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Quali sono le cose che non si riescono a buttare?...

Leggi l'introduzione del libro di Nagisa Tatsumi "L'arte di buttare"

Quali sono le cose che non si riescono a buttare? E perché?

Perché non si riesce a buttare?

Perché il primo messaggio che voglio trasmettervi è che bisogna buttare?

Tutto ha origine da un fatto accaduto una sera. Ho degli amici che lavorano nell'editoria e a volte ci vediamo e ci scambiamo informazioni. Una sera in cui sono uscita con loro, quello che è iniziato come un banale commento si è trasformato in una conversazione molto animata.

L'argomento era il seguente: «Sto facendo le pulizie di primavera, ma non so dove mettere tutti i libri e le riviste di lavoro. Certo, è materiale lavorativo a tutti gli effetti, ma ne ho gli scaffali pieni...» A ognuno è venuto in mente qualcosa da aggiungere sull'argomento e sono saltati fuori commenti del tipo: «Anch'io non so che fare» o «Non ho idea di come sistemare tutti i documenti che ho accumulato». Poi sono emerse soluzioni come «mettere tutto in scatoloni», «ritagliare solo gli articoli scritti da noi e conservarli in un raccoglitore», «affittare un box»: insomma, ho capito che si trattava di una questione su cui tutti si arrovellavano. La conversazione aveva preso una piega tragicomica, ma ormai chiunque aveva detto la sua.

Tutti si trovavano in difficoltà e ho capito che erano caduti nella stessa trappola: perché mai le cose non si possono buttare? Infatti le soluzioni escogitate riguardavano tutte dei metodi per conservare e mettere in ordine.

A qualcuno era venuto addirittura in mente di archiviare quei documenti riducendone la quantità, ma nessuno aveva proposto di buttare quelle cose, che pure creavano COSI tanti problemi.

L'obesità prodotta dalle cose

Prendendo spunto da questa situazione, sono arrivata a chiedermi se tutto ciò fosse non solo un problema legato al lavoro specifico dei miei amici, bensì un fenomeno che al giorno d'oggi riguarda la maggior parte della società giapponese.

Il processo della ripresa economica, in Giappone, ci ha abituati alla produzione e al consumo di massa: chiunque eccelle nell'arte di comprare e accumulare. Anche gli occhi che scelgono la merce hanno rifinito la propria tecnica.

I consumatori sono abituati a pensare accuratamente a cosa vogliono. E questo ha dato vita a un tale eccesso di beni materiali da far sembrare continuamente qualcosa fuori posto.

Proviamo ad applicare questo discorso al cibo: per via della loro costituzione fisica, gli esseri umani, di base, hanno fame. Per natura, gli animali si spostano sempre alla ricerca di cibo. Gli erbivori mangiano costantemente piante dal basso valore nutritivo e i carnivori corrono dietro a prede che cercano di fuggire. Dopo aver catturato la preda ed essersi riempiti la pancia, rimangono coricati finché non hanno di nuovo fame.

In natura avere fame è normale: il corpo degli animali ha una struttura che vi risponde adeguatamente segnalandola con un rumore o un dolore allo stomaco. Solo gli umani hanno la tendenza ad assumere più cibo del necessario.

Pur essendo circondati da cibo in eccesso, è necessario che gestiscano i loro pasti e la loro alimentazione e che non eccedano, poiché, anche se è in grado di rispondere alla fame, il loro corpo non emette nessun segnale che indichi che si sta mangiando troppo. Anche quando si è sazi, si continua a mangiare se ci si trova davanti delle pietanze appetitose, e si continua a consumare i pasti solo perché è ora di farlo, senza limiti.

Si può paragonare l'attuale problema della sovrabbondanza di beni materiali al comportamento avido dell'uomo nei confronti del cibo?

Cosi come per il corpo umano è nocivo superare la quantità necessaria di cibo, per quanto questo possa essere buono e nutriente, allo stesso modo non importa quante cose belle, utili o preziose ci siano: non se ne possono avere troppe intorno a sé. Se le cose aumentano eccessivamente, la sensibilità umana non riesce a emettere un segnale di fastidio.

Possedere le cose è nella natura degli uomini

Innanzitutto, perché il desiderio di possesso si manifesta? Per quanto riguarda il cibo, è facile dirlo. È da stimoli come la fame, il desiderio sessuale e il sonno che otteniamo una sensazione di benessere e appagamento, per noi fondamentale in quanto esseri umani.

D'altra parte, sembra quasi che la nostra esistenza sia legata alla brama di possesso. Le «cose» non sono semplici oggetti: dal momento in cui ne entriamo in possesso non diventano forse una parte di noi?

Da qui la logica che domina la nostra società consumistica: ci si sente realizzati possedendo ciò che si desidera. All'opposto, se perdiamo una cosa che ci appartiene proviamo un dolore pari a quello di chi perde una parte di sé.

Ad esempio, i bambini in cui si è appena sviluppata quella che potremmo definire «una personalità» vorrebbero avere i giocattoli tutti per sé e non farli toccare agli altri bambini. Poi cominciano a rendersi conto delle cose e per la prima volta imparano a giocare insieme agli amichetti o a prestare qualcosa ai fratellini. Nel diventare adulti, a livello razionale questa sensazione viene dissimulata, ma a livello emotivo ci accompagna per tutta la vita. È seguendo questo istinto che invece di buttare le cose vecchie conserviamo tutto e al loro posto compriamo dei prodotti migliori.

Comportarsi cosi è naturale?

Eppure dentro di sé tutti sembrano percepire quanto l'attuale situazione di sovrabbondanza sia invece innaturale. L'interesse per l'ambiente o per il risparmio sono un riflesso di tutto ciò. Salvaguardare l'ambiente e il portafogli eliminando gli sprechi e limitando i consumi al minimo indispensabile è senza dubbio una cosa positiva.

Eppure in un tale cambiamento di rotta mi sembra che ci sia qualcosa di impossibile.

In relazione al fatto che possedere le cose è nella natura umana, senza negare che ne possediamo e vogliamo possederne, non sarebbe meglio ammettere che, pur tentandoci, non riusciamo a cambiare? Ciò che invece deve essere cambiato non è forse il voler continuare a possedere cose in maniera irresponsabile?

La scelta di buttare

Dobbiamo smetterla di accumulare oggetti in maniera indiscriminata e riflettere invece sul modo migliore di rapportarci a essi. Per questo motivo è fondamentale cambiare radicalmente prospettiva e - per prepararsi una volta per tutte all'azione del buttare - apprendere innanzitutto alcune tecniche necessarie.

Buttare non si riduce all'atto di gettare una cosa dopo l'altra nella spazzatura senza pensarci. Anzi, proprio perché non si limita a questo, dà adito a preoccupazioni come quelle mostrate dai miei amici, che vi ho raccontato poco fa. Preoccupazioni a parte, facendo una cernita di ciò che possediamo dovremmo essere in grado di capire la giusta quantità di oggetti dei quali circondarci.

Dopo aver buttato ciò che non serve, adottare uno stile di vita volto al risparmio e al riciclo - in cui comprare solo il minimo indispensabile e pensare alla salvaguardia dell'ambiente - ci sarà di grande aiuto nel gestire le cose in nostro possesso.

Siete arrivati fin qui, risoluti nell'idea di buttare: eppure, potreste trovarvi in difficoltà non sapendo da che parte cominciare, rischiando di trovarvi nella condizione di arrendervi e rinunciare all'impresa.

Perciò, per evitare che tutto questo accada, vorrei parlarvi innanzitutto della mia esperienza personale per poi fare riferimento agli esempi generali, partendo da un'indagine statistica da me condotta. Infine, dal capitolo successivo, spiegherò le giuste disposizioni d'animo e le tecniche da adottare per riuscire a buttare.

L'Arte di Buttare

L'Arte di Buttare

Dopo un periodo di ricchezza e di accumulo, sperimentato durante il boom degli anni '60-'70, i giapponesi hanno vissuto una fase di contrazione e di distacco dal consumismo, accompagnata dalla necessità fisica di liberarsi degli oggetti inutili che soffocano le loro minuscole abitazioni.

Buttare via, però, è un'operazione difficile perché si scontra con il valore antico del riutilizzo che, a ogni scarto, fa dire a una voce interiore: «Che spreco!».

Con la sua guida pratica, da usare nella vita quotidiana, Nagisa Tatsumi ha trovato le soluzioni definitive a questi conflitti, diventando cosi una guru per i suoi connazionali.

Adesso il suo messaggio arriva a liberare anche le società occidentali dalla sindrome dell'accumulo!

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Nagisa Tatsumi

Nagisa Tatsumi Nata nel 1965, è scrittrice ed educatrice.

In Giappone è la prima e massima esperta di riordino, attività che procura immensi benefici fisici e mentali e che in quel Paese è oggetto di studio di una disciplina universitaria. Con la pubblicazione di questo libro, nel 2000, Nagisa Tatsumi ha aperto i battenti a una nuova era nella filosofia delle pulizie domestiche e della cura della casa, approfondendo la relazione fra beni materiali, stili di vita ed esseri umani.

 

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