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L'incrocio pericoloso del mondo - Estratto da "Il Pianeta Mangiato"

di Mauro Balboni 8 mesi fa


L'incrocio pericoloso del mondo - Estratto da "Il Pianeta Mangiato"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Mauro Balboni e scopri come lo stile di vita dell'uomo moderno sta letteralmente consumando il nostro pianeta

Sta consumando all'esaurimento risorse non rinnovabili in tempi umani, come le acque di falda e il terreno fertile. Sta radendo al suolo milioni di ettari di foreste ai quattro angoli del mondo. Sta gasificando l'atmosfera: è la prima causa dell'effetto-serra e quindi del riscaldamento globale. Ci sta letteralmente facendo scoppiare e ammalare. Ci costa un sacco di soldi per sussidiare chi lo produce.

Indice dei contenuti:

Una reale via d'uscita

Ne parliamo in continuazione, a ogni ora del giorno: in TV, sui social networks, dovunque. Ne abbiamo (noi ricchi del mondo) troppo a disposizione, quantità strabilianti che addirittura buttiamo via; non dobbiamo fare nessuno sforzo per procurarcelo (ormai basta un click per la spesa online); ci lamentiamo che ci costa troppo ma in realtà non ne paghiamo gli ingenti danni collaterali. Viene demonizzato o idealizzato ogni giorno.

Cos'è? È il nostro cibo.

Il Pianeta Mangiato cercherà di parlarne senza cadere negli stereotipi di una divisione ormai radicalizzata. Le varie narrative del cibo hanno la loro verità da imporre, inconciliabile con le altre. Da una parte chi, pur essendo parte del problema, se ne autoproclama disinvoltamente la soluzione: è il caso dell'industria agroalimentare. Dall'altra, quelli che hanno visto la luce: il ritorno alla buona agricoltura del buon tempo andato (di solito venduta a prezzi elitari); la dieta o la fede alimentare di turno con la quale il mondo sarà automaticamente salvato.

Eppure, dobbiamo cercare una sintesi condivisa. Ne va dei beni comuni globali di cui avranno bisogno i nostri figli: acqua, terra fertile, clima. E dobbiamo farlo in fretta: interi "granai" del mondo si stanno desertificando; continuando il ritmo attuale dei fenomeni erosivi e di degradazione della terra fertile, l'avremo esaurita entro sessant'anni; nello stesso lasso di tempo dovremo anche adattarci a un cambiamento del clima di cui la civilizzazione umana non ha esperienza.

Ad aggravare il contesto, la bomba demografica (saremo poco meno di 10 miliardi nel 2050), gli squilibri corrosivi tra i vari Nord e Sud del mondo e il boom economico soprattutto in Asia, con miliardi di nuovi consumatori che stanno ripetendo gli errori alimentari fatti da noi e dagli Americani. Il mondo è arrivato a un incrocio pericoloso. Segnatevi questa data: 2080. Ne tratteremo più avanti. Se vi sembra in un futuro troppo remoto per doversene preoccupare oggi, provate a fare mente locale: quanti anni avranno per allora i vostri figli e nipoti?

Capiamoci bene: questo non è un libro contro l'agricoltura. Né potrebbe esserlo: senza agricoltura Homo sapiens sarebbe rimasta una specie di cacciatori-raccoglitori; il mondo avrebbe oggi probabilmente meno di 100 milioni di abitanti, quindi voi e io non saremmo statisticamente mai nati; e il problema di quei pochi Homo sapiens sarebbe quello di procacciarselo, il cibo, non di discuterne.

Questo libro pone una domanda diversa: possiamo ancora permetterci il modello agroindustriale oggi dominante, all'incrocio pericoloso a cui la nostra civilizzazione è arrivata? E se la risposta è no, qual è realisticamente la via d'uscita?

Il vero problema è la malnutrizione

Ma un dibattito non svuotato preventivamente da portatori di interessi particolari appare difficile. Un'ennesima dimostrazione ne è stata fornita da Expo 2015, l'esposizione universale di Milano incentrata proprio sull'alimentazione. Contraddistinta dallo slogan «Nutrire il pianeta, energia per la vita», aveva come simbolo un albero. Ma da quando è stata inventata - circa 10,000 anni fa - l'agricoltura non va troppo d'accordo con gli alberi: al contrario, è ancora oggi la prima causa della deforestazione.

Gli stereotipi di massa confezionati prima, durante e dopo Expo 2015 sono molteplici: il mondo che chiede più cibo; la buona agricoltura che tutela il paesaggio e combatte(rebbe) il cambiamento climatico; la grande industria agroalimentare che si è già incaricata di guidarci verso la mitica sostenibilità, che tutti a parole vogliamo ma che pochi sanno dire cosa sia.

Fra gli stereotipi, il principale mantra attorno al quale l'agroindustria costruisce la propria narrativa: il mondo che chiede più cibo. Ergo: bisogna continuare a produrne sempre di più (la cifra comunemente citata parla della necessità di un aumento del 70% rispetto ad oggi).

Ma il mondo non ha in sé bisogno di più cibo; il mondo ha un problema diverso e articolato: la malnutrizione. Tanto è vero che la FAO, nella Dichiarazione di Roma del 2014, affronta il problema in maniera olistica e cioè comprendendo sì la denutrizione (che interessa 795 milioni di persone) e le deficienze nutrizionali (due miliardi), ma anche il sovrappeso e l'obesità (altri due miliardi).

In un mondo che butta nella spazzatura un miliardo e trecento milioni di tonnellate di cibo ogni anno, i 795 milioni di affamati vengono disinvoltamente usati per convincerci che gli agricoltori devono produrre di più. Ma quei 795 milioni non hanno comunque i mezzi per pagarlo, il cibo. Inoltre, quel cibo che dovrebbe essere prodotto non c'entra niente con gli affamati. Di che si tratta? Semplice, basta guardare quello che è successo negli ultimi anni: cibo trasformato" e proteine animali con cui l'agroindustria vuole completare la conquista del mercato alimentare globalizzato. Ne parleremo.

No, quel cibo non è per gli affamati; è semplicemente destinato a quelli che possono pagarlo. Cioè quei 2 miliardi di noi che mangiano già ora troppo e male, e altri 2 miliardi di nuovi consumatori globalizzati che risiedono nei giganti economici emergenti come i BRICS", i quali stanno conquistando il potere d'acquisto necessario per emulare gli errori dei due miliardi già precedentemente caduti nella trappola dell'ingrasso umano planetario.

Dietro a quello che viene smerciato come l'accorato richiamo del «mondo che chiede più cibo», non c'è nessun afflato evangelico teso a dare il pane a chi ne ha bisogno. È solo un piano di marketing, nel quale noi consumatori siamo prima le cavie e poi le vittime. Ma non è solo un problema di equità sociale in un mondo diviso tra chi mangia troppo e chi non mangia abbastanza. Il cibo ha un costo drammatico per il pianeta, e quindi per il nostro futuro.

Se non lo sapevate, mangiare carne (e bere latte) riscalda l'atmosfera e i mari del pianeta più che andare al lavoro con la macchina. E se vi preoccupate dei residui dei pesticidi nel piatto, perché non lo fate anche per gli altri contaminanti della catena alimentare? Avete mai sentito parlare di eutrofizzazione? Sapete che ogni anno l'agricoltura si beve oltre 3,000 miliardi di metri cubi di acqua dolce (tre quarti di tutto il consumo umano) e scarica nell'ambiente 200 milioni di tonnellate di sostanze chimiche?

Il Pianeta Mangiato cerca di spiegare a che punto siamo arrivati nel rapporto conflittuale tra il nostro cibo, noi stessi e la Terra. E perché ci siamo arrivati. Per farlo deve però sfidare un mito consolidato: che l'agricoltura sia in sé stessa buona, mentre i problemi che frequentemente allertano i media sarebbero deviazioni da quella primitiva bontà, conseguenze di una tecnologia perversa. Ma sfidare quel mito non è facile.

Perché è il mito fondante della nostra civilizzazione: agricoltura e società umana sedentaria sono tutt'uno; la seconda non sarebbe mai nata senza la prima. Mito che oggi alimenta il messaggio rassicurante degli esempi virtuosi vendutici dai giganti dell'industria agroalimentare che controllano il cibo globalizzato; quelli già autoproclamatisi campioni della sostenibilità, meglio se deregolamentata.

Ma anche i messaggi costruiti sulle «vecchie sapienti tradizioni contadine». Quali, esattamente? Quelle di quando gli agricoltori europei conducevano vite di pura sussistenza, si inurbavano ed emigravano in massa? Quelle della fattoria di Nonna Papera"; dei mulini ad acqua, delle amene vallate di improbabili coreografie post-rurali costruite al computer dalla grande trasformazione e distribuzione alimentare?

I danni collaterali

Una narrativa del cibo comunque accattivante e di successo: venduta a prezzi elitari per élites di consumatori, è ovvio. Forse non salverà il mondo, ma ha creato un segmento di mercato premium, in cui il marketing manager della fattoria di Nonna Papera ha visto decollare i profitti. E di cui io stesso sono affezionato cliente.

Più ci siamo fisicamente e tecnologicamente allontanati dalla campagna, più ci siamo costruiti una narrativa parallela del buon tempo andato nella quale una sola cosa - il cibo - deve continuare a essere naturale. E più caro possiamo pagarlo, più lo pretendiamo naturale e tradizionale. Dimenticando che, a tutti gli effetti, dopo l'invenzione dell'agricoltura di cibo naturale non ce n'è più stato.

Siamo sicuri che la rincorsa di noi consumatori affluenti a un'alimentazione naturale (o più naturale) non sia già un mito di ieri? Combattuti - come siamo - tra le opposte narrative del cibo, quanti sono al corrente della vastità dell'agrodisastro nel suo complesso? Quanti sospettano che il punto di non-ritorno verso il collasso globale potrebbe venire raggiunto già entro la durata della vita dei nostri figli? E quanti conoscono esattamente il ruolo che il nostro cibo esercita nella corsa al collasso?

Il Pianeta Mangiato non cerca di vendervi l'ennesima dieta salva-pianeta: vuole invece fornire una visione quanto più possibile completa dei danni collaterali del modello agroalimentare contemporaneo e - sia che vi siate già costruiti la vostra narrazione della salvezza alimentare, sia che non abbiate mai sentito parlare di queste cose - stimolare due domande: abbiamo capito a che punto siamo e quanto tempo ci resta?

Non è un libro contro il progresso umano; è a favore dell'unico progresso possibile, quello che riconosca i limiti fisico-chimici e biologici del pianeta che ci ospita. Già così come è oggi il mercato del cibo è probabilmente incompatibile con questo pianeta; e a mangiare regolarmente siamo solo in 6 miliardi e mezzo. Entro trentacinque anni saremo quasi 10. E in un clima cambiato. Molto poco probabile che si possa continuare a produrre le stesse cose così come lo facciamo ora e negli stessi posti. Ma quali sono le alternative?

Tutti noi siamo romanticamente interessati all'espressione «salvare il mondo». Ma oggi dovremmo prima metterci d'accordo su cosa intendiamo. Visto che viviamo già su un pianeta diverso da quello in cui è nata la mia generazione: gli scienziati ci dicono che siamo già entrati nell'Antropocene', la nuova era determinata e definita dall'impatto negativo che le attività umane hanno avuto sui sistemi planetari.

E allora, cosa vogliamo esattamente salvare? Le caratteristiche dell'era dell'Olocene (cioè le condizioni climatiche e ambientali dei precedenti 10,000 anni; quelle che hanno permesso la nascita dell'agricoltura e l'affermazione della civilizzazione umana)? O almeno parte di esse? E se per quello fosse già tardi?

E se fosse già il caso di dovere preparare la nostra resilienza (inclusa quella della catena alimentare) alle condizioni dell'Antropocene, l'era sintetica in cui i processi dell'uomo hanno alterato se non sostituito quelli naturali? Nella quale alcuni dei fattori della produzione agricola così come fatta finora scarseggeranno o, se saranno disponibili, lo saranno in zone dove non è stata fatta agricoltura finora? Di cosa ci nutriremo? Come e dove lo produrremo? Chi si accapiglia oggi per mangiare solo «cibo italiano» è al corrente del fatto che in futuro la sua pasta sarà di grano siberiano o scandinavo?

Saremo costretti a cambiare totalmente il concetto di alimentazione? E se i campi coltivati dovessero diventare ambienti multifunzionali molto diversi da quelli di oggi? E se il cibo del futuro dovesse venire prodotto senza terra e senz'acqua? E se dovessimo dichiarare defunti per sempre l'agricoltura e l'allevamento così come li facciamo da 10.000 anni; e a cui continuano a guardare, nessuna esclusa, tutte le narrative del cibo che si combattono tra loro?

Una sola cosa è sicura: mentre noi minoranze intellettuali del mondo ricco celebriamo i nostri riti alimentari - totalmente urbani, anche se in nome di una naturalità agreste da cui siamo peraltro fuggiti in massa qualche generazione fa - l'agrodisastro planetario continua. Siamo talmente ossessionati dagli effetti - veri o presunti - che il nostro cibo quotidiano potrebbe avere (o non avere) su noi stessi da esserci dimenticati che al momento, più che nutrirlo, il pianeta ce lo stiamo mangiando.

Il Pianeta Mangiato

La guerra dell’agricoltura contro la terra

Mauro Balboni

Un libro per aprire gli occhi sullo stato del pianeta, sul suo sfruttamento e sulle sue ultime risorse. Scritto da un ex dirigente di livello internazionale nel settore dell’agroindustria. E' un libro di denuncia ma è...

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Mauro Balboni

Mauro Balboni è nato a Bolzano nel 1958 e vive oggi in Svizzera (dopo essere passato per Austria e Inghilterra). Si è laureato in Scienze Agrarie all’Università di Bologna. È stato dirigente di livello internazionale nell’agroindustria, per la quale ha...
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