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In Viaggio con Michele

Un incontro con l'altra dimensione

Paola Giovetti




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Descrizione


La mano che la conduceva era grande, forte e dolce nella stretta, e intanto la voce profonda e amichevole del giovane vestito di bianco le diceva: “Vieni, vieni, non avere paura...”.

Romanzo breve ispirato ai temi della ricerca di frontiera, in particolare le esperienze in punto di morte e il contatto con gli angeli.

Racconta l’incontro nella dimensione post-mortale tra la protagonista, che vi è giunta per un incidente, e un angelo che le fa da guida e l’invita a rivisitare la propria non facile esistenza e a valutarla in base a criteri non sempre coincidenti con quelli abituali.

Un finale a sorpresa conclude una vicenda più reale e “possibile” di quanto si potrebbe pensare e invita a riflettere sul significato dell’esperienza di vita sulla Terra e il nostro destino ultimo.

 

EditoreVerdechiaro Edizioni
Data pubblicazioneSettembre 2004
FormatoLibro - Pag 95 - 14x21
ISBN8888285180
EAN9788888285184
Lo trovi in#Angeli #Racconti per l'anima #Romanzi #Vita e morte
MCR-NR 6494

ESTRATTO DEL LIBRO

L’onda la investì all’improvviso, facendole ingoiare parecchia acqua salata.
Rimase stordita e lottò per restare a galla e continuare a nuotare.

Senza rendersene conto si era allontanata troppo da riva e l’onda l’aveva colta già stanca, mentre stava pensando – strano pensiero per lei che aveva sempre amato molto la vita – che sarebbe stato facile farla finita, sparire per sempre in mare.

Come doveva essere dolce non pensare più, non ricordare nulla, riposare…

Chissà se si riposa davvero nell’aldilà, si era chiesta un po’ ironicamente continuando ad andare verso il largo. Bastava poco, solo smettere di nuotare – e in due minuti sarebbe stato tutto finito.

L’onda arrivò in quel momento. Poi ne arrivò un’altra e un’altra ancora. L’istinto di conservazione la fece reagire con energia, ma l’acqua inghiottita, la stanchezza e una certa indefinita attrazione ebbero la meglio.

Adriana rifletté elocemente e lucidamente: sapeva che nessuno poteva aiutarla, in quanto era entrata in mare senza avvertire nessuno, in un’ora in cui la spiaggia era deserta.
Era sola, non poteva contare che sulle proprie forze. Una breve lotta, poi rinunciò. Non combatté più per restare a galla e, come un turacciolo sballottato dal mare, affondò e riemerse più volte. Finché, sfinita ma neppure troppo spaventata, smise di respirare meravigliandosi di non provare alcuna sofferenza. Poi arrivò un’ondata più forte delle altre, e fu solo buio e silenzio.
Riprese coscienza a fatica, come quando si dorme troppo a lungo.

Si stropicciò gli occhi e si stiracchiò, chiedendosi dove mai si trovasse.

Era distesa su una sorta di branda da campo, stretta ma comoda, coperta da un lenzuolo che le parve di seta, soffice e leggero.

Aveva ancora addosso il costume da bagno intero col quale era entrata in acqua. Stranamente, sia il costume che i capelli erano asciutti.

Poco per volta ricordò: si era allontanata troppo da riva ed era stata travolta da una serie improvvisa di onde.

Ricordò di aver lottato, di aver consapevolmente smesso di respirare quando aveva creduto di non farcela più e di essere entrata, senza sofferenze, in una dimensione buia e silenziosa.

Aveva pensato che quella fosse la morte – e invece eccola qui, sveglia e asciutta, sdraiata su un lettino sconosciuto.

Allora qualcuno l’aveva vista e salvata! Si stupì di sentirsi così bene e piena di energia.

“Si vede che non ho bevuto poi tanta acqua”, si disse stupita. “Forse sono in ospedale... Ma come mai è così buio? Perché c’è tanto silenzio? Forse è notte, forse hanno spento la luce per farmi riposare... Ci sarà pure una lampada sul comodino, vediamo dov’è l’interruttore...”

A tastoni cercò il comodino ai due lati del letto, ma le sue mani non incontrarono che il vuoto. Cominciò ad avere paura.

“Ora chiamo aiuto, qualcuno verrà... deve venire qualcuno a spiegarmi cos’è successo e dove mi trovo!”

Aveva appena formulato questo pensiero che ai piedi del suo giaciglio si accese una luce: prima lieve, poi sempre più intensa. Sembrava un faro, e a un certo punto Adriana dovette chiudere gli occhi perché il bagliore era troppo forte. Quando li riaprì, al centro della luce le parve di intravedere una figura umana.

Si mise seduta per guardare meglio.

Poco per volta l’intensità della luce diminuì, evidenziando la figura di un giovane sconosciuto sui trentacinque anni, alto, bruno, occhi scuri e sopracciglia folte, vestito di un blusotto bianco e calzoni anch’essi bianchi. Un bianco insolitamente luminoso.

“Lei è un infermiere?” chiese Adriana, domandandosi il perché di quell’apparizione abbastanza teatrale.

“Non proprio, anche se in qualche modo potrei essere considerato un infermiere”.

“Non capisco bene...”

“Non ti preoccupare, capirai”. La voce dell’uomo era profonda e un po’ roca, il tono rassicurante, l’espressione benevola anche se – così parve ad Adriana – un tantino severa.

“Perché mi dà del tu? Non ci conosciamo, mi sembra”, chiese Adriana che teneva molto alla forma.

“Qui tutti ci diamo del tu”, rispose semplicemente l’uomo vestito di bianco.

Adriana non fece commenti e chiese quello che più le stava a cuore: “Dove mi trovo, che cosa è successo?”

“Hai avuto un incidente in mare, non ricordi?”

“Certo che me ne ricordo. Però credevo di essere morta, e invece mi sento benissimo”.

“Succede sempre così. Tutti si sentono benissimo”.

“Ma dove mi trovo?” chiese ansiosamente Adriana, sorvolando sulla stranezza della risposta.
“In un luogo di passaggio, dove potrai riflettere”.

“Riflettere su che cosa?”
“Sulla tua vita”.

Adriana rimase senza parole. Era tutto così irreale, e al tempo stesso così logico e naturale.
“E tu perché sei qui?”
“Per aiutarti a riflettere”.
“Come ti chiami?”
“Michele”.
“Un bel nome...”
[...]

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