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Vivido nel mio cuore - Estratto da "Swami...

Leggi l'introduzione del libro "Swami Kriyananda come noi lo Conosciamo"

Vivido nel mio cuore - Estratto da "Swami Kriyananda come noi lo Conosciamo"

La prima volta che vidi Swami Kriyananda, fu in un padiglione allestito dietro la sede della Confraternita Beta Chi nel campus dell’Università di Stanford, a Palo Alto, in California. Era la fine del novembre 1969. Lui era sulla quarantina. Io avevo ventidue anni.

Di solito il tendone serviva a ospitare le feste per le quali la Confraternita era famosa. Erano gli anni Sessanta, però, e tutto stava cambiando.

Qualcuno pensò che sarebbe stato interessante invitare a parlare uno swami.

Io avevo frequentato l’Università di Stanford, ma avevo abbandonato gli studi dopo solo un anno. Avevo sperato di trovare insegnanti che non fossero solo eruditi, ma anche saggi.

Tuttavia, ben presto mi divenne chiaro che i miei professori, anche se brillanti nel loro campo, in quanto alla ricerca della felicità brancolavano nel buio, proprio come me. Perciò me ne andai.

Poco tempo dopo, scoprii la Bhagavad Gita e gli insegnamenti di Sri Ramakrishna.

Fin da bambina, avevo avuto la sensazione che, nella vita, ci fosse qualcosa di molto più importante di quanto la maggior parte delle persone fosse consapevole. All’inizio pensavo che gli adulti intorno a me fossero tutti al corrente del segreto e che me lo tenessero nascosto solamente per farmi uno scherzo. «Presto» pensavo «me lo sveleranno».

Solo piano piano giunsi a scoprire che non era proprio così. I miei genitori e i miei insegnanti erano brave persone, intelligenti, oneste e gentili. Tuttavia, per la gran parte, accettavano la vita per quel che sembrava e si aspettavano che io facessi la stessa cosa.

Quando scoprii la spiritualità orientale, per lo meno ebbi un nome per quello che stavo cercando: realizzazione del Sé. Non avevo però la minima idea di come poter tradurre questi ideali elevati in un sistema di vita pratico.

Lessi le vite di santi provenienti da varie tradizioni religiose, sperando di trovare nel loro esempio un modo per colmare il divario tra teoria e pratica. Le loro storie erano profondamente ispiranti e io divoravo un libro dopo l’altro.

Le circostanze delle loro vite, però, erano molto diverse da quelle della mia. Monasteri cattolici, ashram indiani, grotte sull’Himalaya, colonie di lebbrosi nel folto della giungla: il loro esempio si dimostrò di scarso valore pratico. La mia stava diventando una vita di quieta disperazione.

Poi Swami entrò nel padiglione e tutto cambiò.

Mi trovavo nell’ultima fila delle gradinate, su in alto, vicino al tetto del tendone.

Avrei voluto essere più vicina al palco, ma i miei compagni insistettero per quella postazione remota. La scelta si dimostrò felice, anzi oso dire ispirata dal cielo, perché mi trovavo proprio davanti all’entrata e abbastanza in alto da avere una visuale perfetta di Swami Kriyananda quando fece il suo ingresso.

Swami significa insegnante. Ji è un suffisso che indica affetto e, assieme, rispetto.
Dal primo momento in cui lo vidi, lui per me è stato Swamiji.

L’immagine di Swamiji che entra dalla porta è vivida nel mio cuore oggi come in quel momento.

Era vestito con il tradizionale abito arancione di uno swami indiano: una lunga e comoda camicia sopra un indumento simile a un pareo, chiamato dhoti. Aveva una barba ben curata e capelli lunghi, di colore castano chiaro, che ricadevano sottili e lisci lungo la schiena.

Era snello, alto un po’ meno di un metro e ottanta. Si muoveva con una certa grazia e dava un’impressione di grande forza, anche se più da danzatore che da atleta.

In seguito ho sentito l’espressione “swami simili a leoni”. Lo descriveva alla perfezione.

Nel momento in cui lo vidi, mi balenò nella mente questo pensiero: «Lui ha quello che io voglio».

Con passo determinato e con quella che ora riconosco come la sua caratteristica postura con spina dorsale diritta e il petto leggermente sollevato, come per affrontare la vita a cuore aperto, Swamiji coprì la breve distanza tra l’entrata e il palcoscenico al centro della tenda.

Nel tempo che ci volle perché raggiungesse la piattaforma, prima ancora di aver sentito la sua voce, avevo creato con lui un legame per tutta la vita.

Swamiji tenne un discorso, ma non ricordo una sola parola di ciò che disse. Tutto quello che ricordo è che, quando ebbe terminato, pensai: «Questo è l’uomo più intelligente che io abbia mai incontrato».

In qualche modo, riuscii a mettere insieme alcune informazioni. Swamiji era americano, anche se era nato in Europa e aveva trascorso lì la sua infanzia. Era un discepolo diretto di Paramhansa Yogananda. Era stato un membro della Self-Realization Fellowship (SRF), l’organizzazione che Yogananda aveva fondato, ma al momento stava per conto proprio. Viveva a San Francisco e dava lezioni in tutta la Bay Area, per raccogliere denaro per una comunità che stava avviando alle pendici della Sierra Nevada, a circa quattro ore di strada da là. Chiamava quella comunità Ananda.

Io possedevo una copia del classico di Yogananda Autobiografia di uno Yogi, ma non ne avevo mai lette più di poche pagine. Il tono devozionale di quell’opera e l’enorme quantità di miracoli che vi erano descritti, non mi avevano attratto. A pagina 9 lo yogi Lahiri Mahasaya si materializza in un campo di frumento per comunicare un messaggio spirituale al padre di Yogananda. Non penso di essere arrivata nemmeno a pagina 10.

Ora, con rinnovato interesse, riprovai. Se Swamiji era devoto a questo libro e al suo autore, dovevo fare un altro tentativo. Questa volta ne rimasi affascinata. Non riuscivo a capire perché l’Autobiografia di uno Yogi non avesse destato il mio interesse prima. Più avanti compresi che il mio primo incontro con Swamiji aveva aperto il mio cuore non solo a lui, ma anche a Paramhansa Yogananda.

Non passò molto tempo, che decisi di tentare la fortuna con Swamiji e mi trasferii ad Ananda. L’idea di scrivere questo libro mi venne poco dopo. Avevo sempre avuto un profondo desiderio di aiutare il prossimo, ma fino a che non incontrai Swamiji, mi sembrava di non avere nulla di importante da dare. Ora ero desiderosa di trasmettere agli altri ciò che stavo imparando.

Iniziai a dare lezioni per gli ospiti al nostro Ritiro, e le riempivo di storie di Swamiji; desideravo, però, dare un contributo più duraturo. Sebbene non mi sentissi molto qualificata per scrivere un libro, iniziai ad annotare le mie esperienze con lui. Quando gliene parlai, lui fu rassicurante.

«Non devi farlo adesso» disse. «Potrai farlo più avanti, quando ti sentirai pronta. Io ti aiuterò».

Nei molti anni intercorsi tra la prima volta in cui ne parlammo e il momento in cui di fatto ho iniziato a scrivere questo libro, Swamiji vi ha fatto riferimento solo occasionalmente. Tuttavia, questo progetto è sempre stato nella mia mente e, credo, anche nella sua: ora, infatti, vedo tutti i modi in cui mi ha aiutato, proprio come aveva detto che avrebbe fatto.

Ad esempio, mi ha coinvolta in così tante situazioni nelle quali in realtà non ero la diretta interessata, se non perché l’essere presente mi aiutava a capire l’ampiezza della sua opera e la profondità della sua coscienza.

Quando i suoi atteggiamenti o le sue azioni mi risultavano oscure, mi spiegava pazientemente cosa stava facendo e perché. Qualunque cosa chiedessi, mi rispondeva.

In questo modo, ho potuto confrontare ripetutamente la mia intuizione con le sue spiegazioni, finché, a poco a poco, ho acquisito il coraggio necessario per scrivere questo libro.

Quella che segue non è una biografia nel senso convenzionale del termine. Verrete a conoscenza di molti eventi di particolare importanza e di molte conquiste nella vita di Swamiji, ma non è un racconto omnicomprensivo. Le storie che seguono non sono disposte in una successione cronologica o sequenziale. A volte, lo stesso quadro include eventi accaduti in diversi momenti o località.

È la biografia di una coscienza:
Swami Kriyananda come noi lo conosciamo.

Molte persone mi hanno raccontato le loro storie. Alcuni nomi sono indicati; altre persone hanno preferito comparire nel libro come “un devoto di Ananda”. Quando non ci sono altre attribuzioni, il racconto in prima persona proviene dalle mie esperienze personali.

Ho anche descritto le esperienze di altri così come io le ho osservate, o come ne ho sentito raccontare da Swamiji stesso. I nomi seguiti da un asterisco (*) sono pseudonimi.

A meno che non risulti chiaro dal contesto che le persone di cui si parla provengono dall’India, i nomi singolari in sanscrito si riferiscono a devoti europei o americani, ai quali Swamiji ha dato tali nomi come una benedizione spirituale. Il successore spirituale prescelto di Swamiji, per esempio, è Jyotish, che significa luce interiore. La moglie di Jyotish e sua collaboratrice nella conduzione di Ananda è Devi, uno dei nomi della Divina Madre. Il mio nome, Asha, significa speranza.

Il termine Maestro si riferisce soltanto a Paramhansa Yogananda.

 

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(J. Donald Walters | 1926 - 2013)

Swami Kriyananda

SWAMI KRIYANANDA, fondatore delle comunità Ananda, è stato uno degli ultimi discepoli diretti del grande maestro Paramhansa Yogananda, grande mistico e autore di Autobiografia di uno Yogi.

Kriyananda ha affermato per oltre sessant'anni il principio dell'unione fra Oriente e Occidente e ha diffuso in tutto il mondo gli antichi principi dello Yoga e gli insegnamenti spirituali della più elevata tradizione indiana per la realizzazione del Sé, rendendoli pratici e fruibili in ogni ambito dell'esistenza. Divenuto discepolo nel 1948 di Paramhansa Yogananda (autore di Autobiografia di uno yogi), Kriyananda ha diffuso gli insegnamenti del suo Maestro, mostrandone l'applicazione in ogni ambito dell'esistenza: gli affari, i rapporti con gli altri, il matrimonio, l'arte, l'educazione, la vita comunitaria. Su precisa richiesta del suo Guru ha dedicato la sua vita all'insegnamento e alla scrittura, aiutando un grandissimo numero di persone a sperimentare interiormente la gioia e la presenza di Dio. Autore estremamente prolifico, Kriyananda ha scritto oltre 150 libri, pubblicati in ventotto lingue in novanta Paesi, ha tenuto conferenze in tutto il mondo e ha composto più di quattrocento brani musicali, per ispirare una visione elevata dell'esistenza. Kriyananda è stato anche il fondatore delle otto comunità Ananda - negli Stati Uniti, in Italia e in India - vere e proprie "Città di Luce" basate sulla pratica quotidiana della pace interiore e sul principio di "una vita semplice con alti ideali".
Swami Kriyananda ha lasciato il corpo all'età di 86 anni  il 21 aprile 2013 ad Ananda Assisi. La sua Luce e il suo messaggio di pace e amore continueranno sempre a risplendere e a ispirare moltissime anime, ovunque.

 

 

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