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Uomini e animali: allevarsi insieme

Perché l’allevamento intensivo non è eticamente ed ecologicamente sostenibilee quali sono le strade alternative

Uomini e animali: allevarsi insieme

C’è un detto che circola in rete e che ben si presta ad aprire il tema dell’allevamento intensivo: si dice che se gli allevamenti avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani.

È possibile vivere in armonia con gli animali, continuando ad allevarli rispettandoli come creature?

Ne parliamo con Carla De Benedictis, Francesca Pisseri e Pietro Venezia, gli autori del libro Con- Vivere. L’Allevamento del Futuro (Arianna Editrice, 2015).

 

Molte persone associano l’allevamento animale a immagini tristemente note di sovraffollamento, condizioni igieniche insufficienti, mutilazioni, negazione dell’accesso all’aria aperta e della socialità, somministrazione massiccia di antibiotici e molto altro ancora. 
Voi sostenete che non solo è possibile allevare gli animali in un modo completamente diverso, ma che è anche indispensabile per la salute globale...

Non è un caso che le persone associno l’allevamento solo al modello intensivo, in quanto esso è dominante ed è quanto di più distante ci possa essere dalla vita in natura. Gli animali allevati intensivamente perdono la loro identità, sono “cose” da sfruttare al massimo, in poco tempo, per ricavarne reddito.

Ogni specie ha comportamenti e bisogni che vanno rispettati: tutte le specie non possono sopportare la privazione di qualsiasi libertà che non è più ammissibile, per nessuna animale. Il sovraffollamento, caratteristica del metodo intensivo, porta un carico di inquinamento che il pianeta non può più sopportare.

L’allevamento agroecologico, di cui parliamo ampiamente nel nostro libro Con-Vivere. L’allevamento del futuro, prevede pochi animali su un grande spazio e la possibilità per gli stessi di esercitare le loro caratteristiche di specie, nonché la riduzione del carico inquinante e dunque la salvaguardia per il pianeta.

Mucca pazza, influenza aviaria, antibiotico-resistenza: la natura ci sta presentando il conto?

Il sistema produttivo sempre più spinto ha portato a malattie nuove come la “mucca pazza” e alla modifica di alcuni virus. Se costringiamo una vacca a produrre 50 litri di latte al giorno, mentre in natura non arriva a 15-20 litri, ci saranno dei prezzi da pagare. Dovranno essere utilizzati farmaci sempre più potenti, e in maggiore quantità, per arginare le patologie.

Questi farmaci passano dai prodotti alimentari e dall’ambiente all’uomo, i batteri diventano resistenti agli antibiotici. Questo porta a una riflessione profonda: ogni volta che l’uomo aggredisce la natura e ne altera le leggi, abbiamo un ritorno negativo sulle nostre vite e sulla nostra salute.

L’antibiotico-resistenza, la mucca pazza, per citare le più conosciute sono una perdita di equilibrio, è un sistema che va in tilt. Bisogna partire da questi shock per creare nuove opportunità.

Occorre una presa di coscienza collettiva che porti il sistema a muoversi in una direzione migliore.

Nel modello agroecologico le produzioni non vengono spinte, gli animali pascolano e si ammalano molto meno. Poi si utilizzano tecniche alternative di produzione e di cura, che rinforzano gli animali. Inoltre l’impatto ambientale è molto basso.

Il consumatore ha il diritto di acquistare cibo sano, ma ha anche una responsabilità, sia etica, sia sociale nel momento in cui sceglie. Voi sostenete che il termine consumatore è riduttivo. Potete spiegarci meglio questo concetto?

Ci sono termini che deresponsabilizzano azioni che invece hanno importanza estrema. Nell’accezione comune “consumatore” è un individuo che ha una sola funzione: quella di divorare e sprecare il bene consumato alla fine della filiera produttiva.

In questo senso il consumatore non ha parte attiva all’interno della filiera. Il sistema intensivo di produzione agroalimentare ha basato il suo successo su questo.

Noi preferiamo parlare di fruitori di un sistema, destinatari di un bene o di un servizio. In base ai nostri acquisti si sostengono sistemi produttivi che possono essere virtuosi o distruttivi. Se compro un alimento di qualità faccio un investimento economico sulla salute.

Con le nostre scelte di consumo manteniamo un sistema produttivo: accade quotidianamente tutte le volte che facciamo la spesa.

Nel vostro libro spiegate molto bene l’importanza di un approccio olistico alla salute degli animali. In cosa si differenzia la visita di un veterinario omeopata da un approccio tradizionale?

L’omeopatia è un metodo di terapia che offre grandissimi vantaggi, ma per ottenerli bisogna veramente aprire la propria mente e avere solide basi.

La visita omeopatica comprende la storia clinica degli animali, l’ambiente in cui vivono, l’alimentazione, il comportamento; si affrontano i problemi insieme all’allevatore e ai tecnici, ognuno con le sue competenze.

Si sceglie poi un rimedio di gruppo o per singolo animale che verrà somministrato per bocca, o in acqua da bere, a tutti gli animali.

Focus: Omeopatia e allevamento: quali vantaggi?

  • La facilità di somministrazione permette di curare un grande numero di animali utilizzando anche l’acqua da bere.
  • Gli animali trattati non subiscono terapie individuali ripetute e stressanti, come cattura e iniezioni.
  • Si limita l’inquinamento ambientale diminuendo l’antibiotico e gli antiparassitari residui nelle deiezioni.
  • Il costo ridotto dei rimedi omeopatici è un risparmio economico sui farmaci aziendali.
  • Vi è un cambio di lavoro per gli operai.

Articolo tratto da Vivi Consapevole n. 42

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