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Una conoscenza dimenticata - Estratto da...

Leggi in anteprima l'introduzione deli libro di Colin Wilson e scopri come il nostro passato, spesso dimenticato, può essere in realtà la via verso il futuro

Una conoscenza dimenticata - Estratto da "L'Impronta di Atlantide"

Il mio ruolo in questa ricerca ebbe inizio nel luglio 1979 quando mi inviarono un esemplare di Serpert in the Sky di John Anthony West affinché ne facessi una recensione. Si trattava essenzialmente di uno studio sul lavoro di un egittologo "indipendente", René Schwaller de Lubicz. Il punto centrale della sua tesi era che la civiltà egizia, e in particolare la Sfinge, fosse più vecchia di millenni rispetto a quanto creduto dagli storici. Schwaller aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita a dimostrare che gli Egizi possedevano «un sistema di conoscenza esteso, correlato e completo». Il brano che mi ha tanto appassionato era a pagina 198: «Schwaller de Lubicz osservò che la forte erosione del corpo della Grande Sfinge di Giza è dovuta all'azione dell'acqua e non a quella del vento e della sabbia. Se confermato, questo fatto rivoluzionerebbe, da solo, l'intera cronologia della storia delle civiltà e implicherebbe una drastica rivalutazione del presupposto di "progresso", il presupposto su cui si basa tutta la cultura moderna. Sarebbe difficile trovare un'altra questione così semplice e con implicazioni più gravi. L'erosione della Sfinge da parte dell'acqua sta alla storia come la convertibilità della materia in energia sta alla fisica».

Il problema è che, sebbene l'ultimo capitolo si intitoli Egitto: gli eredi di Atlantide, in realtà il libro dice ben poco su questo possibile legame. Il più importante commento in merito si trova nell'introduzione: «Grazie a un'osservazione fatta da Schwaller de Lubicz, è ora virtualmente possibile dimostrare l'esistenza di un'altra civiltà, forse più grande, di millenni più antica rispetto a quella dell'Egitto dinastico e a tutte le altre civiltà conosciute. In altre parole adesso è possibile dimostrare nel contempo l'esistenza di "Atlantide" e la realtà storica del Diluvio Universale (metto Atlantide tra virgolette poiché non si discute in questa sede della sua ubicazione geografica bensì dell'esistenza di una civiltà così sofisticata e antica da aver dato origine a una leggenda)».

Quindi West non stava necessariamente parlando della mitica Atlantide di Platone ma del semplice fatto che la civiltà potrebbe essere molto più antica di quanto credano gli storici. In tal caso potrebbe venir meno quell'accezione della cosiddetta «maledetta parola che inizia per A» che implica l'insensatezza di chi la utilizza.

Non stiamo parlando dell'Atlantide fantastica di Ventimila leghe sotto i mari di Verne o di Maracot Deep di Conan Doyle, ma semplicemente del fatto che la cultura umana potrebbe essere molto più antica di quanto crediamo.

Quando ricevetti Serpent in the Sky, un altro editore mi mandò una riedizione di Maps of the Ancient Sea Kings, il cui sottotitolo era Advanced Civilisation in the Ice Age. L'autore, Charles Hapgood, professore di storia delle scienze nel New England, era arrivato, come West e Schwaller, ad accettare la nozione di una civiltà antica precedente l'Egitto dinastico. Hapgood era giunto a questa conclusione seguendo una strada completamente diversa. Aveva studiato le mappe di navigazione medievali, chiamate portolani, concludendo che alcune di esse si basavano su carte molto più antiche e che il Polo Sud veniva indicato sulle carte geografiche prima di essere ricoperto dal ghiaccio, probabilmente nel 7000 a.C, cioè circa 3.500 anni prima dell'edificazione della Grande piramide. Tuttavia Hapgood si guarda bene dal suggerire che l'antica civiltà di cui parla possa essere quella di Atlantide, evita persino di accennare a quella parola.

La ricerca di Hapgood incomincia con la cosiddetta carta di Piri Re'is, risalente al 1513, che mostra la costa del Sud America e il Polo Sud, molti secoli prima della scoperta di quest'ultimo. Ero venuto a conoscenza della mappa Piri Re'is attraverso un famoso best-seller intitolato Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, testo che aveva dato il via al boom dell'occulto degli anni '60, nonché grazie al lavoro di Erich von Dàniken: questi autori avevano cercato di utilizzare la mappa per dimostrare che creature spaziali avevano visitato la Terra in un lontano passato.

Volevo essere totalmente aperto a questa possibilità, e lo sono ancora, però le loro tesi mi parevano semplicemente insostenibili e, nel caso di Dàniken, addirittura assurde e disoneste. In quel momento mi interessava sapere che la tesi di una civiltà dell'Era Glaciale non era legata ad astronauti dell'antichità e che il ragionamento di Hapgood era prudente, sicuro e irrefutabile dal punto di vista logico. Mi sembrava che avesse dimostrato, una volta per tutte, che era esistita una civiltà marittima prima che il Polo Sud fosse ricoperto dai ghiacci.

Ma avevo altro lavoro da fare, per esempio scrivere un'immensa Criminal History of Mankind, quindi accantonai l'intera questione di "Atlantide".

Nell'autunno 1991 fui contattato dal produttore cinematografico Dino de Laurentiis il quale stava pensando di fare un film su Atlantide e voleva dargli un approccio storico realistico. De Laurentiis e il suo socio, Stephen Schwartz, mi incaricarono di preparare una bozza. Ovviamente decisi immediatamente che mi sarei basato sulla teoria di John West.

Nel novembre di quell'anno mi trovavo a Tokyo per un simposio sulla comunicazione nel XXI secolo. Al Circolo della Stampa illustrai il mio progetto di Atlantide ad alcuni amici menzionando la teoria di Schwaller secondo cui la civiltà dell'antico Egitto sarebbe discesa da Atlantide e la Sfinge sarebbe stata costruita molto prima del 2400 a.C, anno in cui il faraone Chefren l'avrebbe fatta erigere.

Fu a questo punto che il mio ospite, Murray Sayle, disse di aver letto di recente, sul «Mainichi News», un articolo in cui si dichiarava l'esistenza di nuove prove a sostegno di questa tesi. Ovviamente ero interessatissimo e gli chiesi se potesse trovarmi l'articolo. Promise che l'avrebbe fatto ma non ci riuscì.

Una settimana più tardi, al Savage Club di Melbourne, menzionai l'introvabile articolo a Creighton Burns, ex editore del «Melbourne Age», che disse di aver letto a sua volta la storia della Sfinge. La ritrovò in uno degli ultimi numeri di «Age» e me ne fece avere una fotocopia. Si trattava di un estratto del «Los Angeles Times» del 26 ottobre 1991 che diceva: «Egitto: nuovi risvolti del mistero della Sfinge. San Diego, mercoledì: Nuove prove del fatto che la Grande Sfinge potrebbe avere il doppio degli anni che le vengono attribuiti hanno scatenato una violenta diatriba tra geologi, che sostengono che la Sfinge risale a tempi più remoti, e archeologi, secondo i quali tale conclusione sarebbe in contraddizione con tutto ciò che sappiamo sull'antico Egitto.

I geologi che ieri hanno presentato i risultati delle proprie ricerche in occasione dell'incontro della Geological Society of America hanno rilevato che il tipo di disgregazione del monumento causata dagli agenti atmosferici è caratteristico di tempi molto più remoti.

Tuttavia archeologi ed egittologi insistono sul fatto che la Sfinge non può essere più vecchia di molto poiché le popolazioni precedentemente insediate in quell'area non sarebbero state in grado di costruirla.

La maggior parte degli egittologi sostiene che la Sfinge è stata eretta durante il regno del faraone Kafre (Chefren), cioè nel 2500 a.C. circa. Tuttavia gli scienziati che hanno condotto una serie di studi senza precedenti nel sito di Giza affermano che le loro prove dimostrano che la Sfinge esisteva molto prima che Kafre assumesse il potere.

Stando alle prove, Kafre si sarebbe limitato a far restaurare la Sfinge. Il geologo Robert Schoch (Boston) sostiene, sulla base delle sue ricerche, che la Sfinge risale a un epoca compresa tra il 5000 a.C. e il 7000 a.C, sarebbe quindi il più antico monumento dell'Egitto, con il doppio degli anni della Grande piramide.

L'archeologa californiana Carol Redmount, esperta di manufatti egizi, afferma invece: «È impossibile che ciò sia vero». La popolazione che viveva in quella regione non aveva i mezzi tecnologici adeguati né l'intenzione di edificare una simile struttura. Altri egittologi dicono di non essere in grado di spiegare le prove geologiche ma insistono semplicemente sul fatto che la teoria non è compatibile con l'enorme lavoro di ricerca archeologica effettuato nella regione. Se i geologi hanno ragione, molto di ciò che gli egittologi credono di conoscere sarebbe errato.

Sembrava dunque che esistessero prove del fatto che la Sfinge potesse essere molto più antica di quanto si pensi. Al ritorno in Inghilterra ho steso la mia bozza sotto forma di romanzo basandomi sull'idea di Schwaller, e l'ho inviata a Hollywood. Non sono ben sicuro di ciò che sia accaduto al mio scritto: probabilmente è passato tra le mani di una mezza dozzina di soggettisti per essere migliorato. Mi sembrava però di essere riuscito a scrivere una sceneggiatura essenzialmente realistica e non il solito scenario con templi greci, sacerdoti dalla barba bianca e bellissime donne bionde avvolte in pepli simili a leggeri teli da bagno. E ancora una volta misi in un cassetto il problema di "Atlantide" per dedicarmi ad altri progetti.

Fu dopo due anni circa che un vecchio amico, Geoffrey Chessler, mi chiamò: Chessler aveva commissionato uno dei miei primi libri, Starseekers. In quel momento stava lavorando per un editore specializzato in libri illustrati su temi dell'"occulto", come Nostradamus, e voleva sapere se avevo qualche suggerimento. Non avevo spunti, tuttavia poiché sarei passato da Londra pochi giorni dopo, accettai di cenare con lui in un luogo comodo per entrambi: un hotel all'aeroporto di Gatwick. Lì ci scambiammo idee, parlammo di varie possibilità e casualmente menzionai il mio interesse per la Sfinge. Geoffrey manifestò immediatamente il suo interesse; mentre sviluppavo la mia idea spiegando come secondo me il modo di pensare a una civiltà perduta di Hapgood fosse probabilmente completamente diverso rispetto a quello dell'uomo moderno, egli mi suggerì di scrivergli una bozza sull'argomento.

Tengo a precisare che verso la fine degli anni '60 un editore americano mi aveva chiesto di scrivere un libro sull'"occulto", l'argomento mi ha sempre interessato ma tendevo ad affrontarlo cum grano salis. Quando chiesi consiglio al poeta Robert Graves questi mi disse di lasciar perdere, eppure fu proprio in La dea bianca di Graves che trovai una distinzione di base, fondamentale per il mio libro: la distinzione tra conoscenza solare e conoscenza lunare. La conoscenza moderna, cioè razionale, è un tipo di conoscenza solare, basata su parole e concetti, che frammenta il proprio oggetto con la dissezione e l'analisi. Graves sostiene che il sistema cognitivo delle antiche civiltà si basava sull'intuizione che coglie le cose nell'insieme.

Graves dà un esempio pratico di questa teoria nel racconto The Abominable Mr Gunn. Quando andava a scuola, aveva un compagno di nome Smilley che riusciva a risolvere problemi matematici alquanto complessi semplicemente osservandoli. Quando l'insegnante, Mr Gunn, chiese come facesse, l'allievo rispose: «Mi è venuto in mente». Mr Gunn non gli credette e pensò che avesse visto le soluzioni alla fine del libro. Quando Smilley replicò che nella soluzione c'erano due cifre sbagliate, Mr Gunn lo fece prendere a bacchettate e lo obbligò a risolvere i problemi "normalmente", fino a quando Smilley perse quella sua strana capacità.

Oggi si direbbe semplicemente che Smilley era un fenomeno, un prodigio con una mente simile a un calcolatore. Ma questa spiegazione non basta. Esistono dei numeri chiamati numeri primi, come il 7, il 13 e il 17, che non possono essere divisi esattamente per nessun altro numero. Non esiste un semplice metodo matematico per scoprire se un numero alto è un numero primo, l'unico sistema è dividerlo per numeri più piccoli, operazione alquanto noiosa. Anche il più sofisticato computer opera allo stesso modo.

Eppure nell'800 fu chiesto a un prodigio del calcolo se un certo numero a dieci cifre fosse un numero primo; dopo una pausa di riflessione questi rispose: «No, può essere diviso per 241».

Oliver Sacks ha descritto due gemelli mentalmente ritardati, ricoverati in un ospedale psichiatrico di New York, in grado di "recitare" alternatamente numeri primi a venti cifre come strofe di una filastrocca. Scientificamente parlando, cioè secondo il nostro sistema razionale di "conoscenza solare", ciò non è possibile. Eppure i prodigi del calcolo ci riescono. E come se le loro menti volassero, simili a uccelli, al di sopra del campo numerico vedendo la risposta.

Ciò significa un'unica cosa: sebbene il nostro sistema di conoscenza solare ci sembri così completo e autonomo, deve esistere qualche altro sistema cognitivo che raggiunge i risultati in modo completamente diverso. E un'idea che lascia perplessi, è come cercare di immaginare una dimensione diversa dalla lunghezza, dalla larghezza e dall'altezza. Sappiamo che nella fisica moderna esistono altre dimensioni ma le nostre menti sono incapaci di concepirle. Eppure siamo in grado di immaginare una creatura, piccola e priva della vista, simile a un verme, convinta del fatto che il mondo sia costituito di superfici e totalmente incapace di immaginare il significato della parola "altezza". Per quanto ciò risulti offensivo per la mente umana, dobbiamo riconoscere che, quando si tratta di conoscenza, noi siamo come creature cieche, simili a vermi.

Non mi disturbava la teoria di Hapgood che riteneva fondamentalmente diverse la civiltà dell'era pre-glaciale e la nostra.

L'archeologo Clarent Weiant racconta che quando un indiano Montagnais (Canada orientale) desidera mettersi in contatto con un parente lontano, si isola in una capanna nella foresta raccogliendo l'energia psichica necessaria con la meditazione: in questo modo il parente lontano sentirà la sua voce. Jean Cocteau scrive che un amico, il professor Pobers, si era recato nelle Indie Occidentali per studiare lo stesso fenomeno. Aveva chiesto a una donna perché parlasse a un albero. La donna rispose: «Perché sono povera, se avessi dei soldi userei il telefono».

L'autore sembra dire che utilizzando il telefono e tutte le altre "diavolerie" prodotte dalla conoscenza solare, abbiamo perso alcune facoltà che i nostri antenati davano per scontate.

Quando incontrai Geoffrey Chessler all'aeroporto di Gatwick stavo per partire per Melbourne per il festival letterario dopodiché volevo incontrare John West a New York. Per combinazione West mi aveva scritto inaspettatamente inviandomi una copia di un suo articolo pubblicato su un rivista poche settimane prima. L'articolo parlava dei suoi più recenti progressi, tra cui la ricostruzione facciale eseguita dal detective Frank Domingo che dimostrava che il volto della Sfinge non aveva nulla a che fare con quello di Chefren. Non ci eravamo mai parlati anche se avevo scritto la recensione di un suo libro, The Case far Astrology, e non sapeva che mi interessava la Sfinge. Gli risposi dicendogli che mi sarei trovato a New York dopo poche settimane e decidemmo di incontrarci.

John West era un uomo magro e occhialuto, una vera fonte di entusiasmo e informazioni e come tutte le persone entusiaste di ciò che fanno era ben disposto a condividere le sue idee e il suo tempo, non c'erano in lui tracce di quella diffidenza che spesso caratterizza chi teme che altri scrittori possano rubare le sue idee.

Aveva portato una cassetta del suo programma televisivo sulla Sfinge, la guardammo a casa del drammaturgo Richard Foreman che la trovò molto interessante, proprio come me. John venne a cena con me, con la mia famiglia (i miei figli mi avevano raggiunto negli Stati Uniti) e Paul Devereux, che nei suoi scritti aveva parlato degli antichi megaliti. Parlammo del mio progetto di scrivere un libro sulla Sfinge e John mi consigliò di contattare un altro scrittore, Graham Hancock, che stava scrivendo un libro per dimostrare che la civiltà è più antica di quanto crediamo. Menzionò anche Rand Flem-Ath che nel suo libro sosteneva che Atlantide si trovava al Polo Nord. Era un'idea sensata: Hapgood sosteneva che l'antica civiltà marittima si trovava probabilmente nell'Antartide e adesso che ci penso mi sembra estremamente chiaro.

Tornai in Inghilterra e scrissi a Graham Hancock e a Rand Flem-Ath. Avevo sentito parlare di Hancock in un programma televisivo che illustrava la sua ricerca dell'Arca dell'Alleanza. Mi fece avere una copia dattiloscritta di Impronte degli dei e non appena iniziai a leggerlo mi chiesi se valesse la pena continuare il mio libro sulla Sfinge. Graham aveva già parlato dell'argomento illustrato da John West nel suo programma televisivo, trasmesso in America poco dopo il mio ritorno.

Inoltre Graham conosceva bene Rand Flem-Ath e la sua teoria su Antartide che costituiva il punto centrale del suo libro. Nel frattempo avevo ricevuto una copia dattiloscritta di When the Sky Fell di Rand e Rose Flem-Ath, seppi che avevano tratto spunto da Maps of the Ancient Sea Kings e dal precedente Lo scorrimento della crosta terrestre di Hapgood. Presi immediatamente in prestito quest'ultimo libro dalla Biblioteca di Londra. Anch'io ho una piccola parte di merito se When the Sky Fell fu accettato da un editore canadese (proposi di scriverne l'introduzione).

Non ero ancora convinto che valesse la pena scrivere il mio libro ma mi sembrava che un insieme di coincidenze e sincronie, verificatesi dopo aver letto le teorie di Schwaller sull'effetto degli agenti climatici, mi indicassero che non era assurdo continuare.

Nelle settimane successive trovai altre due tessere del rompicapo. Ricevetti, per scriverne una recensione, una copia di Il mistero di Orione di Robert Bauval e scoprii che pensava che le piramidi del complesso di Giza fossero state ideate addirittura nel 10450 a.C. Stavo ancora leggendo il lunghissimo scritto di Hancock e non avevo ancora raggiunto il capitolo su Bauval. Ma l'accenno ad Atlantide fatto da Bauval mi portò a scrivere nella mia recensione che le sue conclusioni sembravano sostenere le teorie di Schwaller e John West. Scrissi a Bauval consigliandogli di contattare John West e mandai a John West una copia di II mistero di Orione.

Ecco il secondo elemento: avevo ottenuto una copia di Al-Kemi di André VandenBroeck, artista americano divenuto seguace e grande amico di Schwaller de Lubicz negli ultimi anni della vita di quest'ultimo. Un paio di anni dopo, mentre stavo facendo delle ricerche su Schwaller, il mio vecchio amico Eddie Campbell (che conoscevo poiché era l'editore letterario dell'«Evening News» di Londra) mi aveva imprestato il libro ma mi era sembrato ostico.

Adesso ne avevo un esemplare, decisi di leggerlo con calma e attenzione, rileggendo i passaggi più difficili due o tre volte. Più leggevo e più mi convincevo di dover scrivere il mio libro. Leggendo Al-Kemi scoprii che Schwaller era convinto che gli antichi Egizi avessero un sistema di conoscenza completamente diverso dal nostro, non si trattava soltanto di uno strano modo di comunicare con i parenti lontani ma di un modo diverso di vedere l'universo.

In particolare mi interessava il fatto che, secondo VandenBroeck, Schwaller riteneva che questo modo diverso di vedere le cose potesse aver accelerato notevolmente l'evoluzione umana.

Mi misi in contatto con VandenBroeck e iniziammo uno scambio di idee. Con grande pazienza ha fatto del suo meglio per spiegare molte cose che non ero riuscito a capire. L'editore americano di Schwaller, Ehud Spurling, gentilmente mi inviò sette libri dell'autore, al momento in stampa. Erano anche più complicati di Al-Kemi ma altrettanto interessanti, in particolare l'ultimo libro intitolato SacredScience (l'opera principale di Schwaller, The Tempie of Man, era stata tradotta in inglese ma non era ancora stata pubblicata). Incominciavo a capire, anche se a volte mi sembrava di camminare nella notte buia dove vedevo qualche sporadico sprazzo di luce.

Quando fu pubblicato nell'aprile 1995, Impronte degli dei di Hancock era il numero uno nelle classifiche editoriali inglesi, il che dimostra che le civiltà dell'era pre-glaciale esercitano il loro fascino su un gran numero di lettori. Ma dal mio punto di vista sottolineava soltanto una domanda: che differenza fa? La civiltà potrebbe avere 5.000, 15.000 o 100.000 anni: quale sarebbe la differenza pratica?

D'altra parte se stiamo parlando di un diverso sistema di conoscenze, valido come il nostro ma basato su un approccio assolutamente diverso, allora la differenza è fondamentale. La conoscenza dell'uomo moderno è frammentata. Se un extraterrestre giungesse sulla terra e scoprisse le città vuote con biblioteche, musei, planetari, giungerebbe alla conclusione che gli uomini del xxi secolo erano giganti intellettuali. Ma studiando le nostre enciclopedie scientifiche, filosofiche, tecnologiche e di tutte le materie immaginabili, presto si renderebbero conto che nessuna mente può cogliere i concetti di cui si parla. Ci manca un sistema di conoscenze di base, non abbiamo un metodo per vedere e comprendere l'universo globalmente.

Tuttavia se Schwaller ha ragione e se gli Egizi e i loro predecessori possedevano un sistema di conoscenze completo che permetteva loro di avere una visione globale dell'universo e dell'esistenza dell'uomo, allora le percezioni di Robert Bauval, Hapgood e Graham Hancock sarebbero soltanto una tappa intermedia. Il punto centrale andrebbe oltre l'idea che la civiltà possa essere più antica di migliaia di anni. Il punto centrale sarebbe la domanda: che cosa significa tutto ciò?

Una conseguenza secondo Schwaller è che deve esserci un modo di accelerare l'evoluzione dell'uomo: questo punto mi interessava particolarmente poiché era il tema fondamentale del mio lavoro. Da bambino avevo notato che a Natale il mondo sembra più prospero e meraviglioso: in realtà volevo dire che la consapevolezza è molto più intensa di quella quotidiana, che accettiamo come normale. Questa forma di consapevolezza più intensa a volte compare casualmente, in momenti di rilassamento, sollievo e quando la sentiamo in un certo senso ci sembra "normale", come un modo diverso di vedere le cose e reagire alle situazioni. Una delle principali caratteristiche di questo stato di "consapevolezza elevata" sembra implicare un uso efficace della nostra mente, e non uno spreco delle nostre facoltà. La normale consapevolezza è come un secchio bucato o un pneumatico forato. In alcuni momenti ci sembra di poter chiudere la falla e allora la vita non è più così dura, si trasforma in uno splendido susseguirsi di soddisfazioni e anticipazioni che ci fanno pensare a come ci sentiamo quando partiamo per le vacanze. A volte la chiamo "bi-consapevolezza" poiché si tratta di essere consapevoli di due realtà nello stesso tempo, come un bambino seduto davanti al fuoco, al caldo, che ascolta il ticchettio della pioggia che batte contro i vetri oppure la sensazione che si ha, un freddo mattino d'inverno, quando siamo nel nostro letto e dobbiamo alzarci, il letto non ci è mai sembrato così comodo e caldo.

Il nostro sviluppo personale dipende da ciò che potremmo definire "esperienze di intensità". Potrebbero essere più o meno piacevoli, come l'esperienza di Paride tra le braccia di Elena o l'esperienza di un soldato sotto tiro, senza dubbio comunque determinano una piccola ma definitiva trasformazione della consapevolezza.

Peccato che il nostro sviluppo dipenda dalla fortuna di fare esperienze simili in cui la consapevolezza è una condizione e non il semplice prodotto di qualcosa che ci accade. Un cuoco può preparare dolci e gelatine; un falegname può fabbricare tavoli e credenze; un farmacista può preparare sonniferi e stimolanti. Perché non dovremmo produrre i nostri stati di consapevolezza capendo come si verificano? E gli antichi erano in grado di farlo?

Non penso, perlomeno non nel senso che intendo io. Certamente erano in grado di capire il segreto dell'armonia cosmica e le sue precise vibrazioni che permettevano loro di sentirsi parte integrante della natura, e non di sentirsi "alienati" come, secondo Karl Marx, la maggior parte degli uomini moderni. Una più profonda comprensione del processo di evoluzione consapevole dipende in parte dall'aver sperimentato il processo di alienazione e dall'aver appreso a trasformarlo. Ciò che può emergere emergerà come risultato del sorpasso dell'alienazione, come comprensione di quest'antica conoscenza che, secondo Schwaller, è stata dimenticata da tempo sebbene sia stata trasmessa attraverso le varie generazioni sotto forma di simboli dalle grandi religioni.

Lo scopo di questo libro è cogliere ancora una volta la natura di questa conoscenza dimenticata.

L'Impronta di Atlantide

L'Impronta di Atlantide

Le Piramidi e la Sfinge, Stonehenge. Machu Picchu.

Da secoli questi e altri siti stuzzicano la curiosità di studiosi, avventurieri e turisti attratti dai segreti che ciascuno di questi monumenti racchiude.

Primo di tutti: come sono riusciti a costruirli? Chi l'ha fatto, e perché?

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Colin Wilson

Colin Wilson è nato a Leicester nel 1931. Ha scritto decine di volumi tra cui i best-seller Il libro nero dei serial killer (con Donald Seaman) e Il grande libro dei misteri irrisolti (con Damon Wilson), entrambi pubblicati dalla Newton Compton. Autorità assoluta nel campo della criminologia, considera se stesso un filosofo dedito alla ricerca del significato dell’esistenza.

 

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