta la storia di Cesena: quello avvenuto nel 1377. Un avvenimento a causa del quale a Cesena, per secoli e secoli, la terra ha restituito miriadi di scheletri. Anche di recente, a quanto mi hanno detto: fra la fine degli anni '50 e gli inizi dei '60; durante gli scavi per la costruzione di un nuovo palazzo, non lontano dal Ponte Vecchio, nei pressi del ponte di San Martino, sono emersi una quantità impressionante di resti umani.

Ma cosa è successo a Cesena nel 1377? Cominciamo da lì.

 

Tratto dal libro:

I Misteri di Cesena

Tra storia, leggenda e cronaca

Roberto Mercadini

Cesena, la città scorpione – di essa scrivono Niccolò Machiavelli nel Principe ed Ezra Pound nei Cantos – è un luogo in cui sembrano concentrarsi le più oscure bizzarrie e le più agghiaccianti assurdità: vi si è consumata la strage che un cronista medievale definisce «la più violenta mattanza dai tempi della Guerra di Troia»

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Roberto Mercadini è nato a Cesena nel 1978.Poeta, monologhista, narratore, ha scritto e interpretato diversi spettacoli di narrazione, fra cui: Fuoco nero su fuoco bianco. Un viaggio nella Bibbia Ebraica con traduzione dall'ebraico antico dell'autore; Dobbiamo un gallo ad Asclepio, monologo...
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