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Rifiuti: un problema o un'opportunità?

Rifiuti: un problema o un'opportunità?

La redazione del Consapevole

Problema rifiuti, emergenza rifiuti, dramma rifiuti: la gestione dei rifiuti viene spesso vista e vissuta da cittadini, amministratori e politici come una situazione che pone problematiche inevitabili e senza soluzione. Oppure – caso ben peggiore – le uniche soluzioni proposte sono legate alle obsolete strategie dell’incenerimento e della discarica.

Eppure esiste un modo nuovo, una prospettiva diversa, di guardare ai rifiuti. Un punto di vista innovativo e capace di futuro in grado di ribaltare i termini della questione: da problema a opportunità, da emergenza a risorsa, da sperpero a guadagno, da “vantaggio di pochi” a “vantaggio di tutti”, da devastazione ambientale a tutela del territorio e della salute di chi lo abita.

Questa prospettiva ha molti e diversi nomi:

Utopie? No, realtà. E anche molto concrete, come dimostrano i tanti esempi di gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti e di impegno per la loro riduzione sparsi per la penisola: i 24 comuni della provincia di Treviso in cui il ciclo urbano del rifiuto è gestito dal Consorzio Intercomunale Priula hanno raggiunto nel 2007 una percentuale media di raccolta differenziata del 78,5%; il Centro Riciclo Vedelago separa e ricicla le frazioni secche riciclabili dei rifiuti urbani e ricava dalla frazione secca residua (la più difficile da trattare) un granulato a base plastica che commercializza nel settore edile; il Comune di Monte San Pietro (in provincia di Bologna) grazie al sistema porta a porta passa in un mese dal 26% al 70% di raccolta differenziata; il Comune di Ponte nelle Alpi, nel bellunese, ha reso pubblico il sistema di raccolta dei rifiuti, ha adottato il porta a porta e ha vinto il premio Comuni a 5 Stelle 2008.

Alcune di queste e altre esperienze sono raccontate nel libro “Rifiuto: Riduco e Riciclo per vivere meglio. Guida alle buone pratiche” curato da Stefano Montanari (Arianna Editrice, 2009): un testo che ha lo scopo di illustrare come produrre meno rifiuti e come gestirli meglio.


Leggi in anteprima un estratto del libro!

Responsabilità e precauzione

di Gianni Tamino

Non c’è dubbio che la produzione artificiale umana abbia raggiunto nell’ultimo secolo livelli mai raggiunti prima, ma la quantità e la qualità di tali produzioni ha creato impatti, evidenti a tutti in termini di inquinamento, di perdita di risorse, di alterazioni ambientali, di danni alla salute. L’euforia dello sviluppo e del progresso ha fatto perdere di vista sia i limiti delle risorse disponibili che l’irreversibilità e la precarietà dei processi naturali e solo recentemente ci si è posti il problema degli effetti e dell’impatto delle attività umane sulla salute e sull’ambiente. Siamo però in grado di misurare impatti ed effetti solo quando sono già avvenuti e tutt’al più possiamo evitare che continuino a verificarsi; se si tratta di danni irreversibili, come è avvenuto per varie sostanze chimiche, per le radiazioni o per certe epidemie provocate da interventi umani – si pensi all’AIDS o al “morbo della mucca pazza” – ben poco si può fare, se non “chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati”.

Che fare, allora? Rinunciare alle produzioni industriali? Evidentemente, nessuno sarebbe disposto a tornare all’età della pietra e neppure al livello di sviluppo di soli cinquant’anni fa, pertanto la soluzione sta nel realizzare una produzione artificiale responsabile, di cui siamo in grado di valutare e prevenire gli effetti rilevanti e irreversibili. Una produzione responsabile richiede non solo migliori conoscenze scientifiche, indispensabili per assumere delle decisioni, ma anche un forte impegno morale e un senso civico dei propri doveri (agire secondo scienza e coscienza). A contraddistinguere l’uomo dagli altri animali, infatti, non sono tanto i suoi diritti – anche agli altri esseri viventi dovremmo riconoscere il diritto di poter vivere secondo le caratteristiche della propria specie – quanto i suoi doveri: solo chi è cosciente e consapevole può avere dei doveri.

Per questo dovremmo assumere, come criterio per una produzione artificiale consapevole, il principio di responsabilità elaborato dal filosofo tedesco Hans Jonas, in base al quale – per un dovere morale e civile nei confronti di tutti gli esseri viventi, del loro ambiente e in generale del Pianeta, che costituiscono un valore degno di essere salvaguardato, e soprattutto per rispetto dei diritti delle future generazioni, a cui non possiamo lasciare in eredità un ambiente sempre più degradato – dobbiamo modificare il nostro rapporto con la natura, evitando tecnologie che potrebbero determinare processi irreversibili, fino all’autodistruzione.

Un altro importante principio, che ha trovato un fondamento non solo morale ma anche legislativo, è il principio di precauzione, sancito nel 1992 dalla Convenzione di Rio de Janeiro sulla biodiversità e inserito nel 1994 nel Trattato dell’Unione Europea, in base al quale un prodotto o un processo produttivo non vanno considerati, come si è fatto finora, pericolosi soltanto dopo che è stato determinato quanti danni ambientali, malattie e morti producono, ma, al contrario, possono essere considerati sicuri solo se siamo in grado, al di là di ogni ragionevole dubbio, di escludere che possano presentare rischi rilevanti e irreversibili per l’ambiente e per la salute. In base a questo principio, non sarebbe più possibile la pratica immorale di mettere in commercio prodotti, come quelli cancerogeni, che verranno eventualmente ritirati, dopo aver causato danni, malati e morti, che non saranno certo per questo resuscitati. In altre parole, dobbiamo adottare ogni cautela di fronte a nuovi processi tecnologici che potrebbero dare origine a potenziali rischi, evidenziati anche solo da una parte del mondo scientifico. Ma, per realizzare produzioni responsabili, non basta il solo criterio della sicurezza; occorre anche evitare la perdita di risorse e il mantenimento dei cicli naturali, attraverso tecniche produttive sostenibili e durevoli. In tal senso, l’incenerimento dei rifiuti è una pratica irresponsabile, che, sulla base del principio di precauzione, andrebbe evitata.

 

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