Torna su ▲
Avvento 2016
Idee Regalo

Tutta la Verità - Estratto da "Whole - Vegetale e...

Leggi in anteprima il capitolo 2 di "Whole - Vegetale e Integrale" Libro di T. Colin Campbell

Tutta la Verità - Estratto da "Whole - Vegetale e Integrale"

«La storia è una gara fra istruzione e catastrofe»
Herbert George Wells

Nel capitolo precedente ho argomentato come ciò che mangiamo possa avere un maggior impatto sulla salute di qualsiasi altra cosa. Le prove che insieme ad altri ricercatori ho accumulato negli anni indicano nella dieta vegetale e integrale la dieta umana ottimale.

Rimando il lettore al mio libro precedente, The China Study, per un approfondimento delle evidenze scientifiche a sostegno di questa tesi.

Ovviamente, malgrado le prove addotte, non tutti al mondo sono convinti che una dieta a base vegetale sia il miglior modo di mangiare per la salute umana e per il pianeta.

I media pullulano di opinionisti che contraddicono le mie affermazioni, spesso in maniera piuttosto articolata e divertente.

Il fatto è che è estremamente facile per i miei oppositori estrapolare singoli dati e utilizzarli per sostenere conclusioni opposte alle mie. In realtà, come si possono valutare le prove scientifiche senza diventare esperti di biochimica, cardiologia, epidemiologia e di decine di altre discipline che fornirebbero il contesto necessario?

Prima di descrivere gli ostacoli a una più vasta adozione della dieta vegetale e integrale vorrei affrontare la questione degli oppositori e delle loro critiche esponendovi il mio modello valutativo per la ricerca medica e nutrizionale. La mia speranza è che questo vi aiuti a capire il senso dell’assurdo ostruzionismo e delle mezze verità che vengono prese come legittime critiche della dieta vegetale e integrale, e nei media passano addirittura per informazione in tema di salute.

Una volta che sarete immunizzati contro la “moda salutistica della settimana”, potrete affrontare più smaliziati e sicuri le notizie ufficiali su questo tema, e avrete ancor più validi strumenti per giudicare da soli le prove a favore della dieta vegetale e integrale e le obiezioni che ha ricevuto.

VALUTARE LA RICERCA IN CAMPO SANITARIO

Se seguite le notizie televisive, ogni settimana vi verranno raccontate storie di nuovi farmaci promettenti, nuove terapie genetiche, nuovi macchinari high-tech e nuove indicazioni salutistiche collegate a cibo, vitamine, enzimi e altri micronutrienti. Nessuna di queste “scoperte decisive” offre lontanamente gli stessi vantaggi della dieta vegetale e integrale, anche se vi sarà difficile capirlo dalle notizie strombazzate e malinformate riguardanti le ricerche che le hanno originate.

Prima di opporre le mie prove alle loro, parliamo di come valutare la ricerca in generale, altrimenti resteremo intrappolati in diatribe del tipo «Tizio ha detto, Caio ha dichiarato», in cui ha ragione chi urla più forte (o, in questo caso, chi è più sponsorizzato).

Quando sentite un’affermazione sulla salute relativa a un prodotto alimentare, ponetevi tre domande: è vero? È tutta la verità, o solo una parte? È rilevante?

È vero? Il primo passo per valutare un’affermazione nel campo della salute è determinare se le ricerche che forniscono le relative basi teoriche sono state condotte in modo adeguato: in altre parole, se sono state ben impostate, condotte in modo professionale e riportate in forma sufficientemente accurata da permettere di scoprire qualche aspetto della verità.

Sfortunatamente, alcuni studi sono impostati e condotti in modo così poco scientifico che le loro conclusioni sono sciocchezze belle e buone. Eppure, la verosimiglianza di questi risultati aumenta in modo eclatante quando l’organizzazione che ha sovvenzionato la ricerca ha buone probabilità di far soldi grazie a un particolare risultato. In realtà, sono affidabili i risultati che, idealmente, sono stati riprodotti in esperimenti multipli, preferibilmente da ricercatori diversi, e comunque sottoscritti da finanziatori differenti.

È tutta la verità? È altrettanto importante considerare anche ciò che “loro” non dicono sui potenziali effetti collaterali e sulle altre conseguenze non intenzionali di una particolare linea d’azione.

In natura (e il nostro corpo idealmente è un prodotto della natura), quasi ogni cosa è connessa con ogni altra. Se avete mal di testa e prendete una pillola, potrete essere certi che nel vostro organismo quel medicinale provocherà molti altri effetti oltre ad alleviare il dolore. Allo stesso modo, se seguite la dieta vegetale e integrale per prevenire le cardiopatie, ne avrete benefici che vanno ben oltre la salute delle arterie.

Quando sentite parlare di una pillola miracolosa che fa abbassare la pressione sanguigna, siate sempre curiosi sugli altri effetti (“collaterali”) del farmaco, poiché in realtà non ci sono effetti “collaterali”, ma solo effetti. Domandatevi sempre quale sia l’effetto di una particolare misura sanitaria, oltre ai suoi obiettivi dichiarati.

È rilevante? Come vedremo nel corso di tutto il libro, parecchie delle cosiddette scoperte mediche in realtà non sono così impressionanti come il marketing le fa apparire. Forse sarà commercialmente valido giocare con le statistiche per aumentare le vendite, ma non è scientifico.

Uno dei modi per farlo (senza necessariamente affermare il falso) consiste nel selezionare con cura un dettaglio, riportarlo senza contesto e attribuirgli indirettamente un’importanza molto maggiore di quella che riveste in realtà.

Un farmaco potrebbe per esempio ridurre il colesterolo, senza avere il minimo effetto sul tasso di infarti e ictus. Poiché il pubblico presume che un basso valore di colesterolo garantisca una migliore salute cardiaca, la pubblicità del prodotto probabilmente strombazzerà ai quattro venti il calo del colesterolo, e affermerà addirittura che un valore inferiore del colesterolo è tipicamente associato con un rischio inferiore di malattie cardiovascolari, tacendo opportunamente il fatto che quel particolare farmaco non sembra affatto garantire un rischio inferiore: la sua capacità di ridurre il colesterolo non è davvero rilevante, almeno in riferimento alla longevità e alla qualità della vita di chi lo assume.

In realtà occorre avere una conoscenza diretta del metodo scientifico per valutare le affermazioni relative alla salute in base ai primi due criteri (è vero, ed è tutta la verità?), oltre che per avere accesso ai dettagli che riguardano l’impostazione della ricerca.

Tuttavia, anche se non siete scienziati, non disperate. Se state guardando la pubblicità di un farmaco su una rivista, non dovrete far altro che voltar pagina e leggere le avvertenze fittamente stampate a caratteri minuti.

Oppure potrete consultare le riviste revisionate da esperti.

Questo procedimento scientifico prevede che i risultati di una ricerca, prima di essere pubblicati, vengano revisionati e sottoposti al giudizio critico di professionisti qualificati. Si tratta di una strategia che offre alla comunità scientifica un’opportunità di mettere alla prova i risultati della ricerca in modo accessibile all’esame dei professionisti e del pubblico: un’occasione per riprodurre e verificare le osservazioni scientifiche o per dimostrare che sono false. Potrà non essere ritenuto un sistema perfetto, ma personalmente non ne conosco uno migliore: quantomeno promuove l’obiettività e l’integrità e offre ai lettori delle riviste revisionate un buon grado di affidabilità rispetto ai dati scientifici pubblicati nelle sue pagine.

Quanto alla terza domanda – se cioè le implicazioni di una nuova indicazione salutistica siano rilevanti – si tratta di qualcosa che quasi tutti noi possiamo valutare autonomamente. Tutto ciò che occorre è un po’ di buon senso.

COME STABILIRE SE UNA MISURA SANITARIA SIA RILEVANTE

Se rifletto sulla rilevanza di una particolare misura sanitaria – se cioè sia meritevole perseguirla a livello individuale, commerciale o scientifico – personalmente utilizzo tre criteri di base, elencati qui di seguito in ordine inverso di importanza:

  • Quanto tempo impiega per funzionare? (Rapidità).
  • Quanti problemi di salute contribuisce a risolvere? (Ampiezza).
  • Quanto migliorerà la mia salute grazie a questo intervento? (Profondità).
Rapidità

Quanto tempo ci vuole perché una sostanza nutritiva, un farmaco, una modificazione genetica o qualsiasi altro fattore producano davvero un effetto all’interno dell’organismo?

Non sto parlando del tempo necessario perché una sostanza venga assorbita nel flusso sanguigno e trasportata alle cellule tissutali. Mi sto invece domandando: “Quanto tempo deve passare perché ci sia un effetto significativo, come un aumento di energia o la riduzione dei sintomi di una malattia?”.

La rapidità con la quale si presenta la maggior parte dei benefici nutrizionali in chi adotta la dieta vegetale e integrale è sbalorditiva. I diabetici devono essere sottoposti a monitoraggio a partire dal primissimo giorno, in modo da ridurre l’assunzione dei farmaci via via che la dieta ha effetto, altrimenti correrebbero il rischio di avere un calo di zuccheri tale da causare una crisi ipoglicemica.

Anche gli alimenti privi di sostanze nutritive funzionano con grande rapidità, ma in senso opposto. Per esempio, dopo 1-4 ore dal consumo di una colazione a elevato contenuto di grassi da McDonald’s (Egg McMuffin®, Sausage McMuffin®, due frittelle di hash brown, una bevanda senza caffeina) i trigliceridi nel siero subiscono un’impennata (aumentando il rischio di cardiopatie e diabete e di molte altre patologie) e le arterie si induriscono (causando l’aumento della pressione sanguigna). Il ritorno alla normale fluidità richiede diverse ore. Niente di tutto questo accade dopo una colazione a ridotto contenuto di grassi a base di cereali e frutta.

Quando il mio amico e collega Caldwell Esselstyn Jr., M.D., cominciò a usare una dieta in larga parte vegetale e integrale per far regredire le cardiopatie avanzate in uno studio che ebbe inizio nel 1985, scoprì che il dolore cronico al torace (noto anche come angina) di norma scompariva entro una o due settimane.

Confrontiamo questo dato con un farmaco contro l’angina come la ranolazina (commercializzato con il nome Ranexa), approvato dall’Agenzia per gli alimenti e i medicinali degli Stati Uniti (Food and Drug Administration, FDA) nel 2006.

Un esperimento clinico intrapreso per stabilirne l’efficacia aveva somministrato a caso il Ranexa o un placebo a 565 pazienti. Il “gruppo Ranexa” aveva sperimentato una “riduzione statisticamente significativa” degli episodi di angina nell’arco di sei settimane. Un risultato fantastico, vero? Ciò che si intende è che il gruppo Ranexa era passato da 4,5 a 3,5 episodi di angina alla settimana.

Non esattamente la soluzione rapida che tutti noi auspicheremmo, vero?

Si aggiungano i normali effetti collaterali riportati dalla casa produttrice, fra cui «vertigini, mal di testa, stitichezza e nausea» (lo studio non specificava il tempo di insorgenza di questi sintomi) e si otterrà la miglior risposta della medicina occidentale alla dieta vegetale e integrale: interventi costosi con un effetto positivo limitato e un gran numero di potenziali effetti collaterali.

Qualcuno forse penserà che non è corretto paragonare i prodotti farmaceutici con la dieta vegetale e integrale, dal momento che i farmaci sono chiamati a trattare i sintomi piuttosto che le cause a monte della malattia.

Eppure, se c’è una cosa che dovrebbe deporre a favore dei medicinali è proprio la rapidità dell’effetto. In effetti, l’unica funzione utile che possono vantare è il “tempo di acquisto” per un paziente per il quale un cambiamento di stile di vita e di dieta potrebbe arrivare troppo tardi.

Quando qualcuno viene portato al pronto soccorso in barella dopo aver subito un infarto o un ictus, forse è meglio somministrargli un trombolitico per sciogliere il coagulo, piuttosto che fargli un’endovena a base di frullato di cavolo nero.

Ma eccezion fatta per le vere emergenze, la rapidità della risposta della dieta vegetale e integrale è superiore a quella di qualunque farmaco, in assenza degli effetti collaterali.

Ampiezza

Qual è l’ampiezza degli effetti di un simile intervento nell’organismo? È in grado di migliorare un’ampia gamma di funzioni, oppure agisce su un singolo parametro biologico, come la pressione sanguigna o il profilo lipidico?

Verrebbe da pensare che un approccio standardizzato in cui una sola strategia risolva un’ampia serie di condizioni patologiche possa essere la soluzione ideale. Ma la scienza medica nutre profondi sospetti per qualsiasi rimedio che si proponga come panacea (dal greco pan, ovvero “tutto”, e akos, “rimedio”).

Per contro, i più apprezzati farmaci cinesi sono quelli che trattano una grandissima varietà di disturbi. Nei primi anni Ottanta del Novecento, alcuni decani della professione medica in Cina mi fecero conoscere la loro tradizione secolare basata sull’uso medicinale delle erbe. Spesso queste erbe vengono utilizzate in forma integra, di norma macerate nell’acqua, e sovente utilizzate insieme a molti altri ingredienti.

La “regina” di queste erbe cinesi, la più prescritta e consumata è il ginseng. Carlo Linneo, padre della moderna classificazione scientifica di animali e vegetali, denominò il ginseng “Panax”, proprio perché era a conoscenza dei suoi molteplici usi nella medicina tradizionale cinese.

Vi ricordate di Daniel Boone, il famoso pioniere americano? Sapete cosa faceva nel selvaggio West col suo cappello alla Davy Crockett e il fucile? Andava a caccia e metteva trappole, vero? Certo, Boone fece la sua parte, quanto a far razzia di carne animale. Ma quando si trovò sull’orlo della rovina finanziaria per il fallimento di alcuni affari immobiliari negli anni Ottanta del Settecento, puntò dritto a dov’erano i soldi: ginseng americano (nome scientifico Panax quinquefolius). Boone pagò i nativi americani perché raccogliessero le radici, che inviò in Cina ricavandone una fortuna.

Non fu l’unico ad arricchirsi grazie a quella pianta medicinale: sappiamo che John Jacob Astor incassò cinquantacinquemila dollari per il primo carico di ginseng inviato in Cina, una cifra che oggi corrisponde a più di un milione di dollari.

Il motivo per cui i cinesi erano disposti a pagare tanto per il ginseng, e i nativi americani sapevano esattamente dove raccoglierlo, è che questa pianta fa bene alla salute in tanti modi diversi.

I Cherokee la usavano per alleviare le coliche, le convulsioni, la dissenteria e il mal di testa. Altre tribù native americane ritenevano che questa radice fosse utile a trattare l’indigestione, l’inappetenza, l’affaticamento, la laringite difterica, i dolori mestruali e lo shock. E se questa non è ampiezza!

La dieta vegetale e integrale riguarda così tanti disturbi e malattie che ci si comincia a chiedere se non ci sia un’unica causa patogena – l’alimentazione inadeguata – che si manifesti con migliaia di sintomi diversi.

Invece che concentrare l’attenzione sulla causa a monte, la medicina occidentale ha deciso di interessarsi esclusivamente dei sintomi individuali, e di dare a ciascuno di essi il nome di una malattia. Del resto è molto più redditizio identificare migliaia di diverse patologie, poi produrre e vendere le relative terapie, piuttosto che considerare il quadro generale e prescrivere un solo semplice rimedio che le cura tutte.

Ma questa non è considerata buona medicina.

Se siete colpiti dal gran numero di effetti positivi del solo ginseng, rimarrete senza parole quando saprete dell’ampiezza dei risultati della dieta vegetale e integrale.

Se è vero che il ginseng allevia un’ampia varietà di sintomi, un’alimentazione adeguata tratta le cause primarie della malattia, comprese quelle più disparate come il cancro, le malattie cardiovascolari (per esempio arresto cardiaco, ictus e aterosclerosi), l’obesità, i disturbi neurologici, il diabete, un’ampia gamma di malattie autoimmuni, e le malattie delle ossa. Dalla pubblicazione di The China Study ho avuto notizie da lettori che riferivano di altre patologie, quasi sempre non letali, alleviate o risolte dalla dieta vegetale e integrale: tra queste varie tipologie di mal di testa (incluse le emicranie), sofferenza intestinale, disturbi dell’occhio e dell’orecchio, disturbi da stress, raffreddore e influenza, acne, disfunzione erettile e dolore cronico.

Si tratta di una vastissima gamma di patologie controllate a livello nutrizionale, anche se per ciascuna di queste malattie (o gruppi di malattie), sarebbe utile effettuare ricerche più professionali per documentare i meccanismi di questi effetti.

Le mie impressioni sull’impatto della dieta su alcune di queste patologie (per esempio raffreddore e influenza, mal di testa, dolori di vario tipo e condizioni di dolore cronico) si basano più su prove aneddotiche che non su evidenze empiriche, verificate da esperti e pubblicate. Tuttavia, la frequenza con cui ho sentito pazienti e medici affermare che adottare la dieta vegetale e integrale risolve simultaneamente tutti questi problemi di salute inizia a convincermi che il sistema funziona per la stragrande maggioranza delle persone, nella quasi totalità dei casi.

In passato soffrivo io stesso di emicrania e di dolori di tipo artritico, ma questi disturbi sono scomparsi quando ho adottato pienamente la dieta vegetale e integrale.

Proviamo a fare un esperimento mentale. Qualcuno a cui tenete vi dice di avere una malattia cronica (prendetene una a scelta dalla lista precedente) e che il medico gli ha prospettato due possibili terapie.

La terapia numero uno ridurrebbe leggermente la gravità di un singolo sintomo ma non migliorerebbe le possibilità di essere curati della malattia (né di vivere più a lungo) e prospetterebbe un’ampia gamma di dannosi effetti collaterali (ovviamente il medico curante prescriverebbe altri medicinali per contrastare gli effetti indesiderati, e poi altri ancora per neutralizzare gli effetti collaterali di tutte le relative interazioni, e così via).

La terapia numero due risolverebbe con relativa rapidità la causa originaria della malattia, ponendo così fine a tutti i sintomi e aumentando l’aspettativa e la qualità della vita della persona a voi cara. Gli effetti collaterali comprenderebbero il raggiungimento del peso ideale, l’aumento di energia, un aspetto migliore, un maggior benessere e contribuirebbero anche a preservare l’ambiente e a rallentare il riscaldamento globale.

Quale terapia consigliereste a chi vi è caro?

Per l’establishment medico questo esperimento mentale è totalmente assurdo.

La quasi totalità della ricerca in campo medico prende in considerazione soltanto gli effetti strettamente specifici di un singolo fattore (che si tratti di un farmaco, una vitamina, un minerale o una procedura come un intervento chirurgico) su un singolo sintomo o sistema. Qualunque altra cosa – come considerare macrodifferenze quali lo stile di vita e la dieta – è ritenuta troppo complessa e caotica per essere affidabile.

Profondità

Dunque, finora abbiamo considerato il tempo necessario perché l’alimentazione incida sulle funzioni dell’organismo (rapidità) e il numero di sistemi su cui si ripercuote (ampiezza).

C’è un ultimo fattore cruciale per valutare l’efficacia di un intervento nel campo della salute: la portata, ossia il peso dell’effetto. Un’altra parola per questo criterio è profondità.

A parità di condizioni, preferireste sottoporvi a una terapia che producesse un miglioramento lieve o enorme del vostro benessere?

L’alimentazione a base vegetale tende a generare effetti di portata straordinaria. Ebbi occasione di verificarlo la prima volta in una serie di esperimenti condotti in India di cui lessi un resoconto e che in seguito riprodussi alla Cornell University con i miei studenti dei corsi post-laurea.

I ricercatori esponevano gli animali da laboratorio (ratti) a una potente sostanza cancerogena, e poi somministravano a un gruppo di cavie una dieta costituita per il 20% da proteine animali, mentre la dieta dell’altro gruppo ne conteneva soltanto in percentuale del 5%. Ogni singolo animale del gruppo al 20% aveva poi sviluppato un cancro o lesioni precancerose, mentre non una cavia del gruppo al 5% aveva riportato conseguenze: il 100% contro lo 0%.

Questo tipo di risultato è davvero raro negli studi biologici che presentano un gran numero di variabili disorientanti, eppure questo era stato il nostro risultato finale. Ripetemmo l’esperimento con diverse modalità perché in un primo momento ci fu difficile crederci, ma l’esito fu sempre lo stesso, esperimento dopo esperimento. Impossibile una maggiore profondità.

Forse starete pensando: “Un momento. Solo perché la dieta ha questo tipo di effetto sul cancro nei ratti, ciò non significa che possa migliorare nella stessa misura la salute umana”. Gli studi animali sono una cosa a parte. E cosa ne dite di uno studio condotto su individui gravemente malati cui viene cambiata drasticamente la dieta? Un intervento nutrizionale può produrre effetti così profondi?

Negli anni Quaranta e Cinquanta (quasi settant’anni fa!), due cardiologi, Lester Morrison e John Gofman, intrapresero una ricerca per stabilire gli effetti della dieta sulle cardiopatie in soggetti che avevano già subito un infarto. I due medici fecero seguire a questi pazienti una dieta a minor contenuto di grassi, colesterolo e cibi di origine animale, un’alimentazione che ridusse in modo eclatante le recidive delle cardiopatie.

Nathan Pritikin fece lo stesso negli anni Sessanta e Settanta.

Poi, negli anni Ottanta e Novanta, i due medici Esselstyn e Dean Ornish si proposero di scoprire qualcosa di più. Lavorando separatamente, entrambi dimostrarono che una dieta a base vegetale e ad alto contenuto di carboidrati era in grado di tenere sotto controllo e persino di far regredire le cardiopatie avanzate.

Abbiamo accennato allo straordinario lavoro di Esselstyn nel capitolo dedicato alla rapidità, e potrete trovare maggiori informazioni sulle sue ricerche e su quelle degli altri scienziati in The China Study. Ora però soffermiamoci ancora sulle scoperte di Esselstyn in termini di profondità.

LO STUDIO DI ESSELSTYN SULLA REGRESSIONE DELLE CARDIOPATIE

Nel 1985, Esselstyn reclutò pazienti affetti da cardiopatie avanzate ma non a rischio immediato di morte per un esperimento clinico che intendeva scoprire se fosse possibile far regredire le malattie cardiache con la dieta.

Tramite angiogrammi verificò la gravità delle patologie alle coronarie, così da accertare che la progressione della malattia fosse in stadio avanzato. L’unico altro requisito per essere ammessi a partecipare all’esperimento era la disponibilità ad attuare i cambiamenti dietetici proposti: sostanzialmente, una dieta vegetale e integrale.

Il dottor Esselstyn riferì formalmente i risultati dello studio a distanza di cinque e dodici anni.

Negli otto anni precedenti all’esperimento, i suoi diciotto soggetti avevano subito quarantanove eventi coronarici (per esempio infarti, angioplastiche, interventi di bypass), ma durante i dodici anni successivi all’adozione della dieta si registrò un solo evento riguardante un paziente che non si era attenuto alla dieta.

Dopo questo periodo, Esselstyn continuò a seguire i pazienti in modo informale, e ora, ventisei anni dopo, solo cinque di loro non sono più in vita. I cinque pazienti deceduti non morirono per insufficienza cardiaca ma per altre cause (nel 1985 l’età media dei soggetti corrispondeva a 56 anni, ovvero 83 nel 2012, perciò si tratta di un risultato davvero imprevisto), mentre tutti gli altri ancora in vita non presentano sintomi di disturbi cardiaci.

Nei novantasei mesi precedenti all’intervento nutrizionale i soggetti avevano subito quarantanove eventi cardiovascolari, e zero eventi nei circa trecentododici mesi successivi. Si tratta di un risultato di vitale importanza che ha portata maggiore di qualsiasi beneficio sanitario di cui sia mai venuto a conoscenza: in medicina non c’è nient’altro che si avvicini a questo effetto.

Confrontate questi dati con quelli relativi al farmaco Ranexa, di cui abbiamo parlato all’inizio di questo capitolo, in termini di riduzione del numero di decessi per cardiopatia o altre cause. Un vastissimo studio di monitoraggio su seimilacinquecento pazienti che assumevano il Ranexa ha riscontrato miglioramenti di poco conto in alcuni parametri, ma il verdetto totale, riportato nel «JAMA» afferma: «Non si è riscontrata alcuna differenza nella mortalità totale fra i pazienti curati con la ranolazina e quelli cui si è somministrato un placebo».

RILEVANZA STATISTICA CONTRO RILEVANZA EFFETTIVA

La profondità di un effetto non è importante solo per la persona che ne fa esperienza: la profondità che prevediamo di verificare in uno studio sperimentale determina il numero di soggetti necessari alla ricerca, così da valutare con ogni grado di sicurezza se i risultati siano reali, o se rappresentino un fatterello senza importanza.

In altre parole: minore è la differenza fra due condizioni (per esempio gruppo sottoposto a esperimento e gruppo di controllo, oppure terapia A e terapia B), maggiore è il numero di soggetti necessari per dimostrare che quella differenza è reale, e non dovuta a casualità. In un caso come quello del farmaco Ranexa, in cui gli episodi di angina sono passati da 4,5 a 3,5 a settimana, sono necessarie parecchie centinaia di partecipanti allo studio per dimostrare che il risultato non può essere dovuto al caso, ovvero che è “statisticamente rilevante”, come si dice in gergo scientifico.

Probabilmente vi starete interrogando sulla portata dello studio di Esselstyn, dal momento che il gruppo sottoposto all’esperimento era così ristretto. Diciotto soggetti sono un campione sufficiente a garantire rilevanza statistica?

Per rispondere a questa domanda, immaginiamo un esito differente per l’esperimento di cui sopra. Supponiamo che il gruppo B, ossia il gruppo di controllo, mediamente subisca ancora da quattro a cinque eventi cardiaci a settimana. Il gruppo A, ossia quello che si avvale della nuova terapia, non registra più alcun evento: nessuno, zero assoluto. Quando l’effetto è così grande non sono necessarie centinaia di dati. La probabilità che risultati così coerenti e profondi siano dovuti al caso è praticamente pari a zero.

Se dedicate del tempo ad analizzare le ricerche scientifiche, incontrerete spesso il concetto di rilevanza statistica. Si tratta di un criterio molto utile, perché impedisce di trarre conclusioni sulla base di dati insufficienti.

Se per esempio lanciamo una volta una monetina e otteniamo testa, non potremo affermare che quella particolare moneta cade sempre mostrando quel lato. Non si può distinguere un modello costante nella confusa casualità propria di un gesto come lanciare una monetina sulla base di un singolo lancio, e nemmeno sulla base di cinque o sei.

Il problema è che molti ricercatori mettono la rilevanza statistica al di sopra di un criterio altrettanto importante, ovvero la rilevanza effettiva, quella che risponde alle domande: «Per chi è importante? Perché questo risultato conta?».

Siamo davvero così entusiasti di poter ridurre gli attacchi di angina da 4,5 a 3,5 a settimana? Non per minimizzare le sofferenze dei pazienti cardiopatici, ma non dovremmo investire il nostro tempo e il nostro denaro alla ricerca di terapie che migliorano davvero la vita delle persone, invece che limitarsi a mantenere e gestire il loro stato patologico?

VERSO UNA MIGLIORE SOLUZIONE PER LA SALUTE

Sulla base dell’evidenza scientifica che ho finora esposto in questo capitolo, probabilmente penserete che le migliori facoltà di medicina del Paese si apprestino a fare dell’alimentazione a base vegetale la principale scienza “medica” del futuro.

Gran parte della formazione medico-scientifica e dei finanziamenti degli NIH dovrebbe essere dedicata alla formazione e alla ricerca nutrizionale, così da scoprire come meglio consigliare i pazienti in fatto di alimentazione e creare ambienti in cui mangiar sano sia più facile che seguire una dieta sbagliata.

Invece non sta capitando niente di tutto questo.

Certo, a livello puramente verbale l’establishment medico è favorevole a una sana alimentazione (termine intenzionalmente vago che non significa niente nel dibattito pubblico), ma in realtà non prende sul serio la dieta come primo e principale strumento per combattere e prevenire la malattia.

L’importanza di una dieta a base di alimenti vegetali naturali (specialmente quelli ad alto contenuto di antiossidanti e di fibre) è stata pienamente accettata soltanto dalla medicina alternativa e preventiva, mentre all’interno dell’establishment l’idea che la nutrizione possa incidere su malattie gravi come il cancro è ritenuta del tutto strampalata, malgrado il fatto che quasi nessuno dei professionisti che negano sistematicamente il potenziale della nutrizione disponga di una formazione specifica in questo campo.

La ricerca indica che questo tipo di alimentazione è davvero il modo migliore di affrontare la malattia. Meglio dei farmaci da prescrizione e della chirurgia, e meglio di qualsiasi cosa la medicina ufficiale abbia in arsenale nelle varie “guerre” contro il cancro, l’ictus, le cardiopatie, la sclerosi multipla e così via.

Forse è il momento di smettere di dichiarare guerra a noi stessi con farmaci tossici e interventi chirurgici a rischio, e di trattarci bene consumando tutti quei cibi che permettono di crescere e mantenere sane e vitali le persone e le culture di cui fanno parte.

Ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo modo di considerare parole come salute e medicina.

La salute è qualcosa di più di un paio di formule superficiali come «segui una dieta sana», o «usa l’alcol con moderazione», oppure «usa le scale, non l’ascensore ». Ovviamente c’è del merito in ognuna di queste affermazioni, ma nella sostanza escludono la possibilità di un vero cambiamento: si tratta di asserzioni politicamente corrette ma prive di specifica consistenza.

Invece di proferire ottimistiche banalità che non portano a niente, dobbiamo fare della nutrizione l’elemento centrale del nostro sistema sanitario. Inoltre, dobbiamo allontanarci dalla mentalità della “dieta” che promuove sprazzi eroici e insostenibili di alimentazione sana: invece che “metterci a dieta” occorre cambiare stile di vita e includere un’alimentazione che promuove la salute. Chi adotta la dieta vegetale e integrale scopre che la maggior parte dei suoi problemi di salute era causata o pesantemente aggravata dal precedente modo di mangiare e che si risolve in modo rapido e naturale non appena l’organismo comincia a ricevere il carburante adatto.

È come qualcuno che si percuota tre volte al giorno la testa con un martello e dichiari di non riuscire a trovare niente contro il mal di testa: forse la cosa da fare è posare il martello!

Ingenuamente credevo che, una volta visionati i dati in mio possesso, l’intera comunità scientifica e medica sarebbe stata in grado di cogliere l’evidente sensatezza di questo approccio.

Ma quando cominciai a sostenere che la nutrizione dev’essere il centro del sistema sanitario, mi accorsi di quanto sbagliavo. Uno dei fenomeni più illuminanti è stata la ferocia con la quale sono stato attaccato per aver divulgato i risultati della mia ricerca e le relative implicazioni: a volte anche da parte di colleghi professionisti e ricercatori.

Per quanto oggi mi possa apparire sciocco, quando ho intrapreso questo percorso non immaginavo che le idee contenute in questo capitolo mi avrebbero marchiato come eretico compromettendo il finanziamento delle mie ricerche e la mia carriera.

Fortunatamente per me, questi effetti si sono rivelati largamente inefficaci.

Ma prima di passare alle grandi questioni che stanno dietro a quegli attacchi, vorrei condividere con voi il mio percorso eretico. Dopo tutto, su alcune di queste idee ho avuto un vantaggio iniziale di cinquant’anni. Vi metterò al corrente, prima di gettarci nella mischia.

 

T. Colin CampbellTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

T. Colin Campbell

Il Dott. T. Colin Campbell è stato per oltre 40 anni in prima linea nella ricerca nutrizionale. La summa del suo lavoro è rappresentata da The China Study, lo studio più completo sul rapporto tra alimentazione e patologie di cui è autore assieme al figlio Thomas M. Campbell. Il Dott. Campbell ha conseguito laurea specialistica e dottorato di ricerca presso la Cornell University ed è stato ricercatore associato presso il MIT. E' professore emerito presso la Cornell. I suoi principali interessi scientifici riguardano gli effetti della nutrizione sulla salute, in particolare relativamente al rapporto dieta/cancro. Ha condotto numerose ricerche a riguardo e ha ricevuto per questi studi numerosi premi. Oggi afferma con forza che una dieta sana è l'unica scienza biomedica del futuro.

 

I vostri commenti - Scrivi un commento!

Nessun commento presente

Scrivi un commento!

Articoli correlatiTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Whole - Vegetale e Integrale - Libro

Ripensare la scienza della nutrizione

T. Colin Campbell

(11)
Disponibilità: Immediata

Libro - Macro Edizioni - Settembre 2014 - Alimentazione e Salute

La verità. Come e perché vi è stata negata. Ecco ciò che troverete in questo libro. Con il libro The China Study, T. Colin Campbell ha rivoluzionato il nostro modo di considerare il cibo dimostrando come una dieta senza... scheda dettagliata

Possiamo aiutarti?

assistenza clienti

I nostri operatori sono a tua disposizione per assisterti.

 

Assistenza Clienti

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter e ricevi sconti, promozioni e novità direttamente nella tua casella di posta.

Guadagna subito +50 PUNTI per i tuoi futuri acquisti e premi.



COMMUNITY

Seguici su Facebook
Ti Piace Macrolibrarsi?
Se ti piace clicca su:
   

I LIBRI PIU' VENDUTI

 

SPECIALI