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Premessa di "Unisex" - Libro di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta

«La menzogna diventa verità e passa alla Storia»
George Orwell

Hérouville Saint Clair è un paesino francese della Bassa Normandia. Il comune vanta appena ventiduemila anime.

Il 6 maggio del 2013, in occasione di una delle molte manifestazioni del movimento Manif pour tous, che si batte contro l’introduzione dei “matrimoni gay” nel paese transalpino, la gendarmeria locale disperde malamente, e senza alcun motivo apparente, i manifestanti: tra loro vi sono anche dei bambini. Nelle scene riprese con il telefonino da uno dei presenti si può vedere persino una donna sulla sedia a rotelle assalita da tre poliziotti.

La causa di tanta violenza? L’avere semplicemente tentato di riprendere quanto stava avvenendo.

Quasi nessuno, tantomeno i media nostrani, ne parlerà e i soprusi da parte della polizia scivoleranno velocemente nell’oblio. Nella società dello spettacolo, ciò che non viene condiviso, mediato e diffuso dai mezzi di comunicazione semplicemente non esiste.

I manifestanti sono colpevoli, davanti alla legge, di esternare il proprio dissenso nei confronti della causa gay e pertanto i soprusi nei loro confronti vengono legittimati: hanno osato contraddire il “pensiero unico” che si sta facendo strada in Occidente. La reazione delle Forze dell’ordine viene quindi giustificata. Nessuno sembra preoccuparsi per le possibili conseguenze di quest’episodio, e tuttavia le violenze di Hérouville Saint Clair non rappresentano neppure un caso isolato.

L’1 aprile dello stesso anno, nella vicina Parigi, un uomo di nome Frank Talleu viene fermato dalla polizia dopo essere stato “scoperto” a indossare una felpa con il simbolo del Manif (una famiglia stilizzata formata da un uomo, una donna e due bambini). L’accusa iniziale del fermo è una «tenuta contraria ai buoni costumi». L’imputazione viene in seguito trasformata in «manifestazione ludica non autorizzata»: l’uomo stava infatti facendo un picnic con alcuni amici. Anche in questo caso l’incriminazione riguarda un simbolo sulla t-shirt dell’uomo e che rappresenta il sostegno alla causa della “famiglia tradizionale”.

Questi sono solo due esempi dei tanti episodi di vera e propria repressione avvenuti negli ultimi anni ai danni di persone, istituzioni o gruppi distintisi per l’opposizione alla cosiddetta “ideologia gender”; sono fatti accaduti in gran parte dell’Occidente (dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Germania al Regno Unito) e vanno dalle aggressioni fisiche agli arresti, dalla proposta di “leggi speciali” ai licenziamenti di giornalisti e docenti accusati di “intolleranza” in quanto critici verso tale concezione.

Una reazione, questa, da parte del “sistema”, che non può non sconcertare per la sua determinazione e che, secondo alcuni, sembrerebbe dissimulare una vera e propria “deriva autoritaria” mascherata da “difesa dei diritti e delle minoranze” o addirittura un vero e proprio tentativo di manipolazione della natura umana e delle identità personali. Una reazione che dovrebbe preoccupare soprattutto per la sua veemenza, in un momento storico in cui i problemi contingenti che le varie nazioni dovrebbero affrontare sono ben altri. Eppure l’opinione pubblica rimane silenziosa, timidamente indecisa a prendere posizione.

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Sette marzo 2015: «Selma non riguarda il passato. Selma è ora»4 e «Il lavoro non è concluso»5, ha ammonito Barack Obama dal palco per il cinquantesimo anniversario del Blooday Sunday. Era il 7 marzo del 1965 quando centinaia di pacifici manifestanti afroamericani cercarono di attraversare il ponte Edmund Pettus per chiedere il diritto di voto e furono attaccati dalla polizia. La mobilitazione finì nel sangue. Riferendosi alla piaga razziale ancora non sconfitta negli Stati Uniti (come dimostrato dai recenti fatti di Ferguson) il presidente americano ha rilanciato una sfida che sarebbe, secondo lui, la prosecuzione ideale della battaglia di Martin Luther King: la sfida dei “nuovi diritti civili”, quella dei gay che rivendicano il diritto di sposarsi e avere dei figli.

Favorevole alle coppie dello stesso sesso, Obama si è rivolto alla Corte Suprema, che il 28 aprile 2015 avrebbe dovuto prendere in esame il divieto alle nozze gay imposto in quattro Stati americani; divieto che, secondo il Presidente, sarebbe contrario alla costituzione: «Gli stati non possono proibire i matrimoni fra razze diverse, e non possono proibire neanche quelli fra persone dello stesso sesso». Facendo riferimento ai moti di Stonewall e a Harvey Milk, ha concluso con queste parole: «Noi siamo gli statunitensi omosessuali il cui sangue scorreva per le strade di San Francisco e di New York, come il sangue che è stato versato su questo ponte».

Per rendere poi ancora più efficace il suo messaggio, il Presidente ha focalizzato l’attenzione sul “progresso” avvenuto da quel 7 marzo 1965 a oggi. Un progresso che però non si deve fermare:

«Rendiamo un cattivo servizio alla causa della giustizia insinuando che pregiudizio e discriminazione siano immutabili, o che le divisioni razziali siano connaturate in America. Se pensate che nulla sia cambiato nell’ultimo mezzo secolo, chiedete a chiunque sia vissuto a Selma, o a Chicago o a Los Angeles negli anni Cinquanta. Chiedete alle donne dirigenti di impresa, che allora sarebbero state relegate a mansioni di segretarie, se nulla è cambiato. Chiedete al vostro amico gay se è più facile vivere la propria sessualità oggi in America rispetto a trent’anni fa. Negare questo progresso, che è il nostro progresso, equivale a negare la nostra capacità di azione, la nostra responsabilità nel fare ciò che è in nostro potere di fare per migliorare l’America».

Dichiarazioni forti, che hanno proiettato sulla lotta degli afroamericani le rivendicazioni dei gay riguardo al diritto di sposarsi e avere dei figli, facendone le due facce della stessa medaglia: la battaglia per i diritti da parte delle minoranze. Ma è davvero così, ed è lecito equiparare i due fenomeni? Oppure si tratta di un espediente dialettico, teso a riaffermare una nuova battaglia che, all’opposto di quella degli afroamericani, sembra interessare più alcune lobby che l’uomo comune?

Obama ha fatto ricorso al tema del progresso che contraddistingue, come vedremo, l’Ideologia di Genere e il Transumanesimo. Entrambe le dottrine, infatti, prevedono di abolire la Natura e di superare i confini da essa imposti per raggiungere traguardi inaspettati, al fine di migliorare la condizione umana.

Con il termine “transumano”, coniato nel 1957 da sir Julian Huxley, fratello del celebre romanziere Aldous e cofondatore dell’UNESCO, si intendeva inizialmente definire «l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana». La definizione venne poi successivamente ripresa per generare un vero e proprio movimento culturale, teso a traghettare l’umanità verso orizzonti ibridi che prevedono l’implementazione delle biotecnologie e della cibernetica.

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Il riferimento di Obama alla questione delle coppie omosessuali ha volutamente oscurato l’atmosfera ostile, che circonda sempre più spesso chi difende, anche pacificamente, la famiglia tradizionale. Nessun primo ministro o capo di Stato occidentale ha infatti minimamente accennato al crescente clima di intolleranza e violenza che si sta abbattendo sempre più spesso su coloro che criticano le unioni gay, e soprattutto le adozioni e il ricorso all’utero in affitto. In questo caso l’opinione pubblica sembra legittimare l’uso della forza, la denigrazione (il caso delle “sentinelle in piedi”) e l’intolleranza, arrivando persino ad accettare l’introduzione del reato di omofobia: una forma di psico-reato orwelliano in base al quale verrebbe punita non più l’azione, bensì la libertà di espressione e, ancor prima, di pensiero. Non si potrà più pensare male: le proprie opinioni e le proprie emozioni dovranno allinearsi al pensiero comune, globale, globalizzato. Sarà semplicemente vietato pensare fuori dal coro: la mente di tutti noi sarà definitivamente sotto controllo. Apparentemente per una “buona” causa.

Perché l’Occidente, che si ammanta di un edulcorato buonismo nei confronti delle minoranze, accetta dei soprusi come quelli capitati a Hérouville Saint Clair e a Parigi? Come si possono maltrattare dei cittadini, rei solo di esprimere pacificamente un proprio personale pensiero? Perché non si concede semplicemente a entrambe le parti di poter esternare liberamente le proprie idee? A chi giova tutto ciò?

Ancora: perché si sta radicando nelle masse la fondatezza di una dottrina che risale agli anni Sessanta e che era già stata sconfessata allora proprio per le sue false premesse scientifiche e per i suoi ambigui obiettivi? Per rispondere a tali quesiti occorre tornare indietro nel tempo e capire che cos’è l’ideologia di genere, come e quando nasce e quale evoluzione ha avuto tale teoria nella nostra società; occorre comprendere quali sono i suoi reali scopi e quali conseguenze comporta. Bisogna inoltre conoscere i suoi “padri” e i rapporti che essi hanno avuto con certi gruppi di potere per intuire il motivo per cui l’Occidente sta progressivamente abbracciando il Transumanesimo e, soprattutto, legittimando inconsapevolmente la pedofilia.

Con l’espressione “ideologia gender” (o “ideologia di genere”) si intende riferirsi a quel movimento di pensiero, nato negli Stati Uniti a partire dagli anni Sessanta, che predica l’inesistenza delle differenze sessuali, l’indistinzione fra i cosiddetti “generi” (ragione per cui la “tendenza” eterosessuale sarebbe equiparabile non solo all’omosessualità e al transessualismo, ma anche, come vedremo, alla pedofilia) e l’affermazione dei “nuovi diritti sessuali”, compreso il “matrimonio omosessuale” con conseguente adozione o procreazione di bambini mediante la maternità surrogata.

Si tende così a sfumare, fino alla sua definitiva cancellazione, la differenza “binaria” tra uomo e donna: la distinzione sessuale finisce con l’essere vista più come fatto sociale e culturale che come realtà biologica.

Fermo restando il diritto di emancipazione degli omosessuali, che ormai non devono più nascondersi e tantomeno vergognarsi, e tenuto conto che un vero Stato liberale deve permettere ad ogni cittadino di vivere in libertà e nella tutela della privacy la propria sessualità, l’ideologia di genere è altro. Si stanno confondendo ancora una volta i piani, strumentalizzando persino le battaglie degli omosessuali, rendendo di fatto gli eterosessuali una minoranza. Si può essere omosessuali ben sapendo di essere maschi o femmine. Il gender, invece, mira ad abolire la differenza binaria tra uomo e donna, cancellando la realtà della Natura. L’intenzione evidente è quella di sradicare l’identità sessuale, per rendere fluida la sessualità e a-morfo l’individuo. Come ha perfettamente chiarito Marcello Foa,

«il problema, però, è che una battaglia giustissima [quella dei gay; N.d.A.], e nei suoi tratti salienti conclusa, si sta trasformando in qualcosa di ben diverso; assume dimensioni inaspettate e per molti versi ingiustificate, al punto che talvolta si ha l’impressione che a essere diversi siano gli eterosessuali e che avere una famiglia normale sia quasi scandaloso. Mi riferisco, lo avete capito, alle rivendicazioni più oltranziste e all’isteria quasi intimidatoria che accompagna certe pretese e che recentemente ha indotto gli stilisti Dolce e Gabbana a protestare pubblicamente. Il loro “Basta!” è risuonato alto, ma, pur essendo omosessuali, sono stati messi alla gogna mediatica in nome del politicamente corretto».

Questa teoria, inizialmente patrimonio di ambienti di nicchia e di gruppi minoritari, sembra essere divenuta ai giorni nostri un vero e proprio pilastro ideologico della cultura moderna; adottata come cavallo di battaglia da gran parte dei “poteri forti”, dalla politica e dalle lobby economiche del cosiddetto “Occidente”, arriva a condizionare la cultura, i costumi, le legislazioni e la politica di un’intera parte del mondo, al punto da riuscire a imporre (e anteporre) le proprie “priorità” rispetto a qualsiasi altra istanza o esigenza sociale.

Il presente libro si propone di narrare la storia di quest’ideologia dalla sua origine ai suoi ultimi sviluppi, svelandone tutti gli aspetti e i contenuti (da quelli più conosciuti fino a quelli ignorati e, spesso, nascosti alle grandi masse) e spiegando come e perché essa sia divenuta la vera “ideologia di riferimento” dell’establishment occidentale, giungendo a condizionare concretamente la vita di milioni di persone.

Soprattutto, quella delle future generazioni.

UNISEX

UNISEX

L’attacco alla sessualità, nei suoi generi maschile e femminile, rappresenta oggi il più sconcertante tentativo di manipolazione dell’essere umano mai tentato nella storia.

Promossa grazie all’imponente contributo economico e politico delle più potenti lobby dell’Occidente, questa vera e propria “mutazione antropologica” viene oggi imposta attraverso i media, la cultura, lo spettacolo e le legislazioni. Spariscono addirittura i termini “padre” e “madre”, specifici della famiglia tradizionale, e vengono sostituiti dai più generici “genitore 1” e “genitore 2”, quasi a indicare che la maternità e la paternità non hanno più nulla a che vedere con il genere sessuale.

In questo saggio (alla sua Seconda Edizione Aggiornata) gli autori ripercorrono le tappe più recenti di un processo apparentemente inarrestabile, che sembra invadere ogni aspetto del vivere quotidiano.

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    Enrica PerucchiettiTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

    Enrica Perucchietti

    Enrica Perucchietti, laureata con lode in Filosofia con una tesi in Storia delle religioni, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Oltre a numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee, collabora con la trasmissione televisiva «Mistero».