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Premessa del Libro "Ma chi l'ha detto che si balla...

Premessa del Libro "Ma chi l'ha detto che si balla per gli uomini?"

Il mio primo contatto con la danza orientale risale ai tempi del liceo: una mia compagna di classe voleva tanto frequentare un corso di danza del ventre ma, una volta che lo ebbe trovato, le fu sconsigliato di iscriversi perché era troppo magra.

Trattandosi di una danza profondamente universale, letteralmente intrinseca a tutte le donne di ogni corporatura, età, epoca, non ne capisco proprio la ragione.

Ciononostante, a me, che per tutta la vita mi ero sentita grassa, questa discriminazione verso le magre suscitò simpatia, cosi decisi che anch'io un giorno avrei cercato un corso di danza orientale.

L'occasione arrivò qualche anno dopo. Ero reduce da un'operazione alla pancia che mi aveva parecchio traumatizzato. Mesi di fascia elastica mi avevano fatto perdere tutta la muscolatura, e la mia pancia ferita rimbalzava a ogni passo come priva di vita o, peggio, con una vita autonoma, come fosse un'entità a sé stante.

All'epoca non avevo consapevolezza che questo distacco fisico implicasse un allontanamento dal centro delle mie emozioni.

Giunsi alla prima lezione con la mia amica del cuore: lo spogliatoio era gremito di ragazze scalze che si affrettavano ad aggiustarsi gonne larghe dai colori sgargianti e corpetti traboccanti di monetine. Io e la mia amica, in tuta, ci guardavamo intimorite.

Sembrava di essere a un ritrovo di zingare. Echeggiavano i tintinnii delle cinture sulla melodia orientaleggiante che già giungeva dalla sala. Ci chiedevamo dove fossimo finite.

Al contempo, l'intensità del colore, dei suoni e della musica in cui le altre si muovevano con perfetta disinvoltura aveva un che di accattivante. Guardavamo i corpi delle più esperte ondeggiare in movimenti sinuosi, emanando fascino, armonia, padronanza. Qualcosa di mai visto.

Subito ci innamorammo e, con tutte le rigidità che ci portavamo addosso, ci chiedemmo se mai un giorno saremmo riuscite a fare qualcosa di lontanamente simile.

Dopo qualche mese il rapporto con la mia pancia era cambiato: non era più un'entità distinta da appiattire, ma una parte di me che si poteva esibire e vivificare con movimenti belli che esprimevano un'armonia interiore.

Per altri impegni interruppi il corso e non lo ripresi se non dopo alcuni anni, ma il seme era stato gettato: non guardai più alla mia pancia allo stesso modo, la cicatrice era sbiadita - o forse scomparsa dal mio campo visivo - e il cammino della riappropriazione di sé avviato.

Rimase vivo il desiderio di riprendere una danza che mi appariva estremamente difficile per la mia struttura rigida, ma al tempo stesso affascinante proprio per l'ideale di morbidezza e flessuosità che incarnava.

La mia esperienza personale non costituisce, come ho avuto modo di scoprire, un caso isolato.

I provati benefici della danza orientale sono svariati: attivazione della circolazione, rassodamento, prevenzione dell'artrosi, irrobustimento della muscolatura dorsale, addominale e pelvica con conseguente miglioramento della postura, delle lombo-sciatalgie, della funzionalità degli organi interni che risultano meglio sostenuti, prevenzione e cura di prolassi vaginali e dell'incontinenza urinaria, scioglimento delle tensioni addominali e pelviche, alleviamento dei dolori mestruali, miglioramento di problematiche ginecologiche, della fertilità e della sessualità.

Oltre al piano puramente fisico, la danza d'Oriente riduce lo stress, armonizza, migliora l'umore, la coordinazione, la padronanza del proprio corpo, cambiando la percezione di sé e favorendo l'autostima.

Tutto ciò è stupefacente se si considera che questa danza, lungi dall'essere considerata terapeutica, è stata per anni relegata ai limiti della moralità e dell'accettazione sociale.
I primi timidi riconoscimenti di una qualche virtù curativa appartengono, infatti, a tempi recentissimi.

Qualche ginecologa illuminata, per esempio, potrebbe oggi consigliare la danza orientale in preparazione al parto: i movimenti del torace e delle spalle sciolgono le tensioni facilitando la respirazione, i dolori lombari vengono alleviati, l'acquisita mobilità addominale e la padronanza della muscolatura pelvica giovano al momento del travaglio, che può essere gestito con maggiore consapevolezza.

Proprio al fine di documentare i suoi effetti miracolosi, la danzatrice e insegnante Flavia de Marco, dopo aver riscontrato per anni notevoli miglioramenti in allieve e colleghe, ha deciso di raccogliere alcune testimonianze in un libro, "La più antica delle danze e il suo potere curativo".
I benefici che descrive riguardano una migliore accettazione del proprio corpo e dei propri difetti, una maggiore sicurezza, considerazione di sé e comunicatività anche in ambito lavorativo, miglioramenti almeno parziali in casi di dispareunia e frigidità ed effetti antidepressivi. Addirittura, racconta che molte donne affette da infertilità sono rimaste magicamente incinte dopo pochi mesi di corso.

L'autrice ha condotto inoltre un'indagine su duecento soggetti scelti tra insegnanti e allieve di tutta Italia, i cui risultati si sono rivelati sorprendenti: più del novanta per cento dei soggetti ha riferito di aver riscontrato cambiamenti sul piano fisico e/o emotivo, a livello di circolazione, e di aver visto sparire dolori vari, in particolare alla schiena, oltre a miglioramenti nella vita sessuale.

E' chiaro che siamo di fronte a una sorprendente danza di guarigione, a una forma eletta di benessere prettamente femminile.

Viene spontaneo chiedersi, quindi, perché guarisca.

Innanzitutto, è sorprendente verificare come alcune posizioni di danza orientale siano simili ai movimenti di bioenergetica individuati da Wilhelm Reich e Alexander Lowen per sciogliere i conflitti intrappolati nel corpo, che sono causa di ristagno del flusso energetico e quindi di malattie. Non è un caso.

Tali movimenti, infatti, sono gli stessi che vengono praticati da migliaia di anni nelle danze rituali delle culture di tutto il mondo. Sono i moti della celebrazione della vita, della sacralizzazione del principio creativo femminile, i moti che favoriscono e auspicano la fertilità per sé, per le sorelle, per la Madre Terra.

Gli stessi che la partoriente esegue per agevolare il parto, incitata dalla comunità di donne che con lei li esegue a sostegno della nuova nascita.

Da un capo all'altro del mondo, dal lontano paleolitico alle culture tribali ancora superstiti, le danze si sono svolte in pose e ritualità del tutto similari. Le celebrazioni del parto nell'Antico Egitto non sono così lontane, infatti, da quelle che - tramandate di generazione in generazione - sono giunte fino ai nostri giorni e si praticano ancora in alcuni villaggi del Medioriente.

Libere dai filtri ideologici e dalla medicina moderna, le donne e le comunità hanno saputo ascoltarsi e trovare naturalmente le forme più congeniali al proprio corpo, a sostegno della vita e del benessere.

L'attrazione sempre più diffusa da parte delle donne occidentali per la danza orientale potrebbe non essere dovuta, quindi, a un semplice gusto per l'esotico o al fascino nei confronti di una tradizione lontana. Al contrario, la spinta a cercare e a reiterare i movimenti che la memoria ancestrale riconosce come armonizzanti e benefici potrebbe derivare dalla saggezza intrinseca del corpo di queste donne, che le spinge a recuperare una dimensione spirituale — quella del corpo, appunto — assai carente nella cultura occidentale.

La scelta - spesso inconscia - di praticare questa danza potrebbe essere dovuta al fatto che essa rappresenta la forma che più di ogni altra raccoglie e conserva i movimenti delle ritualità antiche legate al culto della vita, della Dea Madre, della Madre Terra.

Altro che danza di seduzione!

Eppure, un alone di peccaminosità la accompagna sempre e inevitabilmente. La sua stessa denominazione - danza del ventre - è infatti erronea, e rappresenta il significativo stravolgimento dell'arabo raqs sharqi ("danza d'Oriente"). A chiamarla per primi danza del ventre furono i soldati francesi ai tempi dell'invasione napoleonica in Egitto, cioè nel XIX secolo, l'età della ragione, che considerava immonda la carne, con particolare accanimento nei confronti del corpo della discendente di Eva, pericolosa fonte di tentazione e lussuria.

In quell'epoca era indecente nominare non solo le gambe delle donne — ben sepolte da abiti soffocanti e costrittivi - ma persino le gambe dei tavoli, che i vittoriani si premuravano di nascondere con pesanti drappeggi. A contatto con la manifesta esplosione di sensualità delle ghawazee, le ballerine zingare che si esibivano in pubblico, i soldati europei rimasero quindi interdetti.

Occorre immedesimarsi nel fanatismo puritano del tempo per comprendere quanto il termine ventre evocasse qualcosa di impudico, amorale, sporco.

«Se le viscere di una donna venissero aperte» asseriva il monaco Roger de Caen, «si vedrebbe quale lordura la sua pelle candida ricopre».

«Se gli uomini vedessero ciò che sta sotto la pelle» rilanciava Sant'Oddone di Cluny, «la sola vista delle donne gli riuscirebbe nauseabonda: questa grazia femminile non è che suburra, sangue, umore, fiele. Considerate quello che si nasconde nelle narici, nella gola, nel ventre: dappertutto, sporcizie. [...] E noi che ripugniamo dal toccare anche solo con la punta delle dita il vomito o il letame, come possiamo dunque desiderare di stringere nelle nostre braccia un semplice sacco di escrementi?»

Come non inorridire increduli di fronte a tali asserzioni, e come non pensare alle terribili vessazioni subite dalle donne in virtù di tali ideologie, perpetratesi sino a poche generazioni fa.

Eppure, come testimoniano i reperti archeologici, per decine di migliaia di anni l'Europa matriarcale aveva adorato sopra ogni altra cosa il ventre sacro della donna.

Dove si è perso il glorioso grembo della Dea, venerato per millenni? La civiltà occidentale moderna si è gettata completamente alle spalle l'infame concezione del corpo sudicio della donna, sotterrando per sempre un tale vergognoso capitolo della storia della coscienza?

Ripensiamo ai benefici fisici, emotivi, psichici della danza orientale, danza di guarigione delle donne, del femminile.

Guarisce da cosa?
Qual è la ferita?

 

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