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La più grave Crisi nella Storia dell'Europa Contemporanea. Che fare? La centralità del reddito da Emissione Monetaria

Leggi un brano estratto dal libro "Rompere la Gabbia" di Claudio Moffa

La questione delle origini della moneta

La moneta – un tempo solo metallica, poi banconota cartacea e oggi anche elettronica – venne inventata e quindi diffusa come strumento di scambio di merci man mano che le primitive organizzazioni tribali basate sul baratto si andavano trasformando in società più complesse, più popolose e capaci di una più ampia varietà di beni e prodotti.

Il processo non fu ovviamente univoco né lineare, sia perché talvolta vide convivere le due forme di scambio – le società dotate di moneta entravano in contatto con popolazioni più arretrate – sia perché registrò fasi intermedie, durante le quali alcuni beni di base fissi – quelli più diffusi nella regione: pellicce, conchiglie, pecore – svolgevano la funzione di strumento di scambio con le altre merci.

Una sorta di merce-moneta, come da vocabolo latino pecunia derivato da pecus.

La moneta metallica – più facilmente trasportabile, perché minuta e leggera – facilitò molto il commercio e lo fece sviluppare sulle grandi distanze; ma mentre pellicce, conchiglie e pecore appartenevano, per così dire, al singolo “portatore” proprietario, la moneta necessitava della comparsa sulla scena dello scambio binario o, per meglio dire dietro le sue quinte, di un terzo soggetto: colui che aveva la capacità tecnologica e il potere militare e politico di coniare le monete.

Da qui la domanda tutto sommato valida ancora oggi: il conio e la stampa erano, e sono, semplicemente un servizio neutrale e senza ritorni per chi li esercita?

La risposta è no.

Il conio e la stampa hanno infatti un costo di produzione – lavorazione del metallo o tipografica – e un valore di circolazione – quello inciso o stampato sulla moneta o sulla banconota – che in pratica non coincidono mai e la cui differenza, anzi, è andata nel tempo sempre più aumentando: nel caso delle monete d’oro, la differenza era (è) minima o comunque minore, perché l’oro ha un alto valore in sé; nel caso delle monete metalliche di altro tipo (dall’argento al rame ai nuovi metalli da conio), la differenza aumenta perché il valore della moneta è più basso; nel caso della banconota, creata in Europa nel XVII secolo sulla scia di precedenti carte di transazione ad personam, essa diventa enorme.

Pensiamo a quello che vediamo oggi: una banconota ha sovrastampato 10, 20, 50, 100, 200, 500 euro, ma il suo costo tipografico è di pochi centesimi: 3? 10? Arriviamo pure a 30 centesimi.

A chi vanno dunque i restanti 9.7, 19.7, 49.7, 99.7, 199.7, 499.7 euro?

A chi va il reddito da emissione monetaria,
tale a partire dal momento dell’immissione sul mercato delle banconote?

Eccoci dunque giunti alla questione cruciale della sovranità monetaria.

Il controllo dell’emissione monetaria e la “rivoluzione” inglese del 1694

Il reddito da emissione monetaria è sinonimo dell’antico termine “signoraggio”.

Nelle società antiche e medievali erano infatti i “signori” – imperatori, re, principi – ad avere il diritto di incamerarlo, in una misura rapportabile al valore intrinseco della moneta.
In tal modo, quando non ricorrevano alla schiavitù, i sovrani facevano fronte ai costi delle guerre, alle spese per le infrastrutture pubbliche (mura difensive, canali, acquedotti ecc.) e magari a quelle che servivano solo a soddisfare i loro capricci. Dipendeva dal Re.

Poi lo Stato si trasformò e acquistò nel tempo forme di partecipazione più ampie.

Così, man mano che la “Nazione” andava sostituendo il “Sovrano” come fonte di legittimità statuale, il “signoraggio” venne rideclinato secondo il nuovo ordinamento.

Quasi mai, però, la maggiore partecipazione voleva dire, nel campo dell’emissione monetaria, più potere al “Popolo”, gente comune e ceti produttori: ad esempio, in Inghilterra gli sviluppi della rivoluzione cromwelliana del 1649 sfociarono nel 1694 nell’affidamento del monopolio dell’emissione monetaria – in linea di principio prerogativa della Corona – alla privata Bank of England.

I banchieri che controllavano il nuovo Istituto avevano costretto l’indebitato Guglielmo III d’Orange non solo a cedere i diritti da signoraggio, ma anche ad accettare la diffusione generalizzata e istituzionalizzata della banconota cartacea come nuovo mezzo di pagamento: uno strumento di scambio, che si affiancava alla tradizionale moneta metallica, ma, a differenza di questa, garantiva maggiori redditi, perché il suo valore intrinseco era pressoché nullo.

Una svolta storica: alle spalle delle banconote targate Bank of England c’era, è vero, la prassi delle vecchie lettere di credito utilizzate da secoli nei traffici di lunga distanza e inoltre, nello stesso XVII secolo e nella stessa Inghilterra, di altre banknotes “inventate” da altri Istituti di credito.

Tuttavia la Bank of England portava il nome dell’intera nazione, era insomma una Banca “nazionale” e sulle sue banconote compariva l’effigie del Sovrano: una doppia garanzia, che avrebbe permesso al nuovo “pezzo di carta” di diventare un mezzo di pagamento normale e diffuso e che, abilmente usato dai banchieri privati, sarebbe diventato anche uno strumento di indebitamento permanente degli Stati.

Fenomeno, questo, che Marx avrebbe duramente stigmatizzato in Le Lotte di Classe in Francia del 1848 e nel libro I de Il Capitale (1867), individuandovi un mezzo di sopraffazione della speculazione privata sui poteri pubblici e sugli Stati teoricamente “sovrani”.

L’emissione monetaria nell’Italia postunitaria

All’Inghilterra dunque il primato di una “rivoluzione”, che pesa ancora oggi nella storia dei Popoli d’Europa.

Quanto all’Italia postunitaria, il potere di emettere moneta fu fino al 1893 sia di alcune banche private (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca romana), sia della banca di Stato, la “Banca Nazionale del Regno d’Italia”, il cui reddito da signoraggio servì, tra l’altro, a costruire – “a costo zero”, o fortemente ridotto – i quartieri umbertini di Roma.

Nel 1893, la B.N. del Regno d’Italia venne assorbita dalla neonata Banca d’Italia, ma il doppio binario privato-statale di emissione rimase in vigore: ebbero potere di stampare moneta, da una parte, tre Banche private (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca d’Italia; quest’ultima aveva assorbito la Banca romana) e, dall’altra, lo Stato, che continuò a emettere moneta sotto forma di “biglietti di Stato a corso legale”.

La svolta vera la si ebbe durante il Ventennio.

Nel 1926, l’emissione monetaria divenne monopolio della sola Banca d’Italia, che dieci anni dopo, con il regio decreto-legge 12 marzo 1936 n. 375, venne trasformata da banca privata in ente di diritto pubblico. Continuarono, nel frattempo, a essere emessi i “biglietti di Stato” attraverso l’Istituto Poligrafico.

La Legge bancaria del 1936 dava ampi poteri al Governo sulla Banca Centrale: «Il sistema bancario» venne organizzato «su base piramidale con al vertice il potere esecutivo … un Comitato di ministri presieduto dal Capo del Governo» e dotato di «ampi poteri di direzione (sia generali, sia diretti a categorie di aziende o a singole aziende) e di controllo», grazie anche alla istituzione di un «Ispettorato per la vigilanza diretto dal governatore della Banca d’Italia».

L’attività creditizia fu regolamentata per favorirne la concentrazione attraverso fusioni e incorporazioni e per istituire «una netta separazione tra credito a breve (aziende di credito) e credito a medio e lungo termine (istituti speciali di credito)».

Con la Legge Bancaria del 1936 spariva così «ogni traccia dei residui princìpi liberistici», tanto che «l’interesse del capitale singolo risultava con la nuova normativa nettamente subordinato a quello della funzione generale del finanziamento dell’accumulazione».

Lo Stato dunque si faceva «promotore e garante del processo accumulativo » abbandonando «la sua neutralità sul terreno economico», e questo dopo avere sostituito, in supporto della lira, la sua propria garanzia in qualità di rappresentante istituzionale della Nazione a quella tradizionale dell’oro, la cui convertibilità automatica con la moneta nazionale era stata abolita già nel 1935.

La continuità tra Fascismo e Repubblica

Cosa avviene, dopo la fine della guerra?

Contrariamente a quanto si può pensare, un po’ come accadde per l’AGIP creata nel 1926 e salvata nel 1945-46 da Mattei contro le mire liberiste del governo Bonomi, la Repubblica ereditò il controllo statale sulla moneta, già legiferato durante il Fascismo:

Fra il 1945 e il 1948, il ruolo strategico della Banca d’Italia nel settore del controllo e della manovra valutari, già ad essa in larga misura riconosciuto nella legislazione intervenuta in materia fra la seconda metà degli anni Venti e la seconda metà degli anni Trenta, viene ulteriormente consolidato e potenziato (…) la disciplina dell’organizzazione e delle funzioni della Banca d’Italia vigente al momento dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana è destinata a rimanere pressoché intatta per circa un quarantennio.

Alcuni provvedimenti legislativi definirono la continuità al di là dei mutamenti istituzionali. Il Decreto legislativo luogotenenziale C.p.S. (Capo provvisorio dello Stato) 691/1947 - Istituzione di un Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio fissa infatti tre organi fondamentali di controllo e direzione del sistema bancario, tutti limitanti il potere del Governatore.

Il primo organo è, come da titolo, il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR), presieduto dal Ministro del Tesoro e composto da «i titolari dei principali dicasteri economici, a eccezione del Ministro delle Finanze, che come per gli altri componenti il governo può parteciparvi ».
Anche il Governatore della Banca d’Italia partecipa, ma la sua autonomia risulta limitata: il CICR infatti «fissa le direttive» cui egli «deve attenersi quale capo della Vigilanza» e ha «il potere di sindacarne i provvedimenti presi nell’esercizio delle funzioni discrezionali di controllo».

Il secondo organo è il Ministro del Tesoro, che non solo presiede il CICR e in caso di urgenza può adottare direttamente provvedimenti di sua competenza, ma avoca anche a sé «in via autonoma funzioni concernenti la politica creditizia, per le quali ha l’obbligo (soltanto) di sentire preventivamente il CICR, salvo i casi di urgenza», tra le quali funzioni c’è quella di disporre «le variazioni del saggio ufficiale di sconto e del tasso d’interesse sulle anticipazioni».

Il terzo organo è la Banca d’Italia, che «svolge le funzioni di vigilanza e gestisce il servizio di Tesoreria per conto dello Stato», le cui quote di partecipazione possono appartenere «solamente a casse di risparmio, istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, istituti di previdenza e compagnie assicurative» e il cui organo supremo – il Consiglio Superiore – ha sì potere di nomina e revoca del Governatore, tuttavia «non ha ingerenza nella materia devoluta dall’art. 1 al Comitato interministeriale».

Insomma: pure se non è dato sapere se nel dopoguerra il rapporto tra emissione di moneta della Banca d’Italia e della Zecca (i “Biglietti di Stato a corso legale”, i cui profitti da signoraggio vanno tutti allo Stato) sia cambiato a favore della prima rispetto al precedente decennio fascista, con il Decreto del 1947 di modifica della legge Bancaria del 1936 venivano comunque riconfermati tre fondamentali princìpi adottati in epoca fascista e oggi ormai – dopo la svolta del 1992 – dismessi e dimenticati.

Il primo è la distinzione delle Banche secondo finalità e compiti: banche per il risparmio e banche commerciali.

Il secondo è il controllo statale del connesso reddito da emissione monetaria, che in epoca fascista – proprio durante la guerra – permise, ad esempio, di costruire il quartiere romano dell’EUR e in epoca repubblicana contribuì in modo determinante sia alla creazione del nuovo “Stato sociale”, sia allo sviluppo dell’industria di Stato, a supporto del boom economico e della libera impresa.

Il terzo è il controllo della Politica e dello Stato non tanto sull’Economia in generale, quanto su quella specifica branca – l’attività finanziaria, bancaria e monetaria – potenzialmente conflittuale con la libera impresa produttrice di ricchezza reale, cioè con il capitalismo industriale.
Il controllo del tasso di sconto e del costo del denaro era in mano allo Stato nella persona del Ministro del Tesoro pro tempore, che lo gestiva assieme al CICR – e, dopo il 1956, al Ministero delle Partecipazioni Statali – per finalità pubbliche e di interesse generale del Paese.

 

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Claudio Moffa

Claudio Moffa è un docente universitario, già giornalista professionista e notista di politica estera su testate di rilevanza nazionale e internazionale.

Si è sempre distinto per il rigore metodologico dei suoi studi e per il coraggio con cui ha affrontato alcuni dogmi storici: la ‘parola magica’ dell’autodecisione dei popoli; le vere origini del sottosviluppo africano; l’erronea marginalizzazione del capitale finanziario nel marxismo, solo per citarne alcuni.

 

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