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L'Italia che avevamo - Estratto da "Euroinomani"

di Alessandro Montanari 4 mesi fa


L'Italia che avevamo - Estratto da "Euroinomani"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Alessandro Montanari e scopri quali sono le conseguenze di scelte economiche del tutto sbagliate

In due recenti rapporti l’Istat e la nostra Banca Centrale ci hanno spiegato che l’Italia è un Paese lacerato, nel quale le diseguaglianze, nonostante i segnali di risveglio del Pii, tendono ad aumentare anziché a ridursi. Dieci anni di crisi hanno prodotto macerie che i reggenti del Potere si sono a lungo ostinati a ignorare, salvo poi cadere nello sconcerto più profondo quando il popolo, stracciando la retorica fasulla della ripresa, ha votato in massa per le forze di rottura.

Ci sono tante motivazioni inascoltate dentro all’esito elettorale del 4 marzo e questo libro le ripercorrerà una a una, raccontando anche la curiosa parabola di chi, avendole intuite anzitempo, ha dovuto scontare l’imperdonabile torto di avere ragione. Qui però vorrei ridurre la questione ai suoi termini essenziali. Il modello che stiamo seguendo ha fatto bene a pochi mentre sta facendo del male a troppi: la classe media combatte per non essere risucchiata nel proletariato, il proletariato si accapiglia col sotto-proletariato per un po’ di lavoro e un po’ di welfare mentre una piccola schiera di privilegiati scivola dietro la curva e scompare dall’orizzonte.

Di fronte a questo scenario, di solito, i sociologi dicono che “l’ascensore sociale si è rotto”. Ma io non credo che le cose stiano così. L’ascensore sociale non si è rotto, semmai è stato manomesso da questa selvaggia impostazione economica che regge l’impianto della globalizzazione e impronta l’Europa e che va sotto il nome di neoliberismo.

Per spiegarmi sceglierò di essere del tutto anti-scientifico. Non ricorrerò cioè alle medie di Trilussa che soccorrono gli stregoni della statistica quando vogliono dirci che tutto va bene anche quando sembra che tutto vada male. No. Per convincervi che tutto andava bene quando sembrava che tutto andasse male, io ricorrerò ai miei ricordi di gioventù. Niente di più soggettivo ma, in fondo, niente di più vero.

Erano i primi anni Ottanta e le nostre abitudini erano molto diverse da ora. I blue jeans si portavano ancora sopra al livello delle mutande, il fitness si chiamava ginnastica e anziani e non-vedenti potevano tranquillamente essere definiti “vecchi” e “ciechi” senza che alcuno se ne sentisse offeso. Nessuno, o se non altro nessuno di mia conoscenza, avrebbe mai rischiato un’intossicazione per mangiare pesce crudo e decongelato in un ristorante cinese di cucina giapponese e se qualcuno, sedendosi a tavola, ci avesse avvertito di essere un “vegano” avremmo pensato a un marziano proveniente dal pianeta Vega.

Il politicamente corretto non sapevamo cosa fosse: potevamo mangiare e dire tutto ciò che ci pareva. Del resto anche allora, se si desiderava insultare qualcuno, non mancavano certo i modi per farlo. E certamente si stava meglio così: meno equivoci, meno giustificazioni, meno perbenismo. In una parola: meno ipocrisia.

Le ideologie resistevano, ma erano moribonde. Noi ragazzi, fratelli minori di chi aveva vissuto gli anni Settanta nelle aule perennemente “okkupate” dei licei e delle università, non ne sentivamo alcun bisogno e forse per questo fummo subito marchiati come “la generazione X”, dove “X” stava per “incomprensibile” ma anche, direi, per “incompresa”.

La politica era un teatrino distante, dotato di un linguaggio tutto suo e di riti stantii. A breve, però, Mani Pulite avrebbe travolto i grandi partiti del dopoguerra, liberandoci per sempre da una classe dirigente che aveva il vizietto delle mazzette ma anche il merito, riconosciuto solo a posteriori, di porsi in modo ostile contro gli estremismi e le invadenze del capitalismo liberista.

Dai grandi sentivo dire che avevamo un sacco di guai, che poi ho scoperto essere gli stessi di sempre. Anzi, gli stessi di tutti i Paesi del mondo: malavita, corruzione, clientelismo, burocrazia, evasione fiscale e tasse. Soprattutto, “troppe tasse”. Se ne lamentavano tutti, probabilmente anche quelli che non avevano ancora preso la buona abitudine di pagarle. Del debito pubblico, invece, parlavano in pochi, anche perché avevamo ancora una moneta di Stato che potevamo manovrare a piacimento. Pagando qualche dazio, ovviamente, ma senza dover chiedere l’autorizzazione a nessuno.

In quell’Italia, però, tutti avevano una speranza. L’ascensore sociale, come direbbero i sociologi, non era rotto: funzionava. Coi suoi tempi, scalino dopo scalino, ma funzionava.

Ricordo che in classe l’appello contava una trentina di nomi. Le famiglie infatti erano più numerose di oggi e a scuola ci mescolavamo: i figli dei ricchi coi figli dei poveri coi figli della classe media. Al di là di qualche accessorio più scintillante, tuttavia, lo stile di vita non era poi così differente. Con diecimila lire potevamo trascorrere, tutti insieme, una serata in pizzeria.

Non ricordo problemi di disoccupazione. Chi non aveva voglia di studiare, veniva spedito a fare il muratore, l’operaio o il garzone dell’artigiano e a diciotto anni riuscivi persino a invidiarlo perché si era già potuto comperare una macchina burina che piaceva alle ragazze burine. Solo che allora nessuno sembrava burino. Forse perché lo eravamo tutti.

Una cosa che proprio non esisteva era Equitalia. Fatta eccezione per l’acquisto della casa e dell’automobile, in effetti, non ci si indebitava per i beni voluttuari. Nessuno era così matto da fare un finanziamento per andare in vacanza, acquistare un motorino e men che meno un televisore da 42 pollici. Nemmeno c’era chi glielo proponesse. Le cose, molto semplicemente, si comperavano quando si avevano i soldi per comperarle. Altrimenti, si aspettava. Con pazienza. E in fondo era molto meglio così. Meno beni, ma zero debiti in banca.

In famiglia, ma più in generale nella società, c’era una cultura condivisa del risparmio. Il denaro infatti non era il presente: il denaro era il futuro. Lo insegnavano i nonni, dotando noi nipoti di piccoli salvadanai nei quali accumulare gli spiccioli delle mance oppure regalandoci buoni postali che avremmo potuto riscuotere solo una volta divenuti maggiorenni, toccando con mano, anche se con anni di ritardo, tutta la concreta lungimiranza del loro affetto.

Insieme al risparmio, l’altro grande valore era lo studio. Ricordo padri e madri fieri di poter mandare i propri figli - miei compagni - al liceo anziché alla scuola professionale e poi commossi fino alle lacrime per il primo laureato della casa. Nessuno allora parlava in modo sprezzante del “pezzo di carta”. La laurea infatti era la garanzia di una promozione sociale che nessuno avrebbe più retrocesso e che diventava una conquista collettiva dell’intera famiglia. Non solo dello studente; anche di chi, col sudore del lavoro e il sacrificio del risparmio, gli aveva consentito di studiare.

L’istruzione, tuttavia, non era l’unico trampolino sociale. Tanti operai, dopo qualche anno di apprendistato e specializzazione, riuscivano a coronare il sogno di “mettersi in proprio”. Si diceva così e lo si diceva con orgoglio perché aprire una partita IVA, allora, era ancora una libera scelta. Andavi in banca, spiegavi il tuo progetto, ti concedevano un prestito e cominciava l’avventura che segnava la vita: da operaio a padrone. Quelli però erano padroni assai diversi sia dai grandi industriali di ieri sia dai piccoli manager di oggi. Quelli erano padroni che, in fondo al cuore, continuavano a sentirsi operai. Padroni che usavano le mani, forti come ganasce, che parlavano in dialetto e che conservavano un’intima diffidenza per quei saputelli anglofili, ebbri di finanza e di libero mercato, che poi avrebbero rovinato tutto.

Com’era bella quell’Italia. Provinciale, ombelicale, modesta, persino furbacchiona; eppure cosi solida, generosa e vitale.

Scrivere, dice qualcuno, è terapeutico. Così mi accorgo solo ora del motivo profondo per cui mi sono messo a scrivere questo libro. L’ho scritto perché amavo quel Paese e perché non riesco a perdonare chi ce lo ha portato via.

Non perdono chi ci ha abituato a fare debiti per TV ultrapiatte, chi ci ha venduto come modernità i co.co.co, i co.co.pro e i voucher e chi ha inchiodato i giovani a un telefonino per distrarli da un oggi senza domani.

Più di tutto, però, io non riesco a perdonare chi non ha soccorso quei piccoli eroi dalle mani callose che, piuttosto di abbassare la saracinesca di una fabbrica, hanno preferito abbassare la saracinesca di una vita. Andandosene via per sempre; Padroni perché padroni di loro stessi. Operai perché operosi.

Euroinomani

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Ultimo commento su L'Italia che avevamo - Estratto da "Euroinomani"

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Rita

Tra precente e passato

Analisi concisa e pungente del decadimento dell'economia moderna analizzata attraverso un convincente e realistico flash back : presente e passato a confronto in modo che il lettore non percepisca la frattura temporale.Piacevole la lettura perché viene utilizzato un linguaggio semplice ed efficace. Lo leggerò senz'altro.

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