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L'essere dai quattro occhi

10 mesi fa


L'essere dai quattro occhi

Leggi un estratto dal libro "Antiche Presenze Aliene in Italia" di Isabella Dalla Vecchia e Sergio Succu

Per arrivare nella località di Abini, situata nella Sardegna centrale, occorre percorrere una lunga strada che conduce il visitatore dentro un’altra dimensione, in un susseguirsi di curve e paesaggi a volte deserti, altre ricchi di rigogliosa vegetazione.

Nel cammino si incontrano oscure leggende che parlano di “su sennoreddu ‘e s’iscusuriu”, entità che tengono lontani i visitatori da questa valle impervia e isolata.

Qui è stato ritrovato, insieme ad altre centinaia di reperti, un manufatto unico al mondo, una statuetta di cui gli archeologi non sono ancora riusciti a spiegare l’origine e ciò che esattamente rappresenta.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Antiche Presenze Aliene in Italia

Tracce inedite di visitatori extraterrestri nel nostro Paese in un lontano passato

Isabella Dalla Vecchia, Sergio Succu

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La scintilla della vita intelligente è avvenuta sulla Terra o da qualche altra parte? Ma soprattutto, a opera di chi? Nella convinzione che la vita sia iniziata in seguito a un intervento “esterno”, Isabella Dalla Vecchia e Sergio Succu, esperti...

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Indice dei contenuti:

Un fortunato ritrovamento

Dobbiamo il ritrovamento a un giovane e one sto pastore con la passione per la ricerca di tesori, che lo scoprì casualmente all’interno di un santuario nuragico datato al Bronzo Medio (1500 a.C.), in una cista litica - chiamata anche ripostiglio - contenente molti altri oggetti in bronzo. Era il 1865, una data importante, perché la storia della Sardegna da quel momento è stata arricchita da un nuovo elemento misterioso e inspiegabile.

Sono stati contati quindici bronzetti, tra personaggi cerimoniali e guerrieri e tre statuine di antropomorfi, alcune con quattro occhi e quattro braccia. Creature sconosciute delle quali mai si è trovata correlazione, personaggi unici a cui è stata attribuita l’identità di divinità o di eroi dotati di super poteri, abitanti di altri mondi reali o onirici, simili a noi ma con evidenti anomalie.

Per fortuna i bronzetti sono stati acquistati da persone oneste - Giovanni Spano ne dà notizia e il cavalier Efisio Timon li acquista - che hanno pensato di donarli al Regio Museo di Antichità di Cagliari, dove è possibile vederli ancora oggi; ma qui al Museo Archeologico Comprensoriale di Teti si trovano comunque delle copie, identiche agli originali.

L’interruzione della ricerca

Sfortuna vuole che in seguito i lavori fossero affidati a persone inesperte, che non riuscirono ad approfondire adeguatamente le ricerche. Si interruppe dunque la campagna divenuta troppo costosa rispetto agli ultimi risultati, limitati ormai a pochi manufatti. Tra tutti ne emerse comunque uno prestigioso, che rappresentava una donna con un turbante e una lunga tunica mentre offre una grande focaccia decorata a “pintadera”, un antico disegno sul pane e sulle focacce cucinate per essere offerte alle divinità.

Sono anche molto curiosi alcuni idoletti antropomorfi, doni che venivano fatti alla divinità dell’acqua - molto amata in Sardegna per via della diffusa presenza di pozzi - e che rappresentano esseri di fango che prendono vita. Come se ci fosse stata una forza sconosciuta e misteriosa in grado di muovere la terra e farle assumere forme umane.

Antiche navi

Sono state trovate anche navicelle votive, molto interessanti perché ricordano le navi solari egizie, fatto che non sorprende, visti i molti punti in comune tra gli Shardana, gli antichi Sardi, e l’Egitto, il cui faraone Ramses II si sarebbe avvalso in guerra del loro supporto.

Le navi solari egizie servivano al faraone per viaggiare nello spazio e tornare a casa una volta lasciato questo mondo. Si sa, gli Shardana erano un popolo di navigatori eppure, data la stranezza delle loro navicelle (prive di vela e con un anello in cima all’albero maestro), è immaginabile che potessero servire allo stesso scopo. Inoltre abbiamo la presenza di cosiddette “barche solari” anche in un altro luogo di cui parleremo nel prossimo capitolo, l’area archeologica di Capo di Ponte in Lombardia, dove sono ospitati i celebri “astronauti della Val Camonica”.

Cosa nasconde il villaggio di Abini?

La Sardegna, anche se può sembrare un luogo difficile da raggiungere, un tempo era un importante punto di approdo di moltissime civiltà, egizie, romane, greche, fenicie e mesopotamiche. Abini è stata sicuramente un centro di comando; le numerose statue votive testimoniano che qui si adunavano viaggiatori provenienti anche da molto lontano per rendere omaggio a divinità importanti. A esse veniva donato un bronzetto prodotto da una fornace presente sul posto, la cui ubicazione rimane ancora sconosciuta. Il villaggio nuragico di Abini è stato datato, grazie all’esame del carbonio 14 sulle statuette bronzee, al XIII secolo a.C. anche se resta ancora incerta la sua precisa origine.

Il villaggio è molto isolato, avvolto da un silenzio e un’atmosfera solitaria davvero magica. Anche noi l’abbiamo avvertita, quel giorno in cui abbiamo iniziato a osservare e documentare i particolari che più ci colpivano. Percorrendo le stradine sterrate che dividono le abitazioni di pietra, siamo rimasti colpiti ad esempio da una lavorazione su pietra basaltica al centro della capanna più grande del villaggio, quella dedicata alle riunioni del capo della comunità, con una lavorazione fin troppo precisa, che si discosta dal rozzo assemblamento delle capanne.

Un luogo fantastico e molto evocativo, che da solo bastava a farci respirare antichi misteri; eppure non potevamo andare via senza “guardare negli occhi” l’essere che nel tempo è divenuto il simbolo archeologico della Sardegna e del suo glorioso passato, per cui una visita al museo di Teti era d’obbligo.

Risalendo questa sperduta valle, dopo diversi chilometri si arriva nel centro abitato di Teti, che ospita il Museo Archeologico Comprensoriale, scrigno di preziosi reperti in terracotta e in bronzo. Di fronte alla vetrina dedicata ai bronzetti, abbiamo notato vari personaggi della Sardegna nuragica; alcuni erano vestiti da cacciatori, altri da sciamani con un mantello, tra cui l’essere dai quattro occhi. Esso differisce per aspetto e anatomia dal resto dei ritrovamenti: è l’unico esempio di creatura con queste fattezze, una rappresentazione umanoide divinizzata, ritrovata solo qui e in nessun’altra parte. Se questo strano personaggio era un dio, a chi gli abitanti di Abini rivolgevano le loro preghiere?

Le strane anomalie dell’essere dai quattro occhi

Alto circa diciannove centimetri, presenta viso ovale e mascherato da uno scafandro caratterizzato da quattro occhi disposti orizzontalmente. Definito demone o eroe superdotato, ha quattro braccia e sorregge due grossi scudi, mentre dall’estremità del copricapo spuntano due lunghe protuberanze simili ad antenne. Sono state avanzate numerose ipotesi da parte di ricercatori e archeologi, tutte molto interessanti.

Secondo alcuni, gli esseri dai quattro occhi rappresentano divinità, secondo altri, eroi. Si giustifica la presenza dei quattro occhi e delle quattro braccia come la metafora del superamento della prova ordalica con l’acqua sacra, un rituale che duplicava la forza fisica e la capacità visiva. Giovanni Lilliu, uno dei più importanti ricercatori sardi, trovò invece correlazione nel 1997 tra le statue dei Giganti di Monde Prama e i bronzetti soprattutto per l'abbigliamento, inserendoli in una sorta di gerarchia militare-cultuale, come precursori dei monaci guerrieri. L’unione di potere divino e temporale affidata al combattente per un ideale religioso è certamente uno dei sacerdozi più antichi, per la cui guerra religiosa si è sempre combattuto.

Nel villaggio di Abini c’erano abili artigiani provenienti dall’Oriente con bagagli di conoscenze uniche, sia stilistiche che simboliche, mescolate alle tradizioni dell’isola durante la florida età del Ferro. Probabilmente in Sardegna c’è stata la presenza dei Filistei, storicamente i migliori nella tecnica della lavorazione del ferro, dato che si pensava conoscessero il suo segreto, come veri antichi alchimisti. Ad avvalorare l’ipotesi c’è una lucerna a navicella conservata nel museo di Teti, ritrovata al villaggio nuragico di Elei, in territorio di Olzai, vicino ad Abini, che riporta segni di scrittura di tipo sillabico destrorsa, di epoca non precisata; un’importante testimonianza, se consideriamo che il popolo nuragico era privo di scrittura.

In realtà è una piccola barca vera e propria — si ritorna agli Egizi e alle navi solari - in quanto sul fondo sono incise assi di legno. Inoltre, a sostenere l’ipotesi del luogo di pellegrinaggio, sono i resti dei “fiaschi del pellegrino”, che venivano tenuti sulle spalle con cordini, contenenti acqua necessaria per affrontare lunghi cammini. Già, lunghi cammini: perché un uomo affrontava un viaggio tanto impegnativo e pericoloso per arrivare fino a qui? Quale motivazione lo spingeva, di cui si è persa memoria?

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