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Strategie antinvecchiamento - Parte 2

Restare in forma a lungo e superare malattie croniche-degenerative e autoimmuni: con approcci terapeutici innovativi e i consigli della dott.ssa Fiamma Ferraro - L’articolo è tratto da Scienza e Conoscenza Gold 6

Strategie antinvecchiamento - Parte 2

Il ruolo del calcio
(del magnesio, fosforo e vitamina K)

Non appena si menziona il calcio, molti sono subito portati a pensare all'importanza di bere i famosi bicchieri di latte raccomandati dalla nonna - e anche dalla pubblicità televisiva - per “crescere e avere ossa forti”.

Ttutti i consigli di medicina popolare insistono, per evitare l'osteoporosi, sulla necessità di mangiare alimenti ricchi di calcio e di assumerlo anche con integratori.

Si arriva quindi alla conclusione che questo elemento non possa che far bene.

Le cose invece non sono purtroppo così semplici.

Alcune osservazioni in proposito: sebbene nella nostra alimentazione il calcio in genere non manchi, paradossalmente la frequenza dell'osteoporosi è molto più elevata da noi che in Paesi, come il Giappone, in cui il consumo di latticini è poco elevato.

Non si tratta a quanto pare di fattori genetici, perché quando le giapponesi si trasferiscono in altri Paesi e cambiano le loro abitudini alimentari, iniziano anche loro a soffrire di osteoporosi in misura paragonabile alla nostra.

Indubbiamente il calcio è un fattore essenziale per la salute quando si trova nel posto giusto, e cioè nelle ossa, mentre diventa quanto mai nocivo quando va a finire e si deposita nel posto sbagliato, a formare dei calcoli, oppure a rivestire le pareti delle arterie formandovi una dura placca e provocando fenomeni di arteriosclerosi.

Come riportato nel «British Medical Journal» (vol. 336 (7638), pp. 226-227), «in presenza di determinati stimoli, nella muscolatura vascolare liscia può verificarsi una deviazione in direzione di cellule di natura ossea, e in presenza di elevate quantità di calcio, queste possono provocare calcificazione vascolare».

Tradotto in linguaggio semplice, ciò significa che determinate circostanze (ad es. la mancanza di vitamina K2, come riportato in nota ma non messo abbastanza in evidenza nel testo principale dell'articolo) possono indurre le cellule che rivestono le pareti dei vasi sanguigni a comportarsi come se fossero delle cellule che fanno parte delle ossa, e cioè ad assorbire calcio («Med Res Rev», vol. 21 (4), pp. 274-301).

Avrebbe meritato più pubblicità anche un articolo («BMJ», vol. 336 (7638), 2008, pp. 262-266) in cui sono commentati i risultati di uno studio clinico effettuato su 1471 donne in postmenopausa. Da questo studio è emerso che nelle donne che assumevano integratori a base di calcio diminuiva bensì del 12% il rischio di frattura ossea, ma aumentava del 212%(!) il rischio di malattie cardiovascolari.

Indubbiamente entrano in gioco anche altri fattori (oltre ai fattori genetici svolge un ruolo importante il movimento fisico costante effettuato prima dei 20 anni, che ha un ruolo determinante nella costruzione del “cemento” delle ossa) ma vorrei qui mettere in luce alcune conoscenze, relativamente nuove, emerse quanto al ruolo fondamentale della vitamina K per la solidità delle ossa e per la prevenzione dell'osteoporosi ma anche – stranamente - per la flessibilità delle pareti vascolari.

La vitamina K è in genere carente nella nostra alimentazione.

Questa vitamina si trova nelle verdure verdi (quasi nessuno ne mangia una quantità sufficiente) e in cibi fermentati (ne è molto ricco il natto – formaggio di soia - molto diffuso in Giappone) e, diversamente dalle altre vitamine solubili nel grasso, la vitamina K non può essere accumulata nell'organismo ma dev'essere fornita ogni giorno.

La forma più efficace di vitamina K, la vitamina K2, è prodotta anche da una flora intestinale ottimale.

Persone che soffrono di problemi di digestione, in particolare per i cibi grassi, soffrono pertanto più facilmente di un assorbimento difettoso della vitamina K.

Inoltre anche i grassi in forma idrogenata, di cui la nostra alimentazione è purtroppo ricca, impediscono un assorbimento di questa vitamina.

Premesso quindi che le carenze di vitamina K sono molto diffuse, se si assume molto calcio (mangiando grandi quantità di latte e formaggi o prendendo integratori a base di calcio), può essere consigliabile assumere integratori a base di vitamina K, dopo aver sentito il proprio medico sia per stabilire il dosaggio e la forma migliore di questa vitamina, sia per evitare i rischi di interferenze con determinati medicinali (in particolare con gli anticoagulanti).

A parte la vitamina K anche altri fattori influiscono su una buona assimilazione del calcio nelle ossa: è innanzitutto importante la forma nella quale il calcio è assunto (il calcio nell'acqua non è assimilato bene e spesso contribuisce ad aggravare i problemi di calcoli renali) e il suo rapporto con altri elementi, come il magnesio (che favorisce la buona assimilazione del calcio) o il fosforo, che la ostacola (e nel latte il rapporto tra il contenuto in fosforo e quello in calcio non è molto favorevole per la solidità delle ossa).

Un aiuto dalle meduse per far andare il calcio “nel posto giusto”.
Studi da premio Nobel

Come visto sopra, il calcio dovrebbe depositarsi per il 99% nelle ossa e andare per l'1% nel sangue e nelle cellule dei tessuti.

Ma anche questo rimanente 1%, se non è regolato bene, può provocare grossi problemi, in particolare nelle cellule del cervello e tessuti nervosi. È infatti essenziale, per la salute, un corretto equilibrio degli ioni di calcio all'interno della cellule. Un accumulo di calcio all'interno dei mitocondri delle cellule le danneggia e a lungo andare porta alla loro distruzione.

Importante, in questo contesto, è il ruolo delle “proteine che legano il calcio” (CaBP) che, come emerso in particolare nel corso di studi condotti dalla ditta americana Quincy Bioscience presso l'Università di Madison, si legano al calcio e, portandolo fuori, gli impediscono, di accumularsi nei mitocondri.

Queste CaBP sono presenti in abbondanza in gioventù ma con l'avanzare dell'età diminuisce la capacità dell'organismo di produrle; questa diminuzione, come sembrerebbe emergere da vari studi, sarebbe una concausa importante di numerose malattie della vecchiaia (Alzheimer, Parkinson, perdita di memoria e altre).

Concentrando i propri studi su questo argomento negli ultimi 12 anni, la Quincy Bioscience ha elaborato e messo in vendita già da alcuni anni in America, sotto forma di integratore alimentare, un preparato basato sull'apoaequorina, tratta dalla medusa Aequorea Victoria, che risplende nel buio grazie a questa sostanza.

Questa proteina è stata in effetti scoperta nel 1962 dallo scienziato giapponese Osamu Shimomura che da allora ha concentrato i suoi studi, premiati nel 2008 con il premio Nobel per la chimica, sull'apoaequorina, in realtà a scopo diagnostico, poiché le proprietà luminose di questa sostanza, che persistono anche nell'acqua e in tessuti vari, consentono di seguire, con strumentazioni idonee, vari percorsi nell'organismo umano.

La Quincy Bioscience ha invece studiato, da una dozzina di anni, le proprietà terapeutiche di questa sostanza, connesse appunto alla sua capacità di legare e trasportare il calcio, in particolare in relazione agli effetti dannosi dell'accumulo di questo minerale nel cervello e nel sistema nervoso.

Negli studi clinici effettuati dalla Quincy nei laboratori presso l'Università di Wisconsin-Milwakee e presso l'Università di Madison, Wisconsin, su partecipanti sani di un'età media di 56 anni (dai 20 ai 76) è risultato che nel 66% dei partecipanti si sono riscontrati, in soli 30 giorni (in molti già in 8) dei miglioramenti della memoria. Gli studi sono stati esposti nel 2007 durante il Congresso annuale della Society for Neuroscience, sollevando un vivo interesse.

In alcuni titoli di giornale la scoperta della Quincy è stata annunciata come «la scoperta del secolo contro l'Alzheimer» che «viene a galla» (grazie al mare e alle meduse).

Inoltre, in uno studio su topi in cui è stato indotto un danno ischemico al cervello analogo a quello che si verifica nelle persone colpite da ictus, nel gruppo di topi ai quali, subito prima di questa procedura, era stata iniettata la proteina tratta dalla medusa in questione, la sopravvivenza di cellule cerebrali è stata superiore in misura del 29-45% rispetto al gruppo al quale non era stata iniettata.
Altrettanto importanti sono gli studi che hanno rilevato l'assenza di ogni tossicità e di effetti secondari.

Vi è indubbiamente ancora molto da studiare sull'argomento ma nel frattempo la Quincy, trattandosi comunque di un prodotto naturale-alimentare, ha già da tempo messo in commercio il suo primo preparato, e quindi è già possibile avvalersi dell'aiuto delle meduse per invecchiare più lentamente e mantenere una buona memoria!

Articolo pubblicato per gentile concessione della rivista Scienza e Conoscenza
http://www.scienzaeconoscenza.it/

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