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Leggi in anteprima la prefazione del libro Obiettivo Siria

Anteprima - Obiettivo Siria - Libro di Tony Cartalucci, Nile Bowie

Credo che le incaute speranze e gli ancor più incauti entusiasmi per le cosiddette "primavere arabe" si siano ormai volatilizzati, soprattutto in seguito alla vicenda che ha coinvolto Gheddafi in Libia. Gheddafi è stato un tiranno a lungo tollerato e perfino adulato dagli occidentali, finché questi non hanno cominciato ad accorgersi che il decisivo intervento della NATO contro di lui si era concretizzato dal momento in cui egli aveva cominciato a intralciare gli interessi francesi e britannici in Libia, opponendosi contemporaneamente alle speculazioni di alcune multinazionali nei lucrosi campi dell'acqua e della telefonia nel continente africano.

Quelle "primavere" erano state tacitamente e brutalmente soffocate nei Paesi della penisola arabica, alcuni governi dei quali - e gli organismi mediatici che essi finanziano - sostengono invece decisamente i gruppi fondamentalisti, che hanno animato, se non addirittura egemonizzato, altrove la rivolta.

Infine - a parte l'iniziale "caso" tunisino, che aveva forse preso in contropiede sia i governi che gli imprenditori occidentali - la rivolta si è invariabilmente indirizzata contro i Paesi musulmani retti da quei regimi che noi, impropriamente, definivamo "laici". Nemmeno uno dei ricchi e feroci tirannelli degli emirati, che il petrolio e il turismo hanno ormai reso arci-opulenti e che sono interlocutori preziosi delle banche e delle lobby occidentali, è stato rovesciato, mentre, fra i regimi arabi "laici", quello dei militari algerini e rimasto indisturbato nonostante il responso negativo delle urne'.

Quanto alla Libia, i tragici fatti di Bengasi del 12 settembre scorso sono piuttosto eloquenti e gettano un'ombra inquietante sia sulla leggerezza con la quale in passato, pur di rovesciare Gheddafi, si sono sostenuti i gruppi fondamentalisti, sia sul trend statunitense degli ultimi mesi di ricreare l'atmosfera da luna di miele tra gli USA e i fondamentalisti sunniti dell'Iraq, dell'Iran, del Pakistan e dell'Afghanistan.

Il puzzle siriano

Questa premessa è indispensabile, per aiutarci a osservare in modo più obiettivo e ragionevole ciò che sta accadendo proprio ora in un Paese-chiave del vicino Oriente: la Siria.
Già, la Siria: un grande Paese, con una grande civiltà. Storicamente, l'area, che già nell'antichità era una delle più civili e popolose al mondo - con "culture di villaggio" fin dal VII millennio a.C. e fiorenti centri urbani, come Ugarit e Mari, dal III a.C. - corrispondeva al territorio oggi occupato dalla Siria, da Israele, dalla Giordania e dal Libano. Si trattava di un'immensa area di più di 310.000 km, in gran parte desertica, ma resa rigogliosa dai corsi dell'Eufrate, dell'Oronte e del Giordano. L'area coincideva, pertanto, con gran parte della cosiddetta "mezzaluna fertile", la fascia ubertosa e popolata attigua a quei grandi fiumi.

La Siria di oggi è il risultato della provincia dipendente dal governatorato di Adana creata dall'Impero ottomano, che fu occupata dalle Truppe francesi nel 1919 in seguito alla violazione degli accordi presi con le popolazioni arabe locali. Dopo oltre un quarto di secolo di dure lotte, nel 1946 fu conquistata l'indipendenza e nacque così la Repubblica Araba di Siria: 185.180 km in gran parte desertici, abitati da una popolazione di oltre 22 milioni di abitanti in buona parte concentrata nelle grandi città di Damasco, Aleppo e Homs.

Dopo l'effimera unione con l'Egitto nella Repubblica Araba Unita, dal 1963 lo Stato siriano è dominato dal regime monopartitico del partito Baalh ("rinascita"), originariamente a tendenza nazionalista e socialista nasseriana. Dal 1970, il potere è prima nelle mani della famiglia del generale Hafezel-Assad, e poi del figlio Bashar, il cui ruolo presidenziale è stato confermato nel 2007 da un referendum.

Hafezel-Assad era un uomo duro (tristemente celebre la repressione dei ribelli sunniti a Homs) e le accuse, che da parte internazionale pesano sul governo siriano, riguardano la violazione dei diritti umani in politica interna, il costante atteggiamento favorevole all'Iran in politica estera, l'atteggiamento egemonico in Libano - culminato nel 2007 nell'assassinio del presidente libanese, il sunnita Hariri - e l'appoggio al partito Hizbollab.

Sotto altri aspetti, tuttavia, gli osservatori internazionali sono finora stati concordi nel sottolineare alcuni caratteri positivi del governo di Bashar, che non ha ereditato la spietatezza paterna. Lo Stato sociale siriano si è distinto per il buon funzionamento, per le istituzioni e le strutture pubbliche e per il sistema di uvifere, nettamente migliore rispetto a quello della maggior parte dei Paesi del vicino Oriente.

Giochi di potere

Le sanzioni, imposte dal 2004 alla Siria sulla base di presunte e mai ben precisate connivenze con il "terrorismo islamico", finora erano state applicate con mano leggera e il clima diplomatico, anche rispetto agli USA, nel 2009 era nettamente migliorato. Le cose sono andate diversamente con Israele, su cui pesano il contenzioso per il Golan (la regione siriana in parte occupala da Israele, nel 1967, come conseguenza della crisi arabo-israeliana) e i postumi del raid aereo israeliano del 2007 contro alcune presunte installazioni nucleari siriane (la cui esistenza non è mai stata comprovata).

Per una più corretta comprensione della situazione della Siria di oggi, bisogna valutare anzitutto quattro cose:

  • dagli anni Sessanta, la Siria è stata lo più costante, sicuro e valida interlocutrice-alleata, nei vicino Oriente, prima dell'URSS e poi della Russia;
  • il governo di Assad, di famiglia alowita, controlla un Paese, che è alt'80% di osservanza sunnita (gli alawiti, non più dell' 11%, costituiscono piuttosto un gruppo "sciita-ereticale");
  • dal 1979 è sempre stato in buoni rapporti con il governo della repubblica islamica dell'Iran, Paese sciita;
  • infine, permane l'occupazione israeliana del Golan, con relativo sfruttamento delle sue risorse idriche, nonostante le risoluzioni dell'ONU al riguardo.

A margine di questo, va tenuta in conto anche l'annosa tensione tra la Siria e la Turchia, dovuta a questioni sia etno-religiose che confinarie e idriche - le sorgenti dell'Eufrate sono in territorio turco - e alla recente scoperta di giacimenti sottomarini di gas nelle acque territoriali turche, cipriote, libanesi e siriane.

Inoltre, soprattutto in questo momento, bisogna considerare che, visti anche i "venti di guerra" che sembrano soffiare tanto dai Paesi arabi e sunniti del Golfo quanto da Israele contro l'Iran, l'eliminazione del governo baathista siriano isolerebbe ulteriormente il governo iraniano e indebolirebbe l'influenza della Russia nel Vicino Oriente. Da qui, l'appoggio dei Paesi arabi sunniti (alcuni dei quali - come per esempio il Bahrein, il Qatar e l'Oman - hanno al loro interno delle minoranze sciite, nei confronti delle quali seguono una linea politica ferocemente repressiva) al cosiddetto "esercito di liberazione" siriano, che è in realtà una complessa galassia di gruppi comprendente anche molli volontari non siriani, impegnati nella jihnd sunnita.

Uno degli aspetti più importanti da tenere presente, infine, è che gli alawiti, nella cui dottrina musulmana sono presenti anche elementi di origine cristiana e mazdaica, hanno sempre avuto tutto l'interesse a mantenere in Siria un clima costituzionale, che noi definiremmo "laico". Temendo l'egemonia sunnita, gli alawiti hanno fraternizzato con i cristiani siriani - i quali, mettendo insieme le tre principali Chiese, rappresentano il 9% della popolazione, cioè circa due milioni di persone - e con le minoranze maronite, armene, e "caldee" che, pur avendo ormai aderito alla Chiesa cattolica, hanno mantenuto i loro riti liturgici.

Il patriarca cristiano melkita Gregorio III Laham è più volte intervenuto - in modo autorevole, ma restando inascoltato dai medio - sull'attuale situazione, per sottolineare che, pur non essendo i cristiani favorevoli al regime di Assad, fino ad oggi la costituzione e il governo di Damasco abbiano garantito libertà e tutela alle Chiese cristiane e che, invece, le Chiese cattoliche hanno motivo di temere che, nel fronte ribelle, possano prevalere i sunniti fondamentalisti, i quali hanno aumentato le rappresaglie anticristiane; il patriarca ha inoltre denunciato le forti presenze e ingerenze straniere e occidentali all'interno del fronte sunnita. Insomma, una Siria 2012 che comincia stranamente a somigliare, per certi versi, alla Spagna 1936.

Le Chiese cristiane si sono in genere dette favorevoli al piano di pace, proposto da Kofi Annan a nome dell'ONU e dalla lega Araba e appoggiato dai movimenti siriani non-violenti come l'interreligioso Mussatoli. Analoghe posizioni sono, nella sostanza, sostenute da uno dei più seri e intelligenti conoscitori italiani della questione siriana, il gesuita Paolo DalI'Oglio, che pure è stato espulso dalla Siria, nel giugno del 2012, dopo esservi vissuto per trent'anni e avervi fondato la bella comunità di Deir Mar Musa. DalI'Oglio è stato espulso perché, fin dall'inizio del movimento che noi chiamiamo "Primavera Araba", ha parlato apertamente sia della spontaneità e della sincerità dei tanti cittadini (soprattutto giovani), che chiedono libertà e un futuro migliore, sia delle menzogne e delle violenze del governo; egli ha anche sottolineato che, messi alle strette, gli alawiti ancora al governo (che rappresentano un paio di milioni di persone) potrebbero puntare sulla resurrezione dello Stato autonomo alawita - insediatosi nella zona attorno a Lattakya, nel sud-ovest del Paese-che era stato prima riconosciuto dalla Francia nel 1922 e poi eliminato nel 1946, alla fine del mandato francese. Dall'Oglio, inoltre, sostiene che Assad, dopo avere visto fallire il suo primitivo progetto di semplice repressione del movimento ribelle, ormai, messo alle strette, ha tutto l'interesse a prolungare la resistenza, andando però a rafforzare, sul fronte ribelle, la pericolosa componente sunnita fondamentalista. 

La posizione di DalI'Oglio, tuttavia, sembra sottovalutare due dati effettivi: primo, la forza e l'intensità con cui i Paesi arabi sunniti si sono impegnati per "islamizzare" la rivolta contro Assad; secondo, il fatto che, per accelerare al massimo la soluzione del conflitto, occorrerebbe un accordo internazionale e non l'invio di una Forza ONU a sostegno dei ribelli - come è stato fatto in Libia, con le conseguenze che tutti conosciamo - al quale, per il momento, si oppone la Russia (appoggiata da Cina, ma anche da Brasile, India e Sudafrica) con il suo veto al Consiglio di Sicurezza. La Russia chiede che si conducano le trattative, tenendo presenti anche le posizioni del governo di Damasco e non facendo di esso un pregiudiziale capro espiatorio; però le posizioni russe vengono presentate dai media come ispirate da una diplomazia che, per ragioni legale alla geopolitica e al petrolio, è considerata "unilateralmente" filoiraniana.

In modo analogo, è passata sotto silenzio la lettera con la quale Kofi Annan, l'inviato speciale delle Nazioni Unite, ha denunciato il fatto che «si è insediata in Siria una forza terroristica, ostile a ogni mediazione" e ha smascherato la speculazione mediatica sul famoso massacro di Bilia, precipitosamente - e, a quel che pare, ingiustamente - attribuito alle forze governative.

Ora, sono proprio queste continue forzature interpretative a scoprire una parte importante della realtà. Qui non si tratta di isterico complottismo antiamericano, si tratta della più che ragionevole ipotesi che, alla base dell'impegno teso a eliminare il governo baathista, ci sia la volontà, da parte di alcuni ambienti statunitensi e israeliani, di portare un attacco militare diretto contro le vere o supposte installazioni nucleari iraniane. E anche questo è un tipo di isterismo complottista, uguale e contrario al complottismo antiamericano, ma molto più forte politicamente e militarmente, e potrebbe anche prevalere, se i repubblicani vincessero le elezioni statunitensi del prossimo novembre.

Che le cose stiano così, risulta chiaro facendo una pacata analisi di quanto è accaduto da un anno a questa parte: non a caso, il n. 1 del 2012 di Limes, "Protocollo Iran", già mesi fa collegava correttamente il problema dell'atomica iraniana ("minaccia o pretesto"?) alla questione dell'estrazione e del commercio del petrolio - quindi alle tensioni arabo-iraniane nel Golfo di Hormuz, minacciato dal blocco — e alla crisi siriana, nonché alla situazione irakena, afghana e pakistana.

"Primavera" o disgregazione del mondo arabo?

L'evidenza, però, è sotto il naso di tutti: mentre, da un lato, dalla primavera del 2011 si diradavano o cessavano del tutto le notizie sulle manifestazioni - e sulle repressioni - dall'Algeria al Marocco e alla penisola arabica, dall'altro prendeva corpo il "caso" egiziano e si addomesticavano le rivolte, mettendo in evidenza quelle che servivano e facendo sparire le altre.

In questo modo, le folle che chiedevano la democrazia in Siria, così come in Libia, diventavano un argomento dell'informazione quotidiana, anche se Assad, già dai primi di novembre del 2011, aveva accettato il piano di pacificazione con l'"esercito di liberazione", proposto dalla Lega Araba. Invece che all'avvio di detto piano, si assistè a un'escalation di notizie unilaterali - garantite dalla sola autorità del Consiglio Nazionale Siriano in esilio a Istanbul, organizzazione dell'opposizione - sulle violenze governative e sulle pretese basi nucleari, nonché al successivo ritiro, alla fine del gennaio 2012, degli osservatori della Lega Araba dalla missione internazionale in Siria, in attesa delle decisioni degli altri membri. La lega Araba, ritirandosi, non trovava niente di meglio che auspicare l'invio in Siria dei "caschi blu" del ONU.

Tra gennaio e febbraio, vista l'opposizione russa e cinese alla prospettiva di un intervento armato in Siria, caldeggialo soprattutto dai francesi e dai britannici, da parte dei Paesi occidentali veniva intensificata l'attività di sostegno diplomatico e finanziario alle opposizioni', mentre al governo siriano venivano regolarmente imputale azioni -come quella di Homs, durante la quale perse la vita il giornalista francese Jacque Jacquier - che erano piuttosto frutto di attività "patriottiche" (o "terroristiche", come indubbiamente sarebbero definite in differenti contesti). Sempre ai primi di febbraio, il "portale" Debkaftle, vicino a Israele, annunciava l'invasione della Siria da parte di truppe britanniche e qatariote, mentre dalla Libia "liberata" giungeva l'auspicio che i reggimenti turchi arrivassero per primi: essendo formali da musulmani sunniti, sarebbero stati accolti meglio dei "caschi blu".

In seguito al clima internazionale così instauratosi, alla fine di gennaio la Russia annunciava il suo rifiuto di partecipare al "gruppo di contatto" sulla Siria, previsto per il febbraio successivo. Si profilava, infatti, l'eventualità che il "gruppo di contatto" appoggiasse il progetto di Hisamuddin al-Awk, un ufficiale siriano disertore in Egitto, che mirava a mettere insieme un corpo di mercenari, per spedirlo a combattere nel suo Paese. In tale situazione, il referendum indetto dal governo siriano per il 26 gennaio 2012, che prevedeva una riforma costituzionale in senso pluralistico, non solo non veniva tenuto in alcun conto, ma veniva immediatamente derubricato con noncuranza come demagogico, senza alcuna considerazione per il suo significato distensivo.

Intanto, i media occidentali davano rilievo alle noli-zie sulle "fughe all'estero" dei capitali dell'elite di governo e sulle defezioni di alcuni collaboratori di Assad, e trascuravano, come del tutto irrilevanti, le denunce alI'ONU dell'ambasciatore russo Vitaly Churkin sull'ingerenza libica nella crisi siriana e sui volontari di al-Qaida addestrali in Libia.


Il piano di pace dell'ONU venne presentato tra l'11 e il 12 aprile 2012; secondo l'Osservatorio Siriano sui Diritti Umani, organizzazione dell'opposizione con sede a Istanbul, il governo siriano vi si è subilo opposto. In realtà, una delle ultime scelte del francese Sarkozy, prima di andarsene dall'Eliseo, fu tesa a vanificare il piano di pace dell'ONU per favorire invece i "corridoi umanitari, in modo da tenere in vita l'opposizione" ad Assad. La posizione francese è stata portala poi avanti dal governo Hollande, con l'appoggio concreto di fondi ed equipaggiamenti attraverso l'associazione "Amis du Peuple Syrien".

Alla fine di maggio, al suo arrivo a Damasco, Kofi Annan ha parlato di un cessate il fuoco e di una concreta disponibilità governativa, ma le diplomazie occidentali replicavano che ormai in Siria si era alla guerra civile e si formulavano ipotesi unilaterali sulla nofly zone in territorio siriano, garantita dal Qatar e dalla Turchia. Nonostante la grande abbondanza di informazioni attingibili, i principali media dell'Europa occidentale si affidavano solo alle notizie diffuse dal network «Al Jazeera» e ad alcuni commenti diffusi da Twitter, come ha fatto correttamente notare Eduardo Za rei li in un articolo comparso sul numero di luglio-agosto 2012 di Diorama.

Tutto il resto non contava. Per esempio, il 17 maggio 2012 in Siria si sono tenute le elezioni amministrative, che hanno visto un'affluenza alle urne del 51,26%, una percentuale molto alta, tenendo conto del contesto; tuttavia, i commenti al riguardo sono stati a priori: si è parlato, infatti, di "manipolazione", di "intimidazione"e di "propaganda governativa". Il 29 maggio, il Corriere della Sera - con un linguaggio, che il Minculpop (il Ministero della Cultura Popolare italiano di epoca fascista) avrebbe trovato massimalista - diffondeva la notizia che il giornalista e filosofo Bernard Henri Lévy, da Parigi, definiva «disfattismo» l'atteggiamento di tutti coloro che, a proposito della situazione siriana, esigevano prudenza e maggiori informazioni. Lévy, quindi, considerava dei disfattisti «che si sono sempre sbagliati» coloro che «la vigilia della caduta di Tripoli, prevedevano ancora un pantano». I fatti di Bengasi dell' 11-12 settembre - con l'assassinio dell'ambasciatore americano in Libia - confermano che, anche nel caso di Lévy, i cattivi profeti e i profeti cattivi coincidono sempre.

Kofi Annan ha affermato chiaramente che è impossibile invitare le parti contrapposte a un confronto costruttivo, in quanto una di esse - le "forze di liberazione" - non ha una leadership riconoscibile ed è fortemente inquinata da istanze fondamentaliste; le stesse, che si rivelano sempre più importanti in quella "nuova Libia democratica", che piace tanto a Bernard Henri Levi. Ma il sangue di un diplomatico statunitense, in seguito a una sconsiderata provocazione e a una feroce reazione, è stato sparso, in una Bengasi "liberata", dai democratici fondamentalisti libici, di nuovo alleati dell'Occidente (come lo erano in Afghanistan nei primi Anni Novanta del Novecento), non dai servi del "tiranno" di Damasco.

Si tratta di quegli stessi democratici che, appena qualche mese prima, erano stati aiutati dalla NATO a "liberarsi" di un altro tiranno... E allora, Monsieur Levi, davanti all'ipotesi che i "Caschi Blu" domani possano fare in Siria quello che ha fatto ieri la NATO in Libia, con il Suo permesso, sono un disfattista anch'io: anch'io chiedo prudenza e maggiori informazioni.

 

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