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Introduzione - La Società del BenEssere Comune - Libro di Francesco Gesualdi e Gianluca Ferrara

di Francesco Gesualdi, Gianluca Ferrara 4 mesi fa


Introduzione - La Società del BenEssere Comune - Libro di Francesco Gesualdi e Gianluca Ferrara

Leggi un estratto dal libro di Francesco Gesualdi e Gianluca Ferrara "La Società del BenEssere Comune"

Siamo giunti alla fine di un'epoca storica. Un'epoca che è cominciata con la Rivoluzione industriale e sta terminando con la finanziarizzazione dell'economia, ove a creare ricchezza non sono più i mezzi di produzione e la forza lavoro ma i computer della grande finanza internazionale.

I capitali non si accumulano più in virtù di una manodopera sottopagata; oggi una fetta consistente della ricchezza è generata dal nulla, con pochi click, da computer che tramite sofisticati algoritmi fanno muovere a folle velocità immense somme di denaro. È la società del male comune, in cui l'individualismo e il mercato hanno sottomesso il senso di comunità e lo spirito di condivisione.

È la vittoria dell'Io sul Noi, la celebrazione della società darwinista ove il più forte sottomette il più debole.

Una vera rivoluzione antropologica, che nell'inconsapevolezza dei più, in pochi decenni, ha minato i pilastri su cui si è da sempre retta la nostra umanità. Viviamo un tempo in cui si costruiscono esistenze senza basi etiche, culturali e spirituali. Non siamo più cittadini sovrani, espressione di quella pluralità che caratterizza la nostra specie, ma consumatori succubi di un pensiero unico, ove la politica soggiace ai dogmi economici.

Il secolo trascorso è stato caratterizzato inizialmente da politiche liberali ispirate a pensatori come Adam Smith; poi, dopo il crollo del 1929, si è cominciato ad attuare politiche keynesiane, che hanno permesso di ricostruire le tante infrastrutture andate distrutte dopo il secondo conflitto mondiale. L'intervento dello Stato nell'economia fu un volano fondamentale per far ripartire il motore della crescita.

Dopo il trentennio glorioso, alla fine della sua espansione caratterizzata da inflazione e stagnazione (stagflazione), si è avuta la controrivoluzione neoliberale. L'elezione di Margareth Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti fu determinante per il diffondersi in Occidente delle teorie neoliberali, che dopo il 1989, caduto il muro di Berlino, debordarono anche nell'Est Europa per poi, senza più antagonisti, colonizzare l'intero pianeta.

Ma oggi anche la controrivoluzione neoliberista sta finendo, tra la disoccupazione, gli indebitamenti e un crescente aumento della sperequazione tra i pochi che posseggono quasi tutto e i tanti che non hanno nulla. Secondo il rapporto Un'economia per l'1% del 2016 della ONG britannica Oxfam, i 62 uomini più ricchi del mondo posseggono un patrimonio equivalente a quello dei 3,6 miliardi più poveri.

Oggi ci troviamo a un bivio; pensare in Occidente di intraprendere una nuova stagione come quella cominciata dopo il secondo conflitto mondiale è utopico. La folle presunzione di poter crescere in maniera infinita in un pianeta dalle risorse finite non è più praticabile.

Le conseguenze di un paradigma senza limite si palesano anche in quei fenomeni, definiti con un certo grado di ipocrisia come “terrorismo”, che sono ripercussioni di politiche imperialiste miranti ad accaparrare sempre nuove risorse. Le recenti guerre in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, che hanno destabilizzato un'intera regione e generato enormi perdite di civili, sono tutte conseguenze della società della crescita. Una società pianificata da un'élite senza scrupoli, che non vuole rinunciare a uno stile di vita impossibile da estendere all'intero pianeta.

Alle devastazioni economiche e belliche, frutto della società del male comune, vanno aggiunte quelle ambientali.

La comunità scientifica ci informa che, se continuiamo a usare l'atmosfera come pattumiera continuando a gettarci gas climalteranti, le temperature in questo secolo potrebbero aumentare fino a 5 °C. Sarebbe una catastrofe. Desertificazioni, inondazioni, incendi, alluvioni a cui stiamo già assistendo potrebbero intensificarsi e diventare fenomeni quotidiani. Gli spazi vitali sono destinati a ridursi in maniera significativa e le guerre per accaparrarsi le ultime risorse disponibili si moltiplicherebbero in maniera esponenziale. Come ipotizzato da alcuni biologi, potremmo avere già imboccato la strada dell'estinzione.

La certezza è che l'odierno paradigma economico che domina i nostri tempi non ha più futuro. Occorre transitare in un nuovo modello di società, alternativo a quello vigente.

Va sviluppata un'altra idea, la quale dev'essere uno stimolo per virare dalla strada che ci conduce al precipizio. È la società del benessere comune, in cui le nostre esistenze non sono più declinate con l'Io ma con il Noi.

Negli ultimi quattro decenni, siamo stati talmente inondati dalla mentalità mercantile che il senso di comunità ci sembra un miraggio. Diritti come l'abitazione, l'istruzione, il cibo, la sanità sono diventati battaglie quotidiane. I perdenti in queste battaglie sono sempre di più e diventano scarti di una società senza più sicurezze, senza reti di protezione. Nella società del benessere comune, ai privati non può essere permesso di gestire la moneta o l'energia; persino l'acqua è stata privatizzata. Poche lobby, attraverso una colonizzazione culturale veicolata da mass media di loro proprietà, si sono impossessate di tutti i settori vitali che invece devono essere gestiti dalle comunità.

Nella società del benessere comune i diritti non vanno conquistati ma garantiti. Secondo il Sipri di Stoccolma, nel 2015 si sono investiti in armamenti 1800 miliardi di dollari: una cifra immensa che, oltre a seminare morte e nuove divisioni, ha gonfiato i conti correnti delle lobby degli armamenti. Se anche solo una parte di questa somma fosse investita per il bene comune, l'intera umanità vivrebbe nel benessere e si potrebbero dedicare energie e tempo allo studio, alle relazioni, alla conoscenza e all'accettazione di se stessi e degli altri. Vanno ricostruiti pilastri etici come solidarietà e fratellanza, a prescindere dalla razza, dal genere e dalla religione. La vera sfida da vincere è culturale, prima che economica.

Vanno rinsaldati quei legami sociali recisi con diabolica precisione al fine di separare i cittadini per trasformarli in consumatori solitari.

La storia dell'uomo è stata per secoli caratterizzata da pratiche come il dono, lo scambio e l'autoproduzione. Tutte attività antitetiche alla società mercantile e per questo sradicate dalla cultura comune. La colonizzazione mercantile ha affondato i propri artigli anche in realtà come quella africana o indiana, in cui l'autoproduzione ha sempre garantito la sussistenza; sradicare le economie di sussistenza ha significato condannare a morte, negli ultimi quattro decenni, decine di milioni di persone ogni anno. Un olocausto pianificato a partire dagli anni Settanta da multinazionali, le quali hanno depredato territori e stravolto tradizioni e pratiche che per secoli si sono tramandate.

In riferimento allo slogan nazista “Arbeit macht frei”, Primo Levi disse: «L'ideologia ufficiale nazista credeva veramente che il lavoro fosse liberatorio […] Se il fascismo avesse prevalso, l'Europa intera si sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio».

Nell'odierno totalitarismo 2.0 sembra prevalsa questa nefasta logica mercantile che associa lavoro a libertà. La maggior parte dei cittadini è succube del salario, essendo state stralciate le suddette attività che da sempre hanno mediato i rapporti umani. Senza un salario, si è condannati all'oblio sociale. Un oblio voluto, perché una maggiore offerta di manodopera di cui disporre equivale a salari più bassi.

La realtà è che con la controrivoluzione neoliberista il ruolo degli Stati è stato depotenziato fino a diventare insignificante. Se volesse, lo Stato – inteso come noi cittadini, e non quell'entità astratta, coercitiva e burocratica cui è ridotto – potrebbe assumere ogni disoccupato e impiegarlo nella miriade di lavori utili di cui il Paese ha bisogno. Si pensi solo a quanto lavoro diretto e indiretto si creerebbe se lo Stato si impegnasse a finanziare la conversione degli edifici che crollano alla prima scossa in strutture antisismiche. Magari coibentando questi edifici evitando dispersioni e rendendoli autonomi dal punto di vista energetico trasformando i tetti in piccole centrali elettriche alimentate con i raggi del sole. Oltre al lavoro, si porrebbe fine alle guerre per il petrolio e il gas che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

Dove reperire i capitali è un altro falso problema. I soldi, se non fosse stata rubata anche la sovranità monetaria, si creano dal nulla con pochi click.

Come vedremo in seguito, dal 2007 al 2013 le banche centrali di tutti i Paesi industrializzati hanno aumentato la loro base monetaria in maniera vertiginosa. Ma quei capitali servivano per consegnarli a delle banche che in precedenza avevano truffato i cittadini, accusati persino della crisi perché colpevoli di aver vissuto al di sopra delle loro possibilità.

Intanto, nel teatro dell'assurdo tutti i politici quotidianamente recitano il copione scritto dai grandi potentati economico-finanziari, in cui si cantano le lodi del mito della crescita economica che creerebbe nuove occupazioni. Politici ed economisti come sciamani moderni ballano intorno a questo totem del PIL, auspicando in un suo anche lieve segnale di crescita. Eppure, come vedremo, crescita non è sinonimo di occupazione, anzi, è vero il contrario. La delocalizzazione e soprattutto l'automazione produrranno crescenti legioni di disoccupati. Se non saranno previste le nuove formule comunitarie che in questo testo abbiamo segnalato, ci si avviterà nel solito schema fatto prima di un crescente conflitto sociale e poi di nuove guerre che ridurranno la popolazione e distruggeranno quelle infrastrutture che poi possono essere ricostruite.

Oggi ci sono persone che muoiono o si tolgono la vita per il troppo lavoro e altre che fanno la medesima fine perché di lavoro non ne hanno.

Se la politica non fosse succube dei dogmi mercantili, si potrebbe ridurre l'orario di lavoro. Se i sindacati avessero seguito questa strada (invece di puntare sull'aumento dei salari), non ci troveremmo nell'odierna situazione disastrosa. Nemmeno l'uomo primitivo dedicava tanto tempo a garantirsi la sopravvivenza. Oggi si vive per produrre e non il contrario; inoltre, quale lavoro va creato?

In nome del lavoro salariato si rendono complici gli operai di crimini; si pensi, restando nel nostro Paese, alle quasi 700 tonnellate annue di polveri emesse da fabbriche come l'Ilva. In nome del lavoro e della crescita si trascorrono anni e anni sotto un neon, per raccogliere un salario gettato ai piedi come elemosina da quelli che un tempo si chiamavano padroni. Elemosina da spendere il fine settimana in megacentri commerciali di proprietà del solito pugno di Paperon de' Paperoni.

Nella società del male comune, a trionfare è l'infelicità perché a prevalere non sono i propri sogni ma i bisogni indotti.

Nella società del benessere comune il tempo da dedicare alle relazioni è più prezioso, rispetto al denaro usato per acquistare dosi crescenti di oggetti. Nella società del benessere comune i cittadini non sono schiavi del binomio produzione-consumo, che li relega a una perenne competizione che genera pochi vincitori e tanti perdenti.

Nella società del benessere comune sono garantiti a tutti gli stessi diritti e la stessa dignità e a prevalere è l'essere, non l'avere. Nella società del benessere comune nessuno rimane indietro.

In questo libro si vuole proporre un'altra idea di società, rispetto a quella odierna generatrice di infelicità e insicurezze. La si vuole proporre partendo da nuovi modi di concepire il lavoro e il consumo, e quindi soffermando l'attenzione sull'importanza di capire cosa va prodotto e cosa può essere oggetto delle logiche del mercato, che può mediare i bisogni e non i diritti fondamentali cui fa riferimento la nostra Costituzione.

Questo libro è un manuale di istruzioni per costruire una società del benessere comune, che però può realizzarsi solo con la partecipazione di tutti.

La Società del BenEssere Comune

Rivoluzione personale e cambiamento sociale per vivere molto meglio senza consumare sempre di più

Francesco Gesualdi, Gianluca Ferrara

Il mito della crescita sta finendo? Vari segnali ambientali ed economici ci dicono di sì. Ciò nonostante l'attuale sistema economico continua a indicarlo come il suo principale obiettivo, usando come giustificazione...

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Francesco Gesualdi è stato allievo di Don Milani alla Scuola di Barbiana. È coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (PI), un centro di documentazione che si occupa di squilibri sociali e ambientali a livello internazionale, con l'obiettivo di indicare le iniziative...
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Gianluca Ferrara Laureato in scienze politiche, è autore di opere di saggistica (Viaggio nella droga proibita, Dio non ha la barba, Incenerire i rifiuti? No, grazie) e di narrativa (Più forte del destino, Racconti transgenici). Nel 2005 ha fondato la casa editrice Edizioni Creativa e, da una...
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