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Malati di farmaci

1 anno fa


Malati di farmaci

La lucida analisi del dottor Di Leo sulla crescita del mercato del farmaco: siamo malati o consumatori di medicine?

Dall’uso all’abuso di farmaci il passo è breve: lo dimostrano i dati in crescita del consumo di medicinali e prodotti farmaceutici da banco e non. Sui motivi del perché la nostra società sia sempre più dipendente dai farmaci, partendo da età sempre più giovani, ne abbiamo parlato con il dottor Mauro Di Leo – medico presso l’Unità Operativa di Diabetologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma, e dove ha lavorato per circa venti anni in Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza – che ha illustrato come Big Pharma punti a incrementare le vendite dei propri prodotti a danno della nostra stessa salute.

Dottor Di Leo, Lei denunciava già dieci anni fa la nostra condizione di malati di farmaci. Come siamo arrivati a questo punto? E cos’è cambiato a distanza di dieci anni?

L’aumento delle diagnosi e della cura delle malattie croniche e l’invecchiamento della popolazione spingono la crescita della spesa per farmaci nei Paesi sviluppati, mentre la crescita della popolazione e la maggiore accessibilità ai farmaci sono già i principali fattori di crescita nei mercati emergenti. Tuttavia, se fino a dieci anni fa, il costo per la creazione e il lancio di nuove medicine cresceva senza sosta, mentre il numero di nuovi prodotti originali era in declino, il panorama è cambiato, non solo perché “la rete internet” ha dato voce ai pazienti, ma anche perché oggi alle medicine è richiesto di essere efficaci nel mondo reale oltre che nei confini ristretti di un laboratorio.

L’industria farmaceutica, più di ieri, ha bisogno di consumatori, per cui le strategie sono state modificate: adesso si rivolge, sempre con o senza l’ausilio dei medici, direttamente ai pazienti o presunti tali. Il messaggio pubblicitario, in questo modo, si diffonde a macchia d’olio: il medico non è più la chiave per aprire le porte del mercato ma è il paziente stesso, inondato dalla pubblicità televisiva.

Per le aziende farmaceutiche si sta avvicinando un periodo di innovazione e cambiamenti radicali: oggi abbiamo non solo Internet ma soprattutto le applicazioni da scaricare gratuitamente sugli smartphone, create dalle industrie farmaceutiche appunto per determinare dipendenza nei pazienti. Le multinazionali del farmaco sono sempre più forti, e sembrano poter fare ciò che vogliono senza che nessuno riesca a ostacolarle: è di qualche giorno fa la notizia che questo settore ha chiuso il 2018 in forte crescita, con un aumento del fatturato da record. A me, però, viene solo in mente che questo significa che sono sempre di più le persone che “si cibano” di farmaci e che entrano nella spirale della malattia.

Ci può essere fine, secondo Lei, a questa spirale?

Il business farmaceutico ha raggiunto 1.300 miliardi nel 2018 (un valore più che doppio rispetto a quello registrato nel 2005), in aumento del 30% rispetto al livello del 2013. L’industria farmaceutica si presenta come un oligopolio piuttosto concentrato, il che significa che ci sono un numero ridotto di imprese che producono lo stesso bene omogeneo e che controllano una domanda formata da molti consumatori. Il rapporto tra rischi e benefici nell’uso di molti medicinali è decisamente sbilanciato a favore dei primi: non curano e anzi rischiano di far ammalare i pazienti. È il verdetto che arriva dall’autorevole “Prescrire”, la rivista indipendente francese di informazione scientifica sui medicinali. Sono passati al setaccio 91 principi attivi per i quali, in base agli studi clinici e ai bugiardini, è stata valutata l’efficacia e il rapporto tra la capacità di curare e gli effetti indesiderati – spesso gravi se non gravissimi – associati alla terapia con un determinato farmaco.

Ci sono gli antinfiammatori che espongono il paziente al rischio di malattie cardiovascolari, gli antibiotici che, pur funzionando meno di altri appartenenti alla stessa classe farmacologica, sono accusati di favorire l’epatite. Per non parlare di medicinali molto costosi come quelli oncologici: per molti farmaci usati nella chemioterapia non è stata mai provata la capacità di allungare la vita del malato mentre ad essi sono associate gravi reazioni, quali trombosi, perforazioni gastrointestinali e danni neurologici. In molti casi si scopre che questi medicinali sono completamente inutili, come accade per gli sciroppi mucolitici contro la tosse. Sotto accusa sono soprattutto i diffusissimi Fans, gli antinfiammatori non steroidei, per molti dei quali l’efficacia clinica non è stata dimostrata.

Purtroppo, al giorno d’oggi, non è facile ipotizzare una fine a questa “spirale” negativa perché gli interessi di Big Pharma combaciano sempre di più con il potere politico. Siamo talmente tanto immersi nell’era della medicalizzazione che non ce ne rendiamo nemmeno conto: la pubblicità ci ricorda che non possiamo permetterci di stare male, dobbiamo essere macchine sempre con il motore al massimo dei giri, guai a fermarci. Una mia conoscente si è vista prescrivere un antidepressivo un mese dopo un lutto, come se questo avesse una scadenza dopo la quale dobbiamo tornare pimpanti e spensierati.

Possibile che non ci si renda conto che si tratta di azioni di marketing?

Oggi sono prescritti un numero sempre maggiore di farmaci. Le imprese farmaceutiche si stanno costantemente impegnando nell’ampliare il confine che definisce quando una persona è in uno stato di malattia; ieri eri iperteso se superavi la soglia pressoria di 160/90 mmHg, oggi ti basta mostrare un valore di 140 su 85 per assumere un antipertensivo. Lievi problemi sono adesso riclassificati come problemi seri, condizioni di salute che richiedono un trattamento farmaceutico. Numerose condizioni normali di salute sono medicalizzate senza tener conto, innanzitutto, dello stile di vita, del bisogno di una dieta sana e bilanciata, di un consumo ridotto di dolci e sale da cucina, di un sano riposo che invece ci eviterebbero l’assunzione di pillole. Per quanto riguarda i disagi psichici di cui molte persone soffrono cronicamente (soprattutto gli anziani) o saltuariamente, ci sono terapie alternative, o meglio integrative, ai soliti antidepressivi che sono prescritti come caramelle. Musicoterapia, arteterapia, e molte altre, o essenzialmente semplici come la lettura di buoni libri: ce n’è per tutti i gusti. Il loro obiettivo è mettere in risalto alcuni aspetti della persona di cui la medicina non può o non riesce a farsi carico. Si tratta di terapie che non hanno gli effetti collaterali rispetto alla classica farmacoterapia e, soprattutto, sviluppano le risorse creative delle persone per aiutarle a vedere le cose da un punto di vista diverso: si danno nuove risposte a vecchie domande.

Secondo Lei, con una corretta informazione, uno stile di vita adeguato e una corretta alimentazione, a quanta parte di farmaci si potrebbe rinunciare per molti disturbi, come i dolori mestruali o il mal di testa?

Lo stile di vita, che implica un cambiamento del modo di pensare e di vivere, gioca un ruolo fondamentale nel superamento di molti malesseri. Per esempio, trovare, riconquistare e mantenere una regolarità nel sonno è importante perché la perdita di sonno è causa di depressione su base organica in tutti. Un abuso di caffè, tè o sostanze eccitanti, di fumo di sigaretta serve a mantenere alti i ritmi di studio o lavoro poiché la maggior parte di queste persone non riesce a sopportare uno stato di tranquillità, di relax e ha bisogno di fare sempre qualcosa, di muoversi, avere un impegno, spostarsi. Queste persone sentono il tempo come tiranno e insufficiente, scambiano quiete per depressione e finiscono per aumentare lo stato d’ansia e la maniacalità quando arrivano malesseri fisici che, spesso, sono ingigantiti e combattuti con i farmaci. Si genera un cerchio vizioso da cui non si esce facilmente. Queste persone tendono a somatizzare qualsiasi disturbo fisico in una malattia, generando una sofferenza psichica non riconducibile a malesseri reali. I problemi psicologi ed emotivi più comuni sono la cefalea, le alterazioni del battito cardiaco, come la tachicardia e le palpitazioni, i disturbi gastrointestinali come il mal di stomaco e la digestione difficile, le dermatiti, il prurito, i dolori muscolari, mal di ossa, la respirazione faticosa, la “fame d’aria”, l’inappetenza o la fame insaziabile. Le persone che soffrono di questo tipo di disturbi, hanno spesso una certa difficoltà a identificare le proprie emozioni. Sta di fatto, che i medicinali classici per curare questi disturbi sono inutili perché queste persone necessitano di un cambiamento dello stile di vita, che migliori la conoscenza di se stessi e del proprio corpo.


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