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Bruce Lipton - Anteprima - La Biologia delle...

Introduzione del libro "La Biologia delle Credenze"

Bruce Lipton - Anteprima - La Biologia delle Credenze


Avevo sette anni e facevo la seconda elementare quando, salendo su una cassetta, arrivai all'altezza giusta per appoggiare l'occhio contro la lente di un microscopio. Ma essendo troppo vicino, vidi soltanto una macchia luminosa. Quando mi calmai tanto da ascoltare finalmente le istruzioni della mia insegnante, la signora Novak, mi scostai un po' dalla lente. In quel momento avvenne un fatto sensazionale che determinò il corso della mia vita futura.

Un paramecio, un minuscolo protozoo, nuotò nel mio campo visivo. Ero ipnotizzato. Non sentivo più il vociare dei miei compagni, né l'odore delle matite appena temperate che nella mia mente era associato al ritorno a scuola, e neppure l'odore dei nuovi pastelli a cera e del portapenne di plastica. Il mio intero essere era pietrificato di fronte al mondo sconosciuto di quella cellula che per me era molto più eccitante degli effetti speciali dei film moderni. Nella mia mente innocente di bambino vedevo quel minuscolo organismo vivente non come una cellula, ma come una persona microscopica, un essere senziente e pensante. Più che agitarsi qua e là senza scopo, quel microscopico organismo unicellulare mi sembrò "in missione", anche se ovviamente ignoravo che tipo di missione. Mentre osservavo silenziosamente alle sue "spalle" la frenetica attività del paramecio sul viluppo di alghe il grosso pseudopodio di un'ameba gangliforme cominciò a infiltrarsi nel mio campo visivo.

La mia visita in quel mondo lillipuziano terminò bruscamente quando Glenn, il bullo della classe, mi spinse via affermando che era il suo turno. Cercai di attirare l'attenzione dell'insegnante, nella speranza che la maleducazione di Glenn mi avrebbe fatto guadagnare altri preziosi secondi al microscopio, ma mancavano pochi minuti alla pausa di mezzogiorno e tutti i miei compagni reclamavano a gran voce il proprio turno. Dopo la scuola, appena arrivai a casa, raccontai tutto eccitato a mia madre l'avventura con il microscopio.

Usando tutto il potere di persuasione di un bambino di seconda elementare, pregandola, supplicandola e blandendola, ottenni in regalo un microscopio su cui avrei passato ore e ore, affascinato dal quello strano mondo che solo i miracoli dell'ottica rendevano accessibile. Più tardi, all'università, passai al microscopio elettronico. Il vantaggio di un microscopio elettronico rispetto a un normale microscopio ottico è che mille volte più potente.

La differenza è simile a quella tra i cannocchiali a 25 ingrandimenti usati dai turisti per ammirare un panorama e il telescopio orbitante Hubble che trasmette le immagini dello spazio profondo. Entrare nella stanza del microscopio elettronico di un laboratorio è una sorta di rito di passaggio per gli aspiranti biologi. Si entra attraverso una porta girevole, simile a quella della camera oscura di un laboratorio fotografico. Ricordo la prima volta che entrai nella porta girevole: ero in uno spazio buio tra due mondi, la mia attuale vita di studente e la mia futura vita di scienziato.

Quando la porta completò la sua rotazione, mi trovai in una grande stanza buia, debolmente illuminata dalle stesse luci rosse di una camera oscura. A mano a mano che i miei occhi si adattavano alla penombra, rimasi impressionato da quello che vedevo. Le luci rosse illuminavano, con un effetto magico, la superficie riflettente di una colonna d'acciaio cromato di lenti elettromagnetiche, del diame tro di una trentina di centimetri, che si innalzava sino al soffitto in mezzo alla stanza. Alla base della colonna c'era una grande consol che assomigliava al quadro di controllo di un Boeing 747, piena di interruttori, spie e luci lampeggianti. Un groviglio di fili elettrici, tubi e canaline sottovuoto usciva dalla base del microscopio, come le radici di una vecchia quercia. Lo sferragliare degli aspiratori e degli impianti di raffreddamento riempiva la stanza.

Mi sembrava di essere sul ponte di comando dell'U.S.S. Enterprise. Evidentemente era il giorno libero del comandante Kirk, perché seduto alla consol c'era uno dei miei insegnanti, impegnato nella complessa procedura di introdurre un campione di tessuto nella camera sotto vuoto dentro la colonna d'acciaio. Con il passare dei minuti, mi ritornava sempre più vivida alla memoria l'esperienza di quel giorno di seconda elementare in cui avevo osservato per la prima volta una cellula. Finalmente, un'immagine verde fluorescente apparve sullo schermo al fosforo. Per il momento, a trenta ingrandimenti soltanto, le cellule erano appena distinguibili. Poi si passò a 100 ingrandimenti, 1.000, 10.000 e infine a più di 100.000.

Era davvero come Star Trek, con la differenza che, invece di addentrarci nello spazio esterno, stavamo entrando in uno spazio interno, dove "nessun uomo è mai giunto prima". L'attimo prima stavo osservando una cellula, e l'attimo dopo mi stavo immergendo nella sua struttura molecolare. Percepivo nettamente il timore reverenziale di trovarmi sulla linea di confine di quella frontiera scientifica. E altrettanto grande fu la mia eccitazione quando venni nominato secondo pilota. Misi le mani sui comandi per "volare" in quel paesaggio cellulare extraterrestre. Il professore mi faceva da guida e mi indicava gli elementi più interessanti. «Questo è un mitocondrio, quello è l'apparato di Golgi, laggiù c'è un poro nucleare, questa è una molecola di collagene, quello è un ribosoma».

Mi eccitava soa, c'erano le chiavi capaci di svelare i misteri della vita. Per un breve istante gli oculari del microscopio si trasformarono in una sfera di cristallo, e nella misteriosa luminescenza verde del suo schermo fluorescente vidi il mio futuro. Sarei diventato un biologo cellulare e avrei concentrato la mia ricerca sull'attento esame di ogni sfumatura dell'ultrastruttura della cellula per comprendere i segreti della vita cellulare. Come avevo imparato nei primi anni di università, la struttura e la funzione degli organismi biologici sono strettamente interconnesse. Collegando la microstruttura anatomica della cellula al suo comportamento, ero sicuro che sarei arrivato a importanti intuizioni sulla natura della Natura.

Durante i miei studi universitari, il dottorato di ricerca e la carriera di docente, in una scuola di medicina dedicai quasi tutto il mio tempo all'esplorazione dell'anatomia molecolare delle cellule, perché nella struttura della cellula sono racchiusi i segreti delle sue funzioni. L'esplorazione dei "segreti della vita" mi portò a una carriera di ricercatore concentrata sullo studio sulla clonazione delle cellule umane in coltura tissutale. Dieci anni dopo il mio primo incontro ravvicinato con un ME, il microscopio elettronico, avevo una cattedra alla prestigiosa School of Medicine dell'università del Wisconsin, avevo ottenuto riconoscimenti a livello mondiale per le mie ricerche sulla clonazione delle cellule staminali, e le mie capacità didattiche erano molto apprezzate.

Ero passato a microscopi elettronici ancora più potenti che consentivano immagini tridimensionali computerizzate simili a quelle ottenute con la TAC. Benché ora usassi strumenti molto più sofisticati, il mio approccio non era mutato. Non persi mai la certezza, risalente ai miei sette anni, che la vita delle cellule che studiavo avesse uno scopo preciso. Purtroppo, non pensavo che anche la mia vita avesse uno scopo. Non credevo in Dio, anche se confesso che a volte prendevo in considerazione l'idea di un Dio che governa con un senso dell'umorismo raffinatamente perverso. Dopo tutto ero un biologo classico, per il quale l'esistenza di Dio è una domanda inutile: la vita è il prodotto del caso, di una carta fortunata o, per essere più precisi, del lancio casuale dei dadi genetici. Il motto della nostra professione, sin dai tempi di Darwin, è sempre stato: «Dio? Noi non abbiamo bisogno di nessun Dio ammuffito».

Darwin non negava l'esistenza di Dio; riteneva semplicemente che il caso, e non l'intervento divino, fosse il responsabile del carattere della vita sulla Terra. Nel suo libro del 1859, L'origine della specie, Darwin sostiene che i tratti specifici degli individui si trasmettono dai genitori ai figli, e che tali "fattori ereditari" controllino le caratteristiche della vita di ogni individuo. Questa intuizione gettò gli scienziati in una frenetica ricerca nel tentativo di sezionare la vita riducendola ai suoi elementi molecolari di base, perché era lì che si dovevano trovare i meccanismi ereditari che controllano la vita. La ricerca si concluse con un notevolissimo risultato cinquant'anni fa, quando James Watson e Francis Crick descrissero la struttura e la funzione della doppia elica del DNA, il materiale di cui sono composti i geni.

Finalmente la scienza era riuscita a scoprire la natura dei "fattori ereditari" di cui Darwin aveva parlato nel XIX secolo. I giornali inneggiarono al meraviglioso, nuovo mondo dell'ingegneria genetica che prometteva bambini progettati a tavolino e mirabolanti terapie mediche. Ricordo vivamente i titoli a caratteri cubitali che apparvero sulle prime pagine dei quotidiani di quel memorabile giorno del 1953: «Scoperto il segreto della vita». Come i giornalisti, anche i biologi saltarono sul carro trionfale dei geni. Il meccanismo con cui il DNA controlla la vita biologica divenne il Dogma centrale della biologia molecolare, diligentemente esposto nei dettagli nei libri di testo. Nell'eterno dibattito "natura contro educazione", il pendolo iniziò a oscillare decisamente dalla parte della natura. All'inizio, il DNA era ritenuto responsabile soltanto dei nostri caratteri fisici ma, in seguito, si cominciò a pensare che i geni controllino anche le nostre emozioni e i nostri comportamenti.

Quindi, se siete nati con un gene della felicità difettoso, potete aspettarvi una vita infelice. Purtroppo, anch'io mi ritenevo una vittima di un gene della felicità mancante o mutante, e barcollavo sotto una scarica di colpi emotivi terribili. Mio padre era appena morto dopo una lunga e dolorosa lotta contro il cancro. Ero io che mi prendevo soprattutto cura di lui, e avevo passato gli ultimi quattro mesi a fare la spola in aereo ogni tre o quattro giorni tra la mia università nel Wisconsin e la sua casa a New York. Oltre ad assisterlo al capezzale, portavo avanti il mio programma di ricerca, insegnavo e tentavo di ottenere delle sovvenzioni.

Ad aumentare il mio livello di stress contribuì il fatto di trovarmi nel bel mezzo di un devastante divorzio che mi prosciugava finanziariamente ed emotivamente. Le mie risorse si assottigliavano rapidamente per nutrire i miei nuovi "dipendenti": giudici e avvocati. In difficoltà economiche e senza più una casa, mi ero ridotto a vivere con un'unica valigia in una terrificante casa popolare. La maggior parte dei miei vicini sperava di migliorare il proprio livello di vita andando a vivere in roulotte. I vicini della porta accanto mi facevano particolarmente paura. Nel giro di una settimana la mia serratura fu fatta saltare e il mio nuovo stereo prese il volo.

Una settimana più tardi, bussò alla mia porta un tipaccio, una specie di armadio di 1.80 per 90. Con una bottiglia di birra in una mano, e stuzzicandosi i denti con un chiodo che teneva nell'altra mano, mi chiese se per caso avevo anche il libretto di istruzioni dello stereo. Toccai il fondo il giorno in cui scagliai il telefono attraverso la porta a vetri del mio ufficio, mandando in frantumi la scritta "Bruce H. Lipton, Professore associato di Anatomia' u.W. School of Medicine", e urlando: «Basta, non ne posso più!». Il tracollo era stato causato da un funzionario della banca che mi aveva chiamato per comunicarmi, educatamente ma con fermezza, che la mia richiesta di un prestito era stata respinta.

Sembrava la scena madre del film Terms of Endearment, in cui Debra Ginger appropriatamente risponde alle speranze del marito di diventare docente di ruolo: «Ci mancano già i soldi per pagare le bollette adesso. Se passerai di ruolo vorrà soltanto dire che ci mancheranno i soldi per sempre».

 

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