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Renée Scheltema - Anteprima - Something Unknown -...

Un primo assaggio del film - documentario "Something Unknown" diretto da Renée Scheltema

Renée Scheltema - Anteprima - Something Unknown - DVD

Ci sono parole che hanno il potere di aprire mondi, mondi talvolta sconosciuti. Ci sono parole che hanno la forza di evocare un pensiero, un pensiero costruito su immagini. Parole rivelatrici quelle che la regista Renée Scheltema ha scelto per presentare il suo lavoro Something Unknown, “qualcosa di sconosciuto”. Parole che lavorano sull’immaginario, lo delimitano, lo circoscrivono per poi indagarlo e percorrerlo in profondità. Esplorare le possibilità – infinite – della mente, intrecciare percorsi di senso, costruire traiettorie.

Clip 1 - Tutto è Trasmissione e tutto è Ricezione

Questa è l’inchiesta che Renée Scheltema ha messo in campo, un progetto complesso e organico, basato su un approccio aperto e al tempo stesso rigoroso. Ha incontrato studiosi, esperti, scienziati, seguendo i loro esperimenti, si è messa in gioco senza mai sottrarsi alla sua responsabilità di testimone. Con la stessa attenzione, con lo stesso sguardo – eterogeneo e il più possibile equilibrato – abbiamo aperto un confronto, invitando Marino Niola (antropologo), Igor Sibaldi (scrittore, studioso di teologia e di storia delle religioni), Raffaele Morelli (psicologo e psichiatra) e Massimo Polidoro (segretario nazionale e co-fondatore del CICAP) a confrontarsi sulle possibilità creatrici della mente, cercando di non emettere verdetti, assoluzioni o accuse. Non vogliamo inseguire risposte, ma far sì che le domande volutamente restino aperte.

Elena Canavese, direttore editoriale del mensile duellanti

Dialogo con la regista Renée Scheltema

Elena Canavese - Da dove nasce e come si è sviluppato il tuo interesse verso ciò che è “unknown”?

Renée Scheltema - La mia prima esperienza risale a quando studiavo Giornalismo e Televisione a Berkeley in California, dopo essermi laureata in Criminologia in Olanda e grazie ad una borsa di studio potevo studiare liberamente, dopo aver viaggiato fino in Sud America non sapendo cos’altro fare. In quel periodo in California chiamavo i miei genitori una volta ogni tre mesi, sia perché non avevo una relazione confidenziale con loro, sia perché era piuttosto complesso riuscire a telefonare.

Infatti dovevo raggiungere una cabina telefonica, e dopo aver introdotto un quarto di dollaro mi rispondeva un’operatrice a cui spiegavo che volevo fare una telefonata a carico del destinatario, così, accettando la chiamata parlavo con la mia famiglia per dieci minuti. Un giorno, ero immersa nei miei libri quando all’improvviso sentii una forza particolare che mi diceva che avrei dovuto chiamare in quel momento, benché avessi telefonato soltanto pochi giorni prima.

Mi sembrava una cosa strana, ma la sensazione che provavo era così forte che ho lasciato che il corpo mi conducesse attraverso i quattro isolati che mi separavano dal telefono. Ricordo la sensazione di stranezza e incredulità che provavo nel percorrere quel tratto di strada. E lo stupore aumentò quando alla chiamata rispose mio fratello, cosa che non accadeva mai perché da molto tempo non viveva più in quella casa. Lui mi spiegò che era appena tornato dall’ospedale dove la notte prima era stato ricoverato nostro padre, e che ora si trovava in terapia intensiva.

Forse, pensai e penso tuttora che questo sia un modo di comunicare tra le persone che si amano molto, che possano esistere modalità di comunicazione oltre quelle convenzionali, come per esempio tra madre e figlio, o come in questo caso tra un padre e una figlia lontana. Questa è stata la mia prima esperienza, ma non ho girato un film per questa ragione, ma per molti altri motivi.

E.C. - Quali sono stati i passaggi successivi?

R.S. - Era il duemila quando decisi che avrei voluto scrivere un film su un viaggio spirituale, il mio, qualcosa però di estremamente diverso rispetto al lavoro che oggi tu vedi. Lavoravo in quel periodo per la televisione olandese, con cui avevo un contratto. Avevo già girato documentari, quindi applicai i medesimi schemi. Dopo un’accurata ricerca mi misi in contatto con alcuni degli scienziati più autorevoli, prima di tutto chiamai il professor Charles Tart negli Stati Uniti perché mi raccontasse dei “big five” i cinque temi su cui lavorava e sperimentava ormai da tempo.

Io non conoscevo quasi nulla di quegli argomenti, nonostante avessi letto molto nella mia vita e proprio in virtù della quantità di libri che avevo studiato rimasi sorpresa nel constatare la mia scarsa conoscenza in materia. E così improvvisamente fu chiaro che avrei voluto scrivere un film mettendo insieme il mio viaggio spirituale e il materiale su cui il professor Tart lavorava.

Clip 2 - Remote Viewing

E.C. - Come hai conosciuto il lavoro degli altri scienziati?

R.S. - Mi sono documentata, si tratta di esperti tutti molto conosciuti, ma anche molto impegnati, con agende molto fitte, con cui risulta difficile parlare. Per quanto riguarda per esempio il professor Gary Schwartz, a lui ho scritto una serie di mail che non ricevettero risposta. E così iniziai con il professor Tart con cui fin dall’inizio avevo instaurato una buona comunicazione. Andai da lui con la telecamera, ma in modo informale, tanto è che dovetti tornarci perché la qualità del materiale girato non mi soddisfaceva.

E considerando che queste persone sono sollecitate continuamente dai media, e dai giornalisti ed essendo anche temi che suscitano molto scetticismo, non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa. Ma forse grazie al fatto che lui capì il mio reale interesse e la mia onestà mi aiutò e mi supportò anche nel mettermi in contatto con quegli scienziati più difficili da incontrare, come per esempio il professor Schwartz.

E.C. - Cos’è cambiato nella tua vita dopo questo viaggio?

R.S. - Da una parte, prima ancora che iniziassi a girare mi ero fatta un’opinione, avevo già lavorato a un film, avevo investigato e scritto libri, dall’altra rimasi molto sorpresa nel trovare scienziati così eloquenti che avessero fatto ricerche così complete e approfondite rispetto a un materiale tanto controverso. Scienziati che fossero così rigorosi e profondi verso queste tematiche e avessero tutti trovato prove a supporto dei loro studi. Per esempio vedere come la Cia abbia “probabilmente” impiegato il “Remote Viewing” è stato sorprendente. Sono cambiata molto, sono crescita con il film, nel film, così come cambio e cresco ogni giorno nella mia vita. […]

Com’è nato “Something Unknown”

Verificatisi contemporaneamente intorno a lei un paio di eventi “psichici” curiosi, Renée decide di partire per gli Stati Uniti e incontrare i migliori scienziati, para- psicologi, psicologi, medici che si occupano di ricerca in questo campo.

 

 

 

 

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Renée Scheltema

Renée Scheltema documentarista e fotografa olandese. Dopo la laurea in Criminologia, ha frequentato presso la University of California a Berkeley, la scuola di giornalismo, occupandosi principalmente di giornalismo televisivo e foto-giornalismo. Per venticinque anni Renée ha lavorato per la televisione olandese come regista, produttore e cineoperatore. Alcuni dei suoi documentari, come Hush, A Portrait of Tracy Payne, Seven Days in Burma, The Death Penalty, Portrait of A Zen Couple e The Bus sono stati selezionati in festival cinematografici internazionali. Come fotografa, Renée ha lavorato per riviste e giornali in Olanda, Stati Uniti e Sudafrica. È stata membro della Gamma Liaison di New York, ora chiamato Getty Images. La genesi di Something Unknown: Verificatisi contemporaneamente intorno a lei un paio di eventi "psichici" curiosi, Renée decide di partire per gli Stati Uniti e incontrare i migliori scienziati, para-psicologi, psicologi, medici che si occupano di ricerca in questo campo. Nasce così il documentario Something Unknown

 

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