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L'uomo e l'universo - Estratto da "Autarchia Spirituale"

di Daniele Palmieri 4 mesi fa


L'uomo e l'universo - Estratto da "Autarchia Spirituale"

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Ogni essere vivente è una individualità inserita all'interno del divenire del mondo. Tradizionalmente, si è rappresentato questo contrasto identificando le due componenti in gioco (l'individuo e il mondo) con due termini distinti: l'ente e l'Essere.

Indice dei contenuti:

Il divenire del mondo

L'Essere è l'universo che ci circonda, in perpetuo mutamento, il cui fluire è reso alla perfezione, linguisticamente, dal verbo all'infinito.

L'ente, al contrario, è l'oggetto particolare, come può esserlo l'albero, il sasso, la sedia, il cane, l'uomo. L'ente, in quanto tale, è finito. Il participio con cui viene indicato è espressione dei suoi confini e dalla sua finitezza.

Come avviene questo passaggio che va dall'Essere all'ente? Possiamo immaginarcelo con un esperimento mentale, replicabile materialmente. Pensiamo di prendere un lungo lenzuolo.

Quest'ultimo, disteso alla perfezione, senza alcuna piegatura, rappresenta l'Essere. Se cominciassimo ad afferrarne delle parti al centro di esso e a creare delle forme, tenute insieme da un elastico, con dei confini più o meno definiti, avremmo ottenuto degli enti, che spiccano sul lenzuolo disteso come degli elementi, separati da esso, aventi una propria individualità.

L'ente è proprio questo: una curvatura nello spazio-tempo, con dei confini definiti (la sua forma) e, aspetto più problematico, un'esistenza limitata, al contrario dell'Essere che, pur essendo un perpetuo fluire, non ha mai fine.

Vi sono alcuni enti, però, che hanno un'esistenza del tutto particolare: gli esseri viventi. Come abbiamo già visto nel precedente capitolo, questi ultimi si differenziano dagli oggetti inanimati per l'avere una prospettiva sul mondo (una coscienza).

Possiamo introdurre un altro elemento che li distingue. Pensiamo a una pietra; essa è un ente almeno quanto un essere vivente. Tuttavia, vi è qualcosa che la rende diversa da quest'ultimo: il suo modo di essere al mondo. La pietra è passiva nei confronti dell'Essere.

Essa non muta, se non per cause esterne. Al contrario, l'essere vivente (come ben rende il nome) possiede anche al suo interno un mutamento intrinseco, che lo porta a crescere, evolvere, deperire e morire. Il vivente è, allo stesso tempo, un ente e un Essere. Possiede un'individualità che, però, non rimane mai uguale a se stessa, non soltanto per cause esterne ma anche per cause interne.

Tornando all'esempio del lenzuolo, è come se una delle piegature che abbiamo creato fosse in grado di accrescere da sola, senza il nostro intervento, e di muoversi lungo il perimetro del lenzuolo, per poi tornare a dissolversi ricongiungendosi alla superficie bianca.

Dal punto di vista dell'ente inanimato, dunque, la questione dell'Essere non presenta alcuna problematicità. Il problema sorge nel momento in cui ci poniamo dal punto di vista di un essere vivente (quali noi siamo, giacché dubito che un sasso possa leggere questo libro) e, per di più, un essere vivente cosciente del divenire come l'uomo.

Dal questo punto di vista, infatti, il divenire si presenta in una duplice relazione: come un flusso inarrestabile di eventi in rapporto alla nostra individualità. Siamo consapevoli di essere degli individui, inseriti in un mondo in continuo mutamento, e sappiamo che qualsiasi cosa potremo fare in vita, siamo tutti destinati al medesimo fato: la morte, la dissoluzione della nostra entità.

L'indagine sull'Essere, dunque, dalla nostra prospettiva si mostra innanzitutto come un'indagine sul senso dell'Essere. La domanda non è soltanto perché tutto diviene? bensì qual è il senso del nostro essere se siamo destinati a morire?

E l'eterno problema del divenire, materia di tutti i miti, le filosofie, le religioni, le scienze dall'alba della coscienza dell'uomo a oggi.

Esso può riassumersi nelle tre domande:

  1. Perché tutto muta?
  2. C'è qualcosa che non muta?
  3. Qual è il senso della vita?

I primi due quesiti sono strettamente collegati. In un mondo in cui tutto è in perpetuo mutamento, l'uomo cerca un motivo che sia in grado di giustificare e rendere accettabile il cambiamento e, in secondo luogo, un appiglio irremovibile al quale aggrapparsi per sentirsi più sicuro.

La risposta alla terza domanda, invece, dipenderà dalle risposte alle prime due, poiché se vi è un senso, nella vita dell'uomo, quest'ultimo è legato, in maniera indissolubile, al senso dell'Universo in cui si trova immerso e all'unico principio immutabile al quale può aggrapparsi.

La struttura metafisica del reale

Perché tutto muta?

Nella civiltà occidentale, i primi ad affrontare in maniera filosofica la domanda furono i filosofi greci. Non che prima non fosse mai stata posta, tutt'altro. L'intera mitologia greca si fondava sul problema del divenire, senza però fornire una vera e propria risposta.

L'Essere veniva accettato in quanto tale, come fosse un capriccio degli dèi; la morte un fato a cui andare incontro; la vita il movimento verso di esso. Lo stesso Olimpo non era un luogo imperturbabile; al contrario, era scosso da cambiamenti ancora più mastodontici e profondi, descritti dalla cosmogonia di Esiodo.

L'idea che vi fosse qualcosa di stabile e imperituro non era contemplata. L'Essere era un perpetuo fluire, come in Cielo così in Terra.

Talete, tradizionalmente considerato come il primo filosofo (anche se ritengo quest'ultima una riduzione semplicistica), fu il primo ad affrontare la questione da un altro punto di vista; non soltanto, come spesso è ripetuto, da un punto di vista razionale, ma aggiungendo un altro elemento alla ricerca, la seconda domanda: c'è qualcosa che non muta?

Nel cercare una risposta alla prima questione, i filosofi greci partirono dalla seconda. Se il mondo è un continuo fluire, vi deve necessariamente essere qualcosa di immutabile attorno al quale tutto diviene.

Facendo un esempio materiale, la ruota di una bicicletta può ruotare in maniera ordinata proprio perché al suo centro vi è un perno che la tiene ferma, altrimenti sarebbe destinata a rotolare in maniera casuale per poi cadere.

Mutamento e stabilità, in questo modo, si intersecano in maniera indissolubile.

Introducendo questa domanda e questo nuovo punto di vista, Talete rivoluzionò il pensiero occidentale, scatenando un dibattito vivo e fiorente, che porterà tutti i pensatori successivi a identificare un perno centrale che muove tutto l'universo, il cosiddetto arche.

Per Talete era l'acqua, per Anassimene l'aria, per Anassimandro l'apeiron (a-peiron, senza-limiti), per Eraclito il fuoco (da non intendere, però, in senso materialistico), per Democrito gli atomi, per Anassagora il Nous (l'Intelletto).

Tutti questi pensatori si concentrarono sul mondo materiale, cercando un principio che si trovasse all'interno di esso. Furono Senofane, Pitagora e Parmenide a introdurre un concetto fondamentale, andando alla ricerca di un principio che non fosse tangibile, ma un principio che andasse al di là della realtà materiale. Un principio metafisico (meta-fìsica, oltre-la-fìsica) immutabile, di una natura diversa dalla natura materiale, che genera il mutamento dell'Essere rimanendo, però, invisibile; un principio che potremmo chiamare la struttura metafìsica del reale.

Per Pitagora e i pitagorici tale struttura era rappresentata dai numeri; per Senofane e Parmenide (seppur in maniera diversa) dall'Essere stesso, identificato con l'Uno.

Tale intuizione verrà poi sviluppata da Platone e dalla sua nota teoria delle Idee. Il divenire è causato dal riflesso imperfetto delle Idee intangibili, immutabili e perfette (l'Idea di foglia, l'Idea di uomo, l'Idea di albero e così via), che si trovano oltre il mondo fisico, nel-l'Iperuranio.

Il più grande discepolo di Platone, ossia Aristotele, riprenderà l'intuizione platonica ma sostituendo alle Idee le Categorie, dei "modi" in cui l'Essere si manifesta, le regole che ne determinano il mutamento, al cui centro si trova il motore immobile: Dio (concetto che nulla ha da spartire, però, con il Dio religioso).

La stessa idea di motore immobile verrà poi presa dal cristianesimo, che trasformerà il Dio aristotelico nel Dio cristiano, aggiungendovi elementi del Demiurgo platonico che plasma la realtà e la dirige con le sue leggi, fisiche e morali.

Questa ricerca della struttura metafisica del reale non cesserà con l'avvento della fisica galileiana, ma proseguirà in maniera diversa. Anziché ricercare la struttura metafisica del reale in Dio, la fisica la identificherà con le leggi matematiche costanti e invariabili che regolano il flusso degli eventi - una intuizione già presente nei pitagorici. Medesima concezione ancora presente nella fisica moderna, le cui leggi descrivono il divenire della realtà mediante principi metafisici, ossia le formule matematiche.

Benché la ricerca sui principi del divenire abbia assunto forme molto diverse con il passare dei secoli, vi sono due fili conduttori che legano tutte le posizioni, molto divergenti tra loro. Innanzitutto, come accennato in precedenza, i principi fondanti sono sempre stati leggi metafisiche, dunque principi che si trovano al di là del mondo sensibile, intuibili soltanto tramite l'esperienza della coscienza razionale.

Secondariamente, che fossero le Idee platoniche, il motore immobile aristotelico, il Dio cristiano o le leggi fisiche, in ogni caso il risultato finale, ridotto all'osso, è convergente. La ricerca di un principio che non muta porta alla scoperta di un unico principio immutabile che decreta che tutto debba mutare.

La divergenza fondamentale tra le differenti posizioni sta nell'esistenza o meno di un dopo che permetta all'ente di sottrarsi dal dominio dell'Essere, un dopo che gli consenta di fermarsi per sempre a riposare e al quale è legato il senso della sua vita in questa terra. Riducendo all'osso la questione, potremmo ridurre a due tali posizioni divergenti:

  1. Vi è un dopo, una vita ultraterrena alla quale possiamo accedere soltanto in base a un determinato comportamento etico che teniamo su questa terra. Ciò significa che l'ordine metafisico del cosmo è un ordine di tipo morale, decretato da una certa divinità (o da un principio divino) creatrice della realtà. Un ordine morale che dà senso alla vita.
  2. Non vi è alcun dopo, nessuna vita ultraterrena. Non vi è alcun ordine morale del cosmo; le leggi che lo regolano sono soltanto leggi metafisiche di tipo matematico.

Come avrà desunto da sé il lettore attento, stiamo entrando in un campo che non è una mera questione astratta fine a se stessa. Scegliendo uno dei due approcci si sceglie il modo in cui decideremo di vivere la nostra esistenza.

In entrambi vi è una importante problematica di fondo.

Nel primo caso vi è un problema di ordine metafisico: occorre spiegare quali sono le motivazioni che giustificano l'esistenza di un essere creatore del mondo e, soprattutto, qual è questo tipo di ordine morale.

Nel secondo caso, vi sono due problemi, altrettanto importanti: se non vi è Dio, allora tutto è permesso? Se non vi è alcun fine a cui tutto tende, che senso ha vivere?

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Daniele Palmieri vive a Cologno Monzese e studia Filosofia presso l'Università statale di Milano. Nasce nel 1994, ama la cultura in tutte le sue forme ma soprattutto in quella scritta. I suoi interessi spaziano dai classici greci latini agli autori contemporanei (anche se la sua grande passione,...
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