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Prologo - Quando Troia era solo una Città - Libro...

Leggi un estratto dal libro di Mirella Santamato "Quando Troia era solo una Città"

Prologo - Quando Troia era solo una Città - Libro di Mirella Santamato
«Cantami, o Diva, del Pelide Achille l'ira funesta... ».

Queste prime parole sono rimaste indelebili nella mente di molti lettori e la trasposizione italiana di Vincenzo Monti rimane "la traduzione" senza emuli o rivali. Ha vinto su tutti. Eppure già qui troviamo alcune parole chiave su cui voglio soffermarmi.

La prima "Cantami" è già chiarissima: si tratta di un "canto" quindi di qualcosa di orale, non scritto e come tale va intesa l'intera opera, l'Iliade appartiene a quel corpus di storie trasmesse oralmente di generazione in generazione, a cui si è trovato, secoli e secoli dopo la loro nascita, un nome di autore leggendario.

Nessuna prova storica esiste per dichiarare la sicura esistenza di un poeta chiamato Omero. Si crede a questo nome, in qualche modo, per fede, esattamente come si crede, per fede, a tante altre antiche narrazioni del mondo come la Bibbia e i Vangeli. Nello stesso modo si potrebbe credere alle antiche Fiabe iniziatiche. L'unica cosa certa è che qualche popolazione antica ha ritenuto importante tramandare queste storie ai posteri. Anche l'Iliade, quindi, appartiene a queste Storie importanti.

In questo testo si spiega come si possa senz'altro ancora concordare sulla sua importanza, ma da un altro punto di vista, ovvero evidenziando come essa narri, sotto metafora, un cambiamento radicale del pensiero dell'umanità: il passaggio da una società collaborativa e sostanzialmente egualitaria a una società di dominanza di un piccolo gruppo, gerarchicamente e sessualmente connotato, sul resto dell'umanità intera.

La seconda parola, "Diva", mette l'accento sull'argomento principale di questo trattato.

Nell'interpretazione tradizionale, filtrata da millenni di visione patriarcale, la famosa "Diva" altri non è che una "Musa", ovvero una delle divinità minori del Pantheon greco, ispiratrice di poeti e artisti. Io invece reputo meglio tradurre la parola letteralmente ricordando che "Diva" significa "Dea". Menin aeide Thea sono le antiche parole testuali e non lasciano adito a dubbi: Thea è la dea.

Allora il Canto si rivolge all'antica dea, chiamata a testimone dello sfacelo della sua antica civiltà causato dell'"ira funesta" dell'eroe guerriero, apportatore di lutti agli "Achei" cioè al suo stesso popolo. Infatti uno degli aspetti peculiari e, per certi versi, sorprendenti del patriarcato, è proprio quello di "infliggere lutti e morte" ai suoi stessi popoli. Per la società patriarcale è molto più "naturale" la Guerra della Pace.

Tendenzialmente la società di stampo patriarcale concepisce come "soluzione di ogni controversia" la guerra e, di conseguenza, per millenni ha regolarmente mandato i suoi stessi cittadini maschi in guerra a morire. I giornali che troviamo ogni mattina in edicola sono ancora ricchi di esempi di queste brillanti "soluzioni", tramite guerre, per conflitti e disaccordi di varia natura.

L'Iliade, quindi, ci parla e ci racconta della Prima Guerra, di quel momento antichissimo in cui questo terribile pensiero si formò e inflisse "infiniti lutti" ai popoli che ci credettero. Prestate attenzione al fatto che non si tratta di addurre lutti al cosiddetto "nemico", cioè i Troiani, ma al popolo acheo stesso.

Davvero significativo! Questo è uno dei tratti salienti di quel movimento sociale e culturale che verrà denominato, in epoca moderna, "sistema patriarcale o della dominanza". Delle origini di questa particolare cultura, fondata sull'uso delle armi e sul dominio delle persone, tratterò in modo diffuso in questo excursus, tenendo ben presente che tutto il poema dell'Iliade è visto dalla "parte dei vincitori", ovvero già filtrato dalla nascente cultura patriarcale che stava muovendo i primi passi.

Se proseguiamo la disanima delle prime parole del testo, infatti, troviamo che la famosa "ira funesta" appartiene al Pelide Achille, cioè all'eroe guerriero per antonomasia, che viene definito con il suo patronimico, ovvero con il nome del padre. Alle nostre orecchie ciò suona "normale" perché millenni di patriarcato ci hanno abituato a cognomi derivati, appunto, dal padre, ma anticamente le cose stavano diversamente. La famiglia apparteneva alla Mater che la procreava dal suo stesso corpo e quindi tutti i figli erano suoi, sia maschi sia femmine.

Il grande poema si dispiega, quindi, su un lunghissimo periodo di tempo e i famosi "dieci anni", comprendono, sotto metafora, tutte le cosiddette Età del metallo: dall'Età del rame, passando per quella del bronzo fino ad arrivare a quella del ferro; in altre parole, dalla fine del Neolitico fino all'Età storica vera e propria. Le ultime espugnazioni delle civiltà della dea avvengono con la distruzione di tante città del Sud del mondo allora conosciuto, partendo da Troia e finendo con Creta.

Il crepuscolo delle dee è quindi l'argomento di fondo di questo poema, la cui bellezza cadente trova ampio risalto nella profondità dei versi sublimi.

L'Iliade narra della caduta di Ilio, cioè della ricca e opulenta città della regione storica dell'Asia Minore, compresa tra l'Ellesponto e il Golfo di Adramittio, che corrisponde, nelle moderne cartine, all'estremo angolo nord-occidentale della Turchia asiatica.

Ilio è il nome derivato dal mitico fondatore della città, ma la città non viene ricordata con questo nome, se non dagli studiosi. La gente comune la conosce con il nome di "Troia". Questa parola, di per sé, fa correre il pensiero a un altro significato che nulla ha che vedere con la città ricordata da Omero. Infatti, con la stessa parola definiamo una "donna di malaffare".

Come mai? Cosa può avere determinato l'equivoco che nei secoli si è instaurato nell'inconscio collettivo tra questi due significati così diversi? Analizziamo questa doppia valenza, che nasconde altri significati segreti.

Con l'appellativo di "troia" il linguaggio del patriarca definisce non solo una donna genericamente dedita al vizio della lussuria, per la quale viene usata comunemente la parola "puttana", ma una donna che, per questo vizio, tradisce l'uomo. Troia è quindi una "traditrice", proprio come Elena, moglie di Menelao, che tradisce il marito per fuggire con l'amante più giovane e bello, ossia Paride. La guerra di Troia, quindi, è una guerra nata dal tradimento di una donna.

"Elena" è un nome troppo santificato dalla Chiesa (ricordiamo la madre di Costantino, la grande Sant'Elena) per poterlo tramandare come epiteto ingiurioso.

D'altra parte, "Elena di Troia" suona ai nostri orecchi come un tutt'uno, quasi fosse un nome e cognome. Non potendo quindi ricordare la traditrice con il nome, troppo diffuso tra le donne oneste, si è preferito ricordarla con il "cognome", ovvero Troia, che da allora in poi è stato usato nella nostra lingua, con il significato negativo che tutti conosciamo.

Singolare anche il fatto che altre lingue neolatine mantengano la stessa ambivalenza; in francese, per esempio, la città di Troia si dice Troie, ma truie significa "scrofa" ed è usato, come in italiano, come dispregiativo per la donna.

Nessuna corrispondenza invece, per le lingue europee di altro ceppo linguistico.

Risulta quindi impossibile non pensare a strane connessioni etimologiche, per quanto riguarda l'area del mediterraneo, anche se non ci aspettiamo che i linguisti possano fornire prove al riguardo. L'etimologia ufficiale della parola "troia" indica la femmina del maiale, scrofa, appunto, che spesso viene rappresentata gravida, ovvero con dei piccoli nella pancia.

Il famoso "Porcus troianui' altro non era che un modo di cucinare la porchetta nell'antica Roma, dove la pancia del maiale veniva farcita di piccoli volatili arrostiti e poi rosolata allo spiedo. La pancia della porchetta era "farcita" come il ventre del famoso Cavallo di Troia e probabilmente fù questo il motivo di tale appellativo.

Non bisogna dimenticare, a questo proposito, le parole di Marija Gimbutas che, nel secondo volume de La civiltà della dea, scrive a pagina 1: «Per almeno ottomila anni l'animale sacro della Madre Terra è stato il maiale, forse perché cresce rapidamente ed è molto prolifico. La sua crescita e fecondità venivano paragonate all'abbondanza del raccolto. Si sono rinvenute sculture in argilla che riproducono maiali risalenti all'inizio del Neolitico».

Ovviamente, nel rovesciamento culturale patriarcale, uno degli animali più immondi è considerato proprio il maiale. Per due tra le tre religioni monoteiste più radicali che derivano dal ceppo della Bibbia, l'islam e l'ebraismo, non è un caso che l'unica carne "proibita" e "impura" sia proprio la carne di maiale. Tutto torna perfettamente: ogni cosa anticamente sacra alla Dea Madre, diventa negativa e malefica per il Dio Padre.

Nelle nostre campagne ancora oggi si festeggia "il maiale", quando tutta la comunità si riunisce in un giorno d'inverno stabilito per l'uccisione della povera bestia e per la lavorazione comunitaria delle sue carni appena macellate. Il lavoro dura l'intera giornata o anche più giorni e il cibo viene insaccato e conservato per i mesi a venire. La carne del nobile animale è stata, per secoli, una delle poche risorse alimentari in grado di sfamare l'intera comunità per molto tempo. Eppure la buona scrofa (o "troia"), che è quella che produce tutti i maialini e senza la quale non ci sarebbe simile approvvigionamento, viene disprezzata e vilipesa da chi, poi, si approfitta della sua natura prolifica.

Un paradosso? Sì, certo! Come capiremo, il pensiero patriarcale è tutto fondato su paradossi assurdi e ingiustizie incredibili, eppure l'umanità si è lasciata fuorviare da migliaia di anni su questi concetti fondamentali. Vedremo come e perché. Al di là del mero rimando gastronomico e nutrizionale a cui abbiamo accennato, rimane il fatto che noi attribuiamo immediatamente la parola "troia" a una donna.

Incredibile come nessuno abbia finora pensato che le vicende di Elena possano essere anche lette in modo positivo, cioè come la storia di una donna coraggiosa che si innamora perdutamente di un uomo e lo segue in capo al mondo, noncurante delle leggi e dei legami pregressi.

Questa lettura, pur lecita, dei fatti non corrisponde alla visione comune, tramandata dai Padri e che ha "bollato" tutto il genere femminile da quei tempi fino a ora.

Da Elena di Troia alla presunta mela di Eva, il passo è davvero breve!
E questo, come vedremo, non è un caso.

Quando Troia era solo una Città

Quando Troia era solo una Città

La disamina punto per punto dell’Iliade porta l’autrice a rivoluzionarie scoperte per aiutarci a capire il mondo antico e a decodificare i molti enigmi del mondo moderno. 

Incredibile come tutto ciò che ci circonda oggi, compresi i pensieri che affollano la nostra mente, abbia avuto origine in quei lontani tempi.

Prefazione di Mauro Biglino

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Mirella Santamato

Mirella Santamato , scrittrice, poeta, giornalista, ricercatrice di Verità.

Laureata presso l’Università di Bologna, iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha collaborato per anni con alcuni settimanali e mensili a diffusione nazionale. Ha vinto numerosi premi di poesia, ha partecipato a vari programmi Rai e Mediaset.

Conduce seminari di riequilibrio tra le energie maschili e femminili e di ricerca della felicità. Tiene conferenze ed incontri in tutta Italia.