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L’intestino irritabile: una sindrome deficitaria del microbioma

di Anne Katharina Zschocke 3 mesi fa


L’intestino irritabile: una sindrome deficitaria del microbioma

Leggi un estratto dal libro di Anne Katharina Zschocke "I Batteri Intestinali: la chiave per guarire e vivere in salute"

Congratulazioni a chi è riuscito ad attribuire a una intolleranza la causa dei propri disturbi intestinali. Se la passa molto meglio di milioni di persone che dopo numerose visite mediche e infiniti controlli, sono mandate a casa con la diagnosi di “sindrome dell’intestino irritabile” o di “colon irritabile”, perché, dal punto di vista medico, non si è potuto riscontrare “niente”.

Questi soggetti soffrono di dolori e sensazione di gonfiore, diarrea o stitichezza, mal di testa e crampi, inoltre a volte anche di disturbi allo stomaco, alla schiena o alle articolazioni, eppure, ufficialmente, sono sani. Ciò ha portato alcuni quasi sull'orlo della disperazione. Non esisteva quasi alcuna diagnosi più frustrante di questa, sia per i medici che per i pazienti, perché nella visione che la medicina ha avuto finora dell'essere umano come un essere privo di batteri, non c'era posto per una causa. Tutte le ricerche fatte utilizzando i soliti criteri per individuare malattie, infiammazioni o tumori, oppure cambiamenti fisiologici o anatomici, sono state inutili: i valori di laboratorio sembrano normali ciò nonostante per i pazienti a volte i dolori siano delle vere torture.

Dopo aver escluso tumori, intolleranze oppure le malattie intestinali ufficiali e dopo che non si è riusciti a trovare nessun'altra spiegazione per la malattia, rimaneva come diagnosi solo la scusante dell'“intestino irritabile”. È una diagnosi per esclusione che viene fatta quando qualcuno nei dodici mesi precedenti ha avuto disturbi per un periodo di almeno dodici settimane. Quasi la metà di tutte le visite dal gastroenterologo, ormai, individua l'“intestino irritabile” come causa di disturbi e questa è la diagnosi che viene fatta più di frequente.

Ma ora per tutte le persone che soffrono si profila una luce all'orizzonte. Quanti più dettagli emergono dalla ricerca, tanto più diventa evidente che l'intestino irritabile in realtà rappresenta una sindrome deficitaria del microbioma. Essa deriva da una mancanza di batteri, da un danno alla sua integrità e da un disturbo di quell'ecosistema complesso, rappresentato, nell'intestino sano di un essere umano, dai microbi.

In questo modo è possibile spiegare così tutti i sintomi. Effettivamente molti pazienti si ricordano che i problemi sono comparsi per la prima volta dopo un evento intestinale acuto, dopo un episodio di dissenteria, un trattamento antibiotico oppure dopo uno choc psichico.

Poiché ogni essere umano possiede un suo proprio microbioma, forgiato in base alla propria biografia, le conseguenze di un disturbo del microbioma sono molto diverse. Per questo motivo all'inizio la diagnosi non viene fatta in base ai sintomi quanto piuttosto in base alla loro durata.

Nell'intestino irritabile ognuna delle relazioni sane tra i microbi esistenti può essere interessata da un cambiamento che supera la tolleranza del sistema. Molte cose bloccano la costruzione di ponti tra l'esterno e l'interno: un deficit nella qualità o nella quantità dei batteri, un mix o una combinazione malsana di questi nel tratto digestivo, una comunicazione disturbata con i tessuti del corpo che non garantisce più la funzione del microbioma come organo totalitario. Può venire a mancare il nutrimento per i batteri, a questa carenza si possono aggiungere dei veleni, lo strato di muco sulle cellule epiteliali può essersi assottigliato e le giunzioni strette possono essere permeabili, così che sostanze e microbi possono passare nel corpo, proprio lì dove non dovrebbero essere.

È possibile che gli enterociti, le cellule caliciformi mucipare, le cellule M o altre cellule epiteliali siano sottonutrite, le cellule immunitarie mal regolate, la secrezione di sIgA insufficiente oppure l'effetto dei semiochimici nei tessuti provochi confusione. Per lo più si tratta di un insieme di tutti o di più fattori e sicuramente scopriremo ancora altri influssi.

Teoricamente nell'intestino irritabile possono essere coinvolti tutti gli elementi delle funzioni fisiologiche del microbioma, anche i processi digestivi, l'approvvigionamento di vitamine, le strategie di regolazione e la sintesi di innumerevoli sostanze bioattive. Per questo un intestino irritabile può assumere rispettivamente proporzioni differenti ed evolversi diversamente, migliorare o peggiorare, a seconda che si riesca a risalire alle cause personali individuali e a ripristinare un equilibrio.

A causa di ciò in futuro ci sono molte più speranze, visto che in generale si può riconoscere che i batteri intestinali rappresentano la chiave per la salute. Forse ci vorrà ancora un pochino, ma prima o poi la verità verrà a galla. Bisogna solo avere pazienza, fino a che questa scuola di pensiero e queste credenze tramandate e rodate da tempo non vengano dissolte con nuove conoscenze e sia lasciato spazio alle correzioni.

Finora, nel caso dell'intestino irritabile, ci si limitava in genere all'alleviamento dei singoli sintomi: calmare l'intestino in caso di diarrea, lassativi in caso di stitichezza, antispastici in caso di spasmi o medicinali antidolorifici per altri organi.

Poiché i batteri finora sono stati considerati piuttosto degli “agenti patogeni”, in molti casi ai pazienti con diarrea cronica venivano somministrati degli antibiotici. Occasionalmente questi venivano addirittura prescritti “contro” una semplice flatulenza per eliminare i batteri che formano gas. Oggi si sa che tutto ciò ha ovviamente aumentato ulteriormente il caos nell'intestino. Non ci si è fermati neppure davanti a misure radicali, come la prescrizione di psicofarmaci, i cui costipanti effetti secondari dovrebbero ridurre le diarree. In questo caso naturalmente non si è pensato al fatto che tali medicinali a loro volta nuocciono ai batteri intestinali.

In tal modo la sofferenza rimane e medico, paziente e società cercano in un qualche modo di arrangiarsi.

La sindrome dell'intestino irritabile è diventata, come tutte le malattie intestinali, uno dei tabù più comuni nella convivenza tra gli esseri umani, nonostante la notevole limitazione che questa comporta per la qualità della vita individuale.

Nella maggior parte dei casi è difficile dire dove tutto ciò abbia avuto inizio. Non ci muoviamo però per il mondo come isole batteriche, quanto piuttosto siamo legati in modo molteplice ai microbi attraverso il microbioma.

Viviamo nella scia ereditaria dei nostri genitori e antenati, che di generazione in generazione ci hanno trasmesso batteri, ma anche nell'hic et nunc della corrente batterica, che lascia passare costantemente dentro di noi i microbi dell'ambiente, e ciò avviene attraverso l'alimentazione ma contemporaneamente anche attraverso tutto ciò che nella vita ci fa incontrare con i batteri: lavare i denti, pulire le scarpe, accarezzare il gatto e zappare in giardino, dare la mano, afferrare le maniglie e digitare sulla tastiera del computer. Su quest'ultimo e sui tasti degli ascensori negli edifici pubblici sono stati trovati più batteri che sull'asse del water di casa.

Il nostro intestino rispecchia la situazione microbica del mondo esterno. L'inizio dei problemi intestinali si deve far risalire a un cambiamento ambientale e questo in definitiva alle nostre attuali condizioni di vita, cioè al mondo che ci siamo creati.

E in questo modo siamo arrivati probabilmente alla causa più profonda della sindrome dell'intestino irritabile.

Il fatto che questo fenomeno non sia noto alle culture che vivono in condizioni naturali, e che da decenni aumenti sempre di più nel mondo occidentale industrializzato, dimostra chiaramente che da noi la colonizzazione batterica si è modificata in maniera basilare e che è stato superato il limite della ecotolleranza batterica che la nostra salute è in grado di sopportare.

Nel corso dell'evoluzione si è sviluppata una convivenza fra essere umano e microbi, in particolare nell'intestino, e come accompagnatori pluriennali, o meglio plurimillenari, si trovano determinati ceppi batterici con un equipaggiamento calibrato gli uni sugli altri in maniera impeccabile, accompagnatori perfettamente adattati alle cellule del corpo come a formare un team.

Senza esserne coscienti abbiamo interrotto in maniera unilaterale questa evoluzione comune del microbioma, ignorando i batteri e iniziando a combatterli considerando noi esseri umani come qualcosa di distinto dai batteri.

All'inizio questo è andato bene perché i batteri – anche quelli nell'intestino – hanno una grande disposizione alla tolleranza e cercano sempre di adeguarsi alle mutate condizioni. Solo che prima o poi la misura si è colmata. Anche una chiave diventata larga per un po' continua ad andare bene nella serratura. Eppure un bel giorno il limite della tolleranza è superato, e allora da qualche parte iniziano i problemi.

Ogni deviazione troppo grande fa deragliare un sistema. Considerando la misura in cui in tutto il mondo abbiamo manipolato, sintetizzato e contrastato i batteri, c'è semmai da stupirsi che ci siano ancora degli intestini sani. Possiamo essere contenti se i nostri batteri sono riusciti a superare più o meno indenni tutte le difficoltà in cui noi li mettiamo costantemente con un cibo degenerato, presenza di prodotti chimici nell'alimentazione, bocconi non masticati, colonizzazione ambientale avventurosa e antibiotici.

Così un intestino irritabile può anche essere visto come un'eco di una tolleranza ormai al limite nei confronti del nostro modo di agire irrispettoso verso la Terra, come un'esortazione a correggere ciò.

Per decenni si è cercato quali possano essere le cause genetiche delle malattie intestinali e qua e là si sono trovati dei mutamenti genetici oppure si è constatata la presenza di determinati geni in caso di malattie intestinali. Tuttavia, non tutte le persone che possiedono questo gene si ammalano. È un po' come la domanda se sia nato prima l'uovo o la gallina. Poiché da quando si sa che nella maggior parte dei casi i geni nel nostro corpo sono geni batterici, che questi geni possono essere scambiati tra le cellule e che i batteri sono in grado di accendere e spegnere la loro attività, è difficile dire quale effettivamente sia il significato del fenomeno genetico. Può anche essere vero che i batteri intestinali governino i nostri geni. In piccolo ciò è già stato dimostrato.

L'insorgenza di infiammazioni intestinali croniche

Torniamo alla carriera dell'intestino irritabile. Si parla di “intestino irritabile” fintanto che non si riescono a riscontrare danni organici che corrispondano bene al profilo di un'altra malattia clinica. Per escludere ciò, si ricorre ad ogni sorta di controlli medici: ecografie, esami del sangue, controllo del respiro, test delle allergie oppure semplicemente esclusione a rotazione degli allergeni più comuni. Molti esami vengono realizzati tramite colonscopia e gastroscopia, con le quali è possibile anche riconoscere infiammazioni e tumori alla mucosa e si possono prelevare porzioni o frammenti di tessuto sul quale fare poi una biopsia.

Alle donne si consiglia di fare una visita ginecologica perché i dolori al basso ventre possono irradiarsi anche all'intestino.

Se tutti i controlli non danno alcun esito, ma persistono dolori addominali, cambiamenti nelle feci, flatulenze, crampi o altri sintomi al paziente viene diagnosticata la “sindrome dell'intestino irritabile”. Si arriva a questa diagnosi se i suoi problemi appunto sono perdurati per dodici settimane all'anno, non necessariamente consecutive. Se invece la durata è inferiore il paziente, se ne va a casa senza diagnosi.

Se però nelle visite di controllo si hanno riscontri organici, come un cambiamento dei valori del sangue, sangue nelle feci, ulcere, ispessimenti, fistole o ascessi nella parete intestinale la diagnosi è: “malattie infiammatorie croniche intestinali”, abbreviata in “MICI”. Queste si possono accompagnare a infiammazioni delle articolazioni o degli organi interni oppure a cambiamenti della pelle e infine possono sfociare in una proliferazione cellulare incontrollabile, cioè in un cancro.

Nel caso delle MICI le persone colpite non si limitano ad andare semplicemente più volte in bagno, come nel caso dell'intestino irritabile o dell'intestino “non ancora irritabile”. Si tratta piuttosto di diarree che le costringono ad andare in bagno dozzine di volte al giorno e probabilmente anche di notte, scaricando le loro feci spesso sanguinolente tra dolori e violente esplosioni di gas interni. Il loro intestino è infiammato e il sistema immunitario reagisce costantemente.

Ogni uscita fuori di casa è accompagnata dalla preoccupazione di non trovarsi abbastanza vicini a una toilette. I viaggi in macchina sono visti come impossibili; la vita sociale è ridotta a un minimo di eventi di breve durata, poiché un concerto, una messa, una serata di yoga o al cinema, per esperienza, non sono pensabili senza un'improvvisa interruzione. Mentre gli altri trascorrono il proprio tempo libero in compagnia, ballando, alle feste o alle gite, le persone che soffrono di queste problematiche restano a casa e cercano di avere la meglio sui loro crampi addominali.

Questi compaiono per la prima volta tipicamente nei soggetti giovani tra i 15 e i 35 anni e in Germania ne sono colpite quasi 200.000 persone. Si parla di un numero che oscilla tra i 150 e i 200 ammalati ogni 100.000 abitanti. A quanto pare negli Stati Uniti l'incidenza è molto maggiore: annualmente si aggiungono 20.000 nuovi casi e la tendenza è all'aumento.

Una prima diagnosi viene fatta più frequentemente tra i 20 e i 30 anni, in un periodo in cui le persone si trovano proprio nel pieno della loro carriera oppure sono occupati a formarsi una famiglia o desiderano solo divertirsi. Secondo i calcoli dell'Università di Ulm, in Germania, i costi medi per persona dovuti a questa malattia ammontano a 20.000 euro all'anno.

In seguito all'altalenarsi di infiammazioni e guarigioni delle MICI, l'ambiente interno è leso in maniera permanente e l'assorbimento dell'alimentazione è in pericolo, così che con il tempo i fenomeni di carenza nel corpo aumentano di gravità.

A volte a causa di numerose intolleranze il menu è limitato a pochi ingredienti delicati, come banane e riso o pappa di miglio e patate bollite. Continue ferite e guarigioni nella mucosa intestinale trasformano i tessuti sui quali rimangono dei punti induriti e delle fasce di tessuto connettivo che rendono, quello che prima era un organo morbido e flessibile, adeguato all'incontro con l'ambiente, un tubo rigido e nodoso con diverse grandi isole di tessuto intestinale in parte ancora funzionanti.

Un intestino del genere è incapace di reagire anche solo lontanamente alle mutevoli circostanze. Nei casi più gravi si può infine arrivare a un blocco completo delle funzioni intestinali, un “megacolon tossico”. In questa patologia si giunge al blocco e all'occlusione intestinale con un massiccio gonfiore dato dai gas a cui si accompagnano choc, febbre e sintomi cardiocircolatori a causa dei quali quasi il 30% delle persone colpite muore. Si può vincere questa situazione di pericolo di vita solo ricorrendo a un'operazione chirurgica d'urgenza.

Le malattie infiammatorie croniche intestinali possono presentarsi in diversi modi che in genere non si limitano a interessare l'intestino. Le più frequenti sono la colite ulcerosa, che dal tratto terminale dell'intestino si irradia fino all'intestino crasso, e il morbo di Crohn, che si presenta lungo tutto il tratto digerente, soprattutto nell'intestino tenue nel passaggio verso l'intestino crasso. Non sempre è possibile distinguerle l'una dall'altro a causa delle loro somiglianze: nel 20% dei pazienti i sintomi non si riescono ad attribuire in maniera univoca.

Le malattie non vengono “scoperte”. Sono lì. Vengono descritte in maniera dettagliata e se un certo numero di pazienti presenta sempre lo stesso tipo e la stessa combinazione di sintomi, tutto questo viene nuovamente descritto come quadro clinico.

Il morbo di Crohn ha preso il nome dal chirurgo americano Burril Bernard Crohn (1884-1983), che insieme a un collega descrisse la malattia per la prima volta nel 1932. Già all'epoca Crohn supponeva che i batteri fossero la causa della malattia, sulle basi però delle idee del tempo.

All'epoca si vedeva la malattia come un evento estraneo che si insinua nel corpo e si era costantemente alla ricerca degli agenti patogeni. Non riuscendo a trovare questi ultimi non gli rimase come plausibile spiegazione altro che una reazione autoimmune. Con questa affermazione non era poi molto lontano dalla vera causa, solo che i batteri e il sistema immunitario sono da considerare diversamente rispetto a quanto si faceva all'epoca.

La causa e l'insorgenza delle malattie infiammatorie croniche intestinali erano e rimasero oscure e in conseguenza di ciò non c'era neanche una terapia curativa rapida ed efficace. Si presumeva una causa “congenita” della malattia e la si classificava come autoimmune perché molti pazienti reagivano bene a medicinali che reprimevano il sistema immunitario. Si constatò anche un'elevata permeabilità, la leaky gut syndrome. E, come in quasi tutte le malattie infiammatorie, si scoprì un potenziale agente patogeno, il mycobacterium avium subspecies paratuberculosis (MAP).

Si sospettava che questo batterio scatenasse nei bovini delle malattie infiammatorie croniche intestinali e nel 1989 fu a gran voce tirato in ballo nel tentativo di trovare la causa delle suddette patologie.

Negli studi svolti, il MAP è stato cercato e trovato nei pazienti affetti dal morbo di Crohn, ma anche nei soggetti sani. Poiché i micobatteri sono presenti anche nei prodotti caseari, all'epoca per precauzione si aumentò la temperatura e la durata del tempo di riscaldamento nel processo di pastorizzazione durante l'elaborazione del latte e ai pazienti affetti dal morbo di Crohn si consigliò di consumare esclusivamente latte a lunga conservazione lavorato a temperature altissime (UHT). Ma ciò riduce ulteriormente il già misero menu di una persona affetta dal morbo di Crohn.

In seguito si osservò che anche questa misura non bastò perché il successo della pastorizzazione dipende da quanti microbi esistano già nel latte all'inizio del processo in questione. E oggi sappiamo che ciò non dipende dalla presenza di un ceppo batterico quanto piuttosto dal suo ruolo nel lavoro di squadra con gli altri microbi presenti.

Infine ai pazienti furono somministrati antibiotici, anche se con scarso successo. Poi fu la volta della psiche delle persone malate: questa era ora la causa. Quando alla metà del XX secolo la psicosomatica ha iniziato ad acquistare significato in Germania, le malattie infiammatorie croniche intestinali furono subito classificate tra i primi disturbi “psicosomatici”. Come se il fatto che psiche e corpo sono collegate fosse qualcosa di eccezionale. Come se non bastasse, in questo modo i pazienti vengono anche stigmatizzati.

Nella prospettiva attuale, che riconosce nei batteri dei consoci del nostro corpo, e con la consapevolezza che il microbioma ha un influsso diretto sulla psiche, è interessante vedere che tra le prime sette malattie psicosomatiche vengono elencate ulcera peptica, ulcera duodenale, asma bronchiale e neurodermite, delle quali oggi si sa che dipendono direttamente dalla colonizzazione batterica intestinale. Attualmente si considerano come microbiologicamente influenzati anche la poliartrite cronica (reumatismi), la pressione alta e l'ipertiroidismo. La stessa emicrania, che viene annoverata volentieri nel numero, ha una relazione con gli organi digestivi.

Con l'enorme significato che i batteri intestinali hanno per il cervello e il sistema nervoso, fra poco essi si potranno rivelare come la chiave risolutiva nella psicoterapia psicosomatica.

L'insorgenza delle malattie infiammatorie croniche intestinali è stata quindi per molto tempo un vero indovinello medico, che, parlando in senso lato, girava intorno ai batteri senza mai arrivare al dunque. Così si è constatato che le persone che da neonate sono state allattate al seno, sviluppavano il morbo di Crohn con una frequenza sensibilmente inferiore rispetto a quelle che erano state allattate con il latte artificiale.

Fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento il morbo di Crohn compariva molto raramente. Da allora però è andato costantemente aumentando nei Paesi industrializzati occidentali; ne consegue che la malattia deve andare di pari passo con le mutate condizioni alimentari. Al di fuori della popolazione bianca del Nord America e del Nord Europa, il morbo di Crohn è quasi sconosciuto, nelle popolazioni native non comparì affatto mentre è in aumento anche nei Paesi che hanno un incremento del grado di industrializzazione.

Poiché negli studi è stata riscontrata una relazione tra un elevato consumo di zucchero e la comparsa del morbo di Crohn, si è riconosciuto infine un legame tra l'alimentazione e la salute intestinale.

Grazie alla ricerca sul microbioma tutti i pezzi di questo rebus danno un'immagine chiara sull'origine del disturbo: tutte le tessere vanno finalmente al loro posto a comporre un quadro completo, come se fossero pezzi di un puzzle.

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa hanno in fondo la stessa causa comune: sono lo stadio avanzato di un disturbo della convivenza tra le cellule dell'essere umano e il suo microbioma. Tutti questi fenomeni si spiegano con una perturbazione dei batteri intestinali. E in futuro saranno curabili molto più velocemente.

I Batteri Intestinali: la chiave per guarire e vivere in salute

Come prevenire e curare allergie, sovrappeso, diabete, colon irritabile, autismo, depressione, e molto altro

Anne Katharina Zschocke

Il nostro sistema immunitario si sviluppa solo in presenza di batteri! I batteri sono fondamentali per la nostra salute. Da loro dipendono non solo la nostra digestione, il nostro sistema di difesa e il nostro bilancio...

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La dottoressa ANNE KATHARINA ZSCHOCKE ha studiato medicina, omeopatia e naturopatia a Friburgo e a Londra. Dopo una breve attività clinica ha seguito la sua vocazione e si è fatta un nome a livello internazionale come libera docente specializzata e autrice di libri. Le sue competenze come...
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