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Avvento 2016
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Un idiota alla posta - Le Regole dell'Infinito -...

Leggi il capitolo 2 del libro "Le Regole dell'Infinito" di Francesco Giacovazzo

Un idiota alla posta - Le Regole dell'Infinito - Libro di Francesco Giacovazzo

Raffaele mi aveva dato appuntamento per il lunedì mattina ad un ufficio postale sulla Tuscolana. Arrivai alle otto e mezza precise e c'era già un po' di fila all'entrata. Cercai Raffaele ma non lo vidi e per questo mi indispettii essendo Raffaele un tipo molto preciso. Le poste romane sembravano dei container dove la gente ammassata sfoga la propria repressione, la propria rabbia, le proprie lamentele e mi chiedo come ne escano gli operatori dopo otto ore lavorative in un'atmosfera così carica di negatività. Nessuno sorride, pochi salutano e pochissimi dicono grazie.

Io avevo deciso di approfittarne per pagare la bolletta della luce, così presi il numero e mi accomodai vicino all'entrata visto che le sedie erano tutte occupate perlopiù da pensionati. Mi guardai attorno cercando Raffaele ma niente, lui non c'era.

Dopo cinque minuti il mio sguardo cadde su un uomo seduto con un lungo impermeabile color crema, cappello e occhiali da sole. Teneva la mano chiusa sul pomello di un bastone da passeggio. Mi sentii fissare da dietro quegli occhiali scuri che gli nascondevano metà del viso. Poi un brivido mi corse lungo la schiena: non poteva essere!

Mi immobilizzai e rimasi incollato con lo sguardo fisso su quell'uomo. Ad un certo punto questi si alzò e zoppicante si avvicinò a me. «Scusi giovanotto, che numero è stato chiamato?»

«Il 42», dissi esitante. Era Raffaele, eppure non era lui. Sembrava avesse trent'anni di più e anche la sua voce era tremolante e sembrava più grave. «Mio dio, che sbadato! Io ho il 39 e non ho capito nulla. Lei che numero ha?» mi chiese. «Il 59.» Credetti di svenire. Poi lui si appoggiò al mio braccio e mi chiese se potevo accompagnarlo a sedere. Ci impiegammo almeno due buoni minuti per ritornare alla sedia.

Poi una signora cicciottella si avvicinò con voce squillante: «Crescenzo! Come stai? Quanto tempo, e la signora come sta?». «Eh non c'è male tiriamo avanti!» e rise come un demente. La signora si avvicinò all'orecchio di Raffaele e gli disse: «Cosa deve fare? Deve pagare qualche bolletta?» «Centotrenta euro di acqua! Maledetti. Due persone anziane. Ma dove andremo a finire?»

Lo guardai incredulo attraverso gli occhiali e lui mi sorrise beffardo. Intanto chiamarono il mio numero e pagai anche la sua bolletta. Poi molto lentamente si alzò, salutò la sua amica paffuta e uscimmo fuori.

Raffaele era ancora appoggiato al mio braccio e attraversammo la strada. Mi guardai dietro e quando fui certo che nessuno potesse sentirmi, sbottai: «Ma che cazzo stai facendo!» 

Raffaele esplose in una fragorosa risata «Ti dovevi vedere, sembravi un coglione!»

«Forse il coglione sei tu!» ribattei offeso.

Raffaele inarcò la schiena e riprese la sua andatura normale. «Dai forza che arriva l'autobus.» Si tolse il cappello e me lo mise in testa. Poi si sfilò l'impermeabile e lo mise sotto il braccio.

«Ma dove andiamo ora?»

«A Bufalotta!» 

«Ma è dall'altra parte di Roma, che ci andiamo a fare?» «Devo andare a ritirare l'auto dal meccanico!» «A Bufalotta?!» 


«A Signor Roberto, ma che voi le pasticche s'erano tutte consumate! Ma da quand'è che non cambiavamo le pastiglie ai freni?»

Raffaele si grattò il capo e rivolgendosi a me in perfetto romano disse: «A Vince te ricordi quanno annammo a Napoli a trovare zio, quanno fu, l'anno scorso?»

«See l'anno scorso, minimo so' tre anni!» disse il meccanico agitando le tre dita della mano nera e untuosa.

«Ti ho parlato di mio nipote? Questo è il figlio di mia sorella. Secondo me è frocio e sai perché? Perché è un Laziale de merda!»

E si abbracciarono come due poveracci mentre io cominciai a innervosirmi.

«Ma davvero Vince?» mi chiese il meccanico. «Cosa?» risposi. «Che sei frocio!» E ripresero a ridere come due imbecilli.

Poi, dopo che si furono calmati, il meccanico entrò nel suo ufficio e ne uscì con un calendario della Ferilli. «Tiè to' regalo è dell'anno scorso. Così te viene voglia di diventar da' Roma!». «A Roma to' fa venir durooo!» urlò Raffaele come un matto.

Dopo un'altra pacca sulla schiena finalmente chiese il conto. «Cinquanta sacchi.» rispose il meccanico con le chiavi in mano. «Cinquanta sacchi!» esclamò Raffaele. «E quanto mi vuoi da', 'na Piotta?» «Mortacci tua!»

E tra insulti, sorrisi e sconti finalmente ci mettemmo in auto. Raffaele si mise gli occhiali da sole e come se niente fosse cominciò a canticchiare una canzone di Baglioni. Io ero allibito, nero di rabbia e senza parole. «Che c'è non ti sei divertito?»

«Innanzitutto vorrei sapere se ti chiami veramente Raffaele o Crescenzo o signor Roberto.»

«E che differenza fa? Forse non sono nessuno dei tre. E tu chi sei? Francesco? E chi è Francesco?»

Mi morsi il labbro per trattenere una parolaccia.

«Francesco è solo un ruolo come lo è Raffaele o Crescenzo. Francesco è una storia fatta di ricordi, esperienze, paure, rancori, desideri. Francesco sei tu e non lo sei... Non affezionarti a chi credi di essere. Tu non sei quello. Chi credi di essere è solo un'abitudine ed è la più deleteria; è importante che inizi a cambiarla altrimenti non andrai molto avanti. Ripeterai ogni giorno lo stesso copione e finirai per crederci veramente.»

«Quindi Raffaele è solo una parte che reciti per me?»

«Perché il giovane apprendista non è solo una parte che reciti con me? Con tua madre non credo che ti comporti come ti comporti con me!»

«Nello stesso identico modo. Non sono uno schizzato!» ribadii.

«Ma sei noioso!» disse flettendo la voce come una svampita.

«E sotto le coperte con la tua donna ti comporti come fai con me? E all'università?»

Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.

«Okay. E' vero tutti noi recitiamo dei ruoli ma io rimango sempre Francesco dietro ogni ruolo.»

«E' quello che sto cercando di dirti: anche Francesco non è che un altro ruolo ed è il più pericoloso di tutti! Perché ti fa credere di essere un individuo ma ancora non lo sei. Da domani prova a recitare te stesso almeno in due situazioni diverse; fai finta di essere un attore. Questo non è un gioco, sono molto serio. Ormai hai un certo grado di presenza, facciamo un passo in più. Disidentificati da te stesso, esci fuori dal tuo personaggio. A me a Roma mi conoscono in almeno tre modi diversi.»

«Ma è assurdo! E se un giorno dovessi incontrare contemporaneamente tre persone che ti conoscono con tre nomi diversi?»

Raffaele fermò la macchina sul ciglio del marciapiede. Mi guardò e abbassò il tono della sua voce: «Ti ricordi la prima volta che ci siamo visti?»

«Sì, sull'autobus.»

«E la seconda?»

«Ad un pub, a luglio dell'anno scorso.»

«Non esattamente.» Rimasi interdetto. «Ti ricordi l'anno scorso, quando vennero a trovarti tuo fratello e i tuoi zii?»

Sì, certo che me lo ricordavo. Era il mio primo anno di università e a febbraio mio fratello Giacomo venne a trascorrere due giorni con me accompagnato dai miei zii. Furono due giorni bellissimi, sentivo la sua mancanza come quella di tutta la mia famiglia ma non osavo ammetterlo.

«E ti ricordi quando sono partiti cosa hai fatto?»

Ricordavo che ero molto triste e mi feci una birra a villa Celimontana con i Radiohead nelle cuffie. Provai a richiamare tutti i particolari di quella serata ma non mi venne in mente nulla. Poi, all'improvviso ebbi come un lampo e mi balenò un ricordo.

Quando uscii dalla villa, mi diressi verso il Colosseo e mi fermai in una pizzeria al taglio. Lì avevo fatto conoscenza con il proprietario egiziano che mi trattava con un certo riguardo. Mi presi un pezzo di pizza bianca con le olive e mi accomodai ad un tavolino per mangiarla. C'erano pochi avventori a quell'ora.

A due tavoli di distanza sedeva un uomo in silenzio e beveva un calice di vino. Mi sembrava triste e solo, più solo di me. Poi ad un certo punto il tizio si alzò e andando a pagare inciampò proprio sulla mia borsa che avevo lasciato per terra e cadde. Mi alzai scusandomi e tesi la mano per aiutarlo, ma l'uomo non l'aveva presa molto bene e non mi ricordo cosa mi disse ma non erano belle parole. Si spazzolò con le mani il soprabito e brontolando andò a pagare e se ne andò.

Continuai a mangiare quando vidi per terra un mazzo di chiavi; doveva averli persi la persona dopo la caduta. Mi alzai e mi precipitai fuori cercandolo e con lo sguardo lo vidi a quasi un centinaio di metri. Mi misi a correre per raggiungerlo solo che quando ero a una cinquantina di metri di distanza, lui girò a sinistra. Accelerai ma quando svoltai l'angolo lui non c'era più.

Me ne ritornai indietro sempre correndo perché avevo lasciato la mia borsa e il giubbotto in pizzeria. Quando arrivai lasciai le chiavi al pizzaiolo dicendo che sicuramente sarebbe ripassato a prenderle da lì a qualche ora.

Dopo qualche giorno ritornai alla pizzeria e il mio amico mi disse che quel signore era passato e aveva lasciato una busta per me. La aprii e vi trovai venti euro. Dentro la busta c'era anche un biglietto su cui c'era scritto: "Un semplice atto d'amore può generare un flusso senza fine."

Guardai Raffaele e non dissi nulla. Quell'uomo poteva passarmi accanto senza farsene accorgere mentre io facevo sempre di tutto per farmi notare. Questo sapevo era uno svantaggio in molte occasioni e Raffaele non smetteva di farmelo notare.

Una volta mi raccontò di Gurdjieff, forse uno degli ultimi veri alchimisti del secolo passato, che per fuggire con un manipolo di allievi dalla Russia rivoluzionaria, si inventò una spedizione scientifica al monte Induc. Dovettero attraversare delle zone controllate sia dalle guardie bianche che da quelle rosse. Sia Gurdjieff che il suo gruppo avevano due lasciapassare: il primo ottenuto grazie ad alcuni fedeli amici di origine aristocratica, l'altro inventando di essere parte di una associazione internazionalista ispirata ai principi del socialismo. In prossimità dei posti di blocco, Gurdjieff si toccava il baffo destro o quello sinistro affinché i discepoli capissero quale passaporto esibire e come comportarsi.

Gurdjieff li aveva allenati a interpretare due opposte tipologie di persone e la loro recitazione coinvolgeva non solo gli atteggiamenti esteriori ma anche gli stati d'animo interiori. Era un vero e proprio cambio di personalità.

Gurdjieff, fra i tanti personaggi "interpretati" nella sua vita, fu anche un mercante orientale che faceva affari con chiunque e ciò gli permise in periodi di carestia, di avere a casa sua sempre qualcosa da mangiare e da condividere con i suoi numerosi ospiti. Qualcuno addirittura lo conosceva come un collaborazionista dei nazisti. In realtà Gurdjieff si sapeva mimetizzare in ogni situazione e attraversare pure l'inferno travestito da diavolo.

Mi rattristai di nuovo.

«Non prendertela, dai» disse stringendomi la gamba. «Ma veramente avevi perso le chiavi?» volli sapere. «Chi io o Raffaele?» mi domandò strizzandomi l'occhio.

Le Regole dell'Infinito

Le Regole dell'Infinito

Dopo La pietra degli alchimisti (2015), inizia così un nuovo capitolo dell'apprendistato che l'autore intraprenderà sotto la guida di Raffaele, un alchimista carismatico e imprevedibile. Attraverso incredibili iniziazioni, Raffaele porterà l'autore a scoprire dentro di sé non solo le leggi della Creazione ma il segreto della vera magia: un segreto terribile e meraviglioso in grado di cambiare il destino di ognuno di noi.

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Francesco GiacovazzoTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Francesco Giacovazzo, nato nel 1980, è scrittore e studioso di alchimia e di discipline metafisiche e olistiche. Si è laureato a Roma in Scienze della Comunicazione e ha continuato a studiare psicologia e sviluppo personale, attratto dalle potenzialità latenti e dalle capacità innate di ogni essere umano.

 

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