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L'interpretazione della realtà - Estratto da "Il Vantaggio della Felicità"

di Shawn Achor 3 mesi fa


L'interpretazione della realtà - Estratto da "Il Vantaggio della Felicità"

Leggi in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro di Shawn Achor e scopri come il nostro modo di vedere la felicità sia completamente sbagliato

Feci domanda ad Harvard quasi per gioco. Cresciuto a Waco, in Texas, non avevo mai pensato realmente di andarmene.

Anche mentre mi accingevo a compilare la richiesta di ammissione ad Harvard, avevo intenzione di sistemarmi nella mia città ed ero nel bel mezzo dell'addestramento per diventare volontario nel corpo locale dei vigili del fuoco.

Indice dei contenuti:

Affrontare lo stress ad Harvard

Ho sempre considerato Harvard un luogo che esiste solo nei film, la scuola dove tutte le madri sperano di vedere un giorno andare i propri figli. La probabilità che venissi accettato sul serio era infinitamente bassa. Mi dissi che sarei stato felice anche solo di raccontare ai miei futuri bambini, in modo un po' sbrigativo, magari durante una cena, che ero addirittura riuscito a fare domanda ad Harvard (e mi sono perfino raffigurato nella mente l'espressione sbalordita dei miei figli immaginari).

Quando inaspettatamente ricevetti la lettera di ammissione, mi sentii eccitato e allo stesso tempo onorato del privilegio. Volevo rendere giustizia all'opportunità che mi veniva offerta. E così andai ad Harvard e ci restai... per dodici anni.

Quando lasciai Waco, ero uscito dai confini del Texas solo quattro volte nella mia vita e mai da quelli degli Stati Uniti, nonostante i miei connazionali siano convinti che uscire dal Texas equivalga ad andare "all'estero".

Tuttavia, appena arrivai a Cambridge e misi piede nel leggendario cortile di Harvard, mi innamorai perdutamente. Quindi, subito dopo aver conseguito la laurea triennale, trovai un modo per restare. Frequentai la scuola di specializzazione, collaborai come assistente in sedici corsi diversi e poi iniziai a tenere lezioni mie.

Durante il corso di specializzazione riuscii anche a diventare censore. Il censore è un collaboratore accademico con il dovere di vivere nel collegio universitario o nel dormitorio insieme agli studenti più piccoli; il suo compito consiste nell'aiutarli a destreggiarsi nel mare di difficoltà nel raggiungere sia il successo in termini di profitto che la felicità all'interno della torre d'avorio di Harvard.

A conti fatti, ciò significa che ho vissuto dodici anni in uno studentato e solitamente non si tratta di un'informazione di cui mi vanto al primo appuntamento con una donna.

Vi dico tutto ciò per due motivi. Innanzitutto perché considero Harvard un vero privilegio che ha cambiato radicalmente il modo in cui il mio cervello ha processato la mia esperienza. Sono stato grato per ogni istante trascorso lì, anche nei momenti di maggiore stress, nei periodi degli esami e durante le bufere di neve (un'altra cosa che avevo visto solamente nei film).

In secondo luogo, i dodici anni trascorsi nelle aule universitarie e nei dormitori mi hanno permesso di avere una panoramica generale di come migliaia di studenti di Harvard affrontavano lo stress e le difficoltà della vita universitaria. Fu allora che iniziai per la prima volta a rendermi conto del ricorrere di alcuni modelli comportamentali.

Il paradiso perduto e ritrovato

Più o meno negli stessi anni in cui Harvard veniva fondata, John Milton scriveva nel suo Paradiso Perduto: "La Mente ha in sé la propria dimora e in sé può fare dell'inferno un paradiso e del paradiso un inferno".

Trecento anni più tardi, ho osservato questo principio prendere vita. Molti dei miei studenti consideravano Harvard un privilegio, proprio come facevo io, ma molti altri perdevano ben presto di vista questa realtà e si concentravano esclusivamente sul carico di lavoro, lo stress e la competizione.

Si agitavano incessantemente per il loro futuro, nonostante stessero conseguendo un titolo che avrebbe spalancato loro innumerevoli porte. Si sentivano oppressi, schiacciati dal più piccolo ostacolo o insuccesso, invece di essere motivati e stimolati dalle infinite possibilità dinanzi a loro.

Dopo aver osservato migliaia di studenti sforzarsi e lottare per raggiungere l'obiettivo, mi resi improvvisamente conto di una cosa: non solo questi studenti sembravano i più soggetti a stress e depressione, ma erano anche quelli i cui voti e le cui performance accademiche risentivano maggiormente di questo stato d'animo.

Anni più tardi, nell'autunno del 2009, fui invitato a partecipare per un mese a un ciclo di conferenze in tutta l'Africa. Durante il viaggio, Salim, il direttore generale di un'azienda sudafricana, mi portò a Soweto, centro urbano appena fuori Johannesburg che molti leader ispiratori, tra cui Nelson Mandela e l'Arcivescovo Desmond Tutu, hanno considerato la propria "casa".

Visitammo una scuola nei pressi di una bidonville in cui mancava l'elettricità e l'acqua corrente era pressoché inesistente. Solo quando mi ritrovai dinanzi a quei bambini mi resi conto che nessuna delle storie che solitamente uso nei miei discorsi avrebbe funzionato.

Condividere con loro le ricerche e le esperienze riguardanti studenti universitari americani privilegiati e business leader ricchi e potenti mi sembrava alquanto inappropriato. Quindi provai almeno ad avviare un dialogo.

Cercando disperatamente punti in comune di cui parlare, chiesi in tono palesemente ironico: "A chi di voi piace fare i compiti?". Pensavo che l'apparentemente universale avversione per i compiti ci avrebbe uniti. Tuttavia, con mia grande sorpresa, il 95% dei bambini alzò la mano e iniziò a sorridere in modo genuino ed entusiastico.

Più tardi chiesi scherzosamente a Salim perché i ragazzi di Soweto fossero così strani. "Considerano i compiti un privilegio, che nemmeno molti dei loro genitori hanno avuto" rispose.

Quando tornai ad Harvard due settimane dopo, vidi gli studenti lamentarsi della medesima cosa che i bambini di Soweto consideravano un privilegio. Iniziai a rendermi conto di quanto la nostra interpretazione della realtà cambi l'esperienza della realtà stessa.

Gli studenti concentrati esclusivamente sullo stress e la pressione - quelli che vedevano l'apprendimento come un lavoro ingrato e noioso - si lasciavano sfuggire tutte le opportunità che gli si presentavano. Coloro che invece consideravano il frequentare Harvard un privilegio sembravano risplendere ancora di più.

Cominciai a essere affascinato, inizialmente in modo quasi inconscio e poi con interesse sempre crescente, da ciò che spingeva questi individui dall'elevato potenziale a sviluppare una mentalità positiva per eccellere in un ambiente così altamente competitivo e, parallelamente, quello che portava coloro che soccombevano allo stress a fallire o a rimanere bloccati in una posizione negativa o neutra.

Alla ricerca della felicità ad Hogwarts

Per me Harvard rimane un luogo magico, anche dopo dodici anni. Quando i miei amici del Texas mi vengono a trovare, sostengono che mangiare tutti insieme nella mensa delle matricole sia un po' come essere a Hogwarts, la fantastica scuola di magia di Harry Potter.

Aggiungete gli altri edifici meravigliosi, le abbondanti risorse dell'università e le opportunità apparentemente infinite che offre e i miei amici finiscono spesso col chiedermi: "Shawn, perché perdi il tuo tempo facendo ricerche sulla felicità ad Harvard? Seriamente, perché mai uno studente di Harvard dovrebbe essere infelice?".

All'epoca di Milton, Harvard aveva un motto che rispecchiava le radici religiose dell'istituto: Veritas, Christo et Ecclesiae ("La Verità per Cristo e per la Chiesa"). Da molti anni ormai questa massima si è ridotta a una sola parola: Veritas, o semplicemente verità.

Oggigiorno ci sono molte verità ad Harvard e una di queste dice che, malgrado le strutture e i servizi eccellenti, un collegio dei docenti straordinario e un corpo studentesco composto da alcuni tra i migliori e più brillanti individui d'America (e del mondo), l'università ospita innumerevoli giovani uomini e donne cronicamente infelici.

Nel 2004, per esempio, un sondaggio dell'Harvard Crimson ha rivelato che quattro studenti di Harvard su cinque soffrono di depressione almeno una volta nel corso dell'anno accademico e quasi la metà di questi ragazzi ha crisi depressive così debilitanti da non riuscire a fare praticamente nulla.

Questa infelicità epidemica non riguarda soltanto Harvard. Secondo un'indagine a cura della società di ricerca The Conference Board, Inc. pubblicata nel gennaio 2010, solo il 45% delle persone intervistate era felice del proprio lavoro, il dato più basso mai registrato in ventidue anni di sondaggi.

Oggi il tasso di depressione è dieci volte più alto rispetto a com'era nel 1960. Ogni anno la soglia di età dell'infelicità si abbassa drasticamente, non solo nelle università, ma in tutto il Paese. Cinquant'anni fa, l'età media della comparsa dei primi attacchi depressivi si attestava intorno ai 29 anni e mezzo. Oggi si è quasi perfettamente dimezzata: 14 anni e mezzo. I miei amici volevano sapere perché studiassi la felicità ad Harvard. Risposi loro con un'altra domanda: "Perché non cominciare proprio da qui?".

Decisi quindi per prima cosa di trovare gli studenti che facevano parte di quegli "uno su cinque", quegli individui che si situavano al di sopra della curva in termini di felicità, performance, realizzazione, produttività, umore, energia o resilienza, per scoprire da cosa esattamente traevano un tale vantaggio rispetto ai loro pari. Cosa permetteva a queste persone di sottrarsi alla forza gravitazionale dello studente medio?

Dalle loro vite ed esperienze era possibile trarre dei modelli generali in grado di aiutare altri individui a ottenere un maggiore successo in ogni ambito dell'esistenza in un mondo sempre più stressante e negativo? Come poi fu dimostrato, sì, era possibile.

Le scoperte scientifiche devono molto alla fortuna e al tempismo. Per mia grande fortuna, infatti, trovai ad Harvard tre mentori - i professori Phil Stone, Ellen Langer e Tal Ben-Shahar - che proprio in quel periodo erano all'avanguardia nel nuovissimo campo della Psicologia Positiva. Discostandosi dall'interesse della psicologia tradizionale verso ciò che rende infelici le persone e i modi per farle tornare a una condizione di "normalità", questi tre docenti si stavano dedicando con altrettanto zelo a ciò che invece fa eccellere e prosperare gli individui: esattamente lo stesso interrogativo a cui anch'io volevo dare una risposta.

Sfuggite al culto della medietà

Il grafico sottostante potrebbe sembrare noioso a prima vista, ma rappresenta la ragione per cui mi alzo dal letto contento ogni mattina (ovviamente ho una vita molto entusiasmante!).

Costituisce inoltre il fondamento della ricerca che sta alla base di questo libro.

Si tratta di un grafico a dispersione. Ogni puntino rappresenta un individuo, mentre ciascun asse equivale a una qualche variabile. Questo particolare tipo di diagramma potrebbe raffigurare in realtà qualsiasi cosa: il peso in relazione all'altezza, il sonno in relazione all'energia, la felicità in relazione al successo, e così via.

Se, in qualità di ricercatori, ottenessimo un simile grafico dai nostri studi, saremmo al settimo cielo, perché ci troveremmo chiaramente davanti a un trend: ciò significa che la nostra ricerca verrebbe pubblicata, cosa che, nel mondo accademico, è quello che conta di più. Il fatto che ci sia uno strano puntino isolato - che gli statistici amano definire outlier, cioè valore "anomalo" o "aberrante" - proprio al di sopra della curva non costituisce un problema.

Non è un problema perché può essere semplicemente cancellato. Possiamo cancellarlo perché è palesemente un errore di misurazione e sappiamo che è un errore perché non c'entra nulla con tutti gli altri dati.

Una delle primissime cose che imparano gli studenti dei corsi introduttivi di psicologia, statistica o economia è come fare la "pulizia" dei dati. Quando si è interessati a osservare il trend generale dell'oggetto di una ricerca, gli outlier ne sconvolgono i risultati; ecco perché esistono innumerevoli formule e pacchetti statistici per aiutare i ricercatori intraprendenti a eliminare questi "problemi".

Chiariamo una cosa: non si tratta di un imbroglio, bensì di procedure statisticamente valide se, come ho già detto, si è interessati esclusivamente al trend generale dei dati. E io non lo sono.

L'approccio tipico alla comprensione del comportamento umano è sempre stato quello di cercare il risultato "medio".

Tuttavia, secondo il mio punto di vista, questo approccio errato ha dato origine a quello che io chiamo "il culto della medietà" nelle scienze comportamentali. Se qualcuno pone una domanda del tipo "Quanto impiega un bambino a imparare a leggere a scuola?", la scienza la modifica immediatamente in "Quanto impiega il bambino medio a imparare a leggere a scuola?".

Di conseguenza, vengono ignorati i bambini che apprendono più rapidamente o più lentamente e l'intera classe viene livellata sul bambino "medio". Questo è quello che Tal Ben-Shahar definisce "l'errore della media", nonché il primo difetto della psicologia tradizionale.

Se ci interessiamo esclusivamente della media, rimarremo sempre nella media.

La psicologia convenzionale ignora consapevolmente gli outlier perché non rientrano nel modello, lo ho tentato di fare l'opposto: invece di eliminare questi valori anomali, ho provato a imparare qualcosa da essi (questo concetto fu originariamente descritto da Abraham Maslow nello spiegare il bisogno di esaminare il tratto crescente della curva).

Il Vantaggio della Felicità

I sette principi della psicologia positiva che alimentano il successo e le performance

Shawn Achor

Secondo l'opinione comune, se lavoriamo sodo, otterremo il successo e, una volta ottenuto il successo, allora e solo allora saremo felici. Se solo riuscissimo a trovare il lavoro perfetto, guadagnarci quella promozione o...

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SHAWN ACHOR è uno dei principali esperti mondiali di potenziale umano; ha compiuto ricerche e tenuto conferenze sull'argomento in quarantadue Paesi, cercando di colmare il divario tra scienza della felicità e performance nella vita quotidiana. Formatosi presso alcuni dei pionieri del campo...
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