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Prefazione - La Filosofia Aiuta il Manager - Libro...

Leggi un estratto dal libro di Patrick Errard "La Filosofia Aiuta il Manager"

Prefazione - La Filosofia Aiuta il Manager - Libro di Patrick Errard

Il nostro spirito ha la tendenza irresistibile a considerare più chiara l'idea di cui più spesso si serve.
Henri Bergson

Management... A esser sincero, questo termine non mi piace molto.

A crearmi imbarazzo non è tanto l'assonanza tra la parola francese e quella inglese, quanto piuttosto, non so perché, il suo uso verbale (manager e to manage, ovvero "gestire", dirigere" in entrambe le lingue) e quello sostantivale ("il manager"), entrambi piuttosto stonati all'orecchio di chi, in un mondo sempre più anglofono, ama la purezza della propria lingua.

Le radici della parola manager affondano nel francese del XVI secolo e precisamente nel verbo mesnager, usato in equitazione e derivato dall'italiano "maneggiare" (cfr. latino manus), ovvero tenere alla mano le redini di un cavallo. Poco a poco questo significato si ampliò, estendendosi a quello di "prendere in mano" un'organizzazione, per esempio una fabbrica, un'azienda agricola o un'amministrazione. Quando poi la parola passò all'inglese, dove formò il verbo to manage (e non il contrario, come spesso si crede) e il derivato management, fu proprio nell'accezione di gestione degli affari e dei gruppi impegnati a renderli fruttuosi.

È interessante notare come nello stesso periodo il verbo mesnager indicasse in francese "la condotta degli affari del ménage", owerossia la gestione oculata della "casa", del patrimonio, della propria fortuna e dei domestici. In questo caso il termine assume una palese connotazione "economica", altro termine che etimologicamente, in greco, rimanda alle "leggi che regolano la gestione della casa" {oikòs = casa; nomos - legge).

Fu così che la parola management si precisò con il tempo, concentrandosi sul concetto di "saper fare", anzi direi di "saper essere", in tutto ciò che concerne l'organizzazione del lavoro collettivo rivolto alla prosperità di una struttura economica. Il termine "gestione" invece, dal proprio canto, assunse una connotazione più tecnica di conduzione generica degli affari. Ecco perché il manager oggi riveste una dimensione tendenzialmente qualitativa, laddove il "gestore" è colui che si impegna a livello quantitativo.

Bisognerà attendere fino al 1916 per veder comparire, nell'opera di Henri Fayol Direzione industriale e generale, il concetto di "management trasversale" (definito dall'autore "funzione amministrativa"), che riunifica la dimensione qualitativa del management e quella quantitativa della gestione.

A partire dai primi anni del XX secolo, il management ricopre pertanto cinque funzioni primarie:

  1. Funzioni tecniche: ricerca, sviluppo, produzione, fabbricazione, trasformazione, confezionamento/imballo...
  2. Funzioni commerciali: acquisto, vendita, promozione, scambio...
  3. Funzione finanziaria: capitalizzazione, ricavo benefici e relativa ridistribuzione.
  4. Funzione di sicurezza: tutela di persone e beni.
  5. Funzione contabile: gestione/amministrazione conti, retribuzioni, statistiche relative all'impresa.

Nondimeno Fayol precisa come gli incaricati degli affari, che definisce "amministratori", debbano essere in grado di "prevedere, organizzare, ordinare, coordinare e controllare" se desiderano "essere idonei a inserirsi pienamente nella corrente dinamica dell'"amministrazione moderna'".

Questa digressione etimologica mi è parsa importante perché spiega in gran parte la dimensione "contabile" del management, ancor oggi così presente persino a livello di Risorse umane.

Dobbiamo risalire all'opera di Frederick Taylor, che nel 1911, nel libro L'organizzazione scientifica del lavoro, indicò "one best way", ovvero dei principi generali di produttività destinati a scomporre e a organizzare il lavoro in modo tale da amministrare razionalmente e cronometricamente lo strumento produttivo. In tal modo, sulla definizione di "management" veniva a innestarsi il concetto di processo.

L'idea comunque non era nuova, dato che già i greci si erano occupati della faccenda: nella Repubblica (Libro II, 369c), Platone ipotizzava un legame tra società "ben organizzata" e "produttività" della medesima. Torneremo più ampiamente sull'influsso esercitato dalla filosofia antica e moderna su questa concezione strutturale, che nell'impresa vede semplicemente un campione della società.

Fu solo negli anni '20 e '30 che la concezione stessa di "management moderno" vide emergere il fattore "umano". Fu infatti in quell'epoca che Mary Parker Follet e in seguito Elton Mayo introdussero i fattori psicologici nell'analisi dei comportamenti virtuosi, suscettibili di accompagnarsi all'efficienza degli elementi organizzativi dell'impresa. Questa corrente "umanista" fu in buona parte frutto dei grandi progressi della sociologia di fine anni '30, a loro volta favoriti dalla filosofia moderna risalente nientemeno che al XVIII secolo, ovvero a due secoli prima che il mondo dell'impresa diventasse oggetto dei suoi studi.

In realtà fu solo con Rousseau, e specialmente con il suo Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini, che fu possibile scavalcare le distinzioni classiche tra uomo e animale introdotte da René Descartes (Cartesio).

La genialità dell'idea di Rousseau sta nel nuovo approccio identitario all'uomo, che incorpora non solo l'intelligenza (la ragione cartesiana), ma anche una certa sensibilità, una capacità di comunicare e soprattutto la libertà, o meglio la perfettibilità dell'essere. La capacità umana di perfezionarsi nel corso dell'intera esistenza, contrapposta all'"istinto" che guida l'animale, introduce di fatto una dimensione sociale e umanista nell'interazione di un gruppo sociale. Il management postmoderno prenderà piena coscienza di questo. Accogliendo l'idea della capacità umana di svincolarsi dal programma naturale dell'istinto, la società cercherà di "sviluppare" tale capacità.

Fu così che gli anni '50 videro nascere le grandi correnti di pensiero fondate sulla psicosociologia dell'impresa, che attingeva parimenti alla filosofia.

La scuola di Palo Alto (dall'omonima cittadina della California) è un buon esempio. In particolare, questa corrente fortemente influenzata dalla "cibernetica" e fondata tra gli altri da Gregory Bateson è stata all'origine della terapia familiare e della terapia breve, ma il suo aspetto veramente innovativo è la visione del principio dell'"interattività dell'individuo con il proprio ambiente" come fattore determinante della sua "omeostasia", ovvero della sua capacità di mantenersi in equilibrio sociale e umano.

Questo principio, che fu applicato ampiamente nel management e nell'impresa, fornisce l'acqua al mulino di Rousseau: non soltanto l'uomo libero è perfettibile, ma il suo cammino evolutivo si inserisce per natura nel legame che lo unisce agli altri, cioè il mondo sociale.

A questo punto è chiaro perché la parola "management", che trae origine dalla gestione degli "affari" pur recando una dimensione qualitativa capace di innalzarla al livello di "arte", possa creare imbarazzo nella sua debolezza umana e sociale.

In modo analogo, l'immagine più immediata che ci si fa del "manager" è quella di una persona in completo blu e cravatta, se uomo, o tailleur grigio, se donna. Accettando per un momento questi "cliché", si direbbe che il "manager" dia più valore alla propria dimensione "business", e quindi alla responsabilità finanziaria che porta, che all'inclinazione personale rispetto alla dimensione umana.

Se poi ci spostiamo sulla componente umana del suo management, per riflesso il manager non ha problemi a dare maggior valore al numero delle persone che "gestisce" che all'attenzione nei loro confronti... e di certo le agenzie di collocamento non mi diranno il contrario!

È probabilmente questo aspetto a spiegare il mio scarso apprezzamento per il termine "manager". Per poco che ci siamo interrogati su noi stessi e sulla nostra ragion d'essere, il messaggio recato da questa parola è un problema più a livello percettivo che sul piano della concretizzazione reale.

Dobbiamo tuttavia ammettere che le lingue romanze non dispongono di un'alternativa minimamente soddisfacente per riferirsi ai principi filosofici enunciati da Rousseau. Facciamo volentieri a meno di tutto quanto gravita intorno al "gestire" perché, l'abbiamo ormai capito, "gestione" e "umano" non vanno d'accordo.

D'altra parte vedremo più avanti quanto sia diventata importante la parola "gestione" nel linguaggio comune, nella fattispecie nell'identità "situazionale".

Infine è divertente constatare come nei paesi di area neolatina il titolo di "manager" sia molto spesso sostituito da quello di "direttore". Soffermiamoci per un momento su questo punto.

"Direttore" deriva dal latino director, che sta per "conduttore, guida". Se pensiamo alla dimensione "visionaria" che potrebbe impadronirsi del manager promosso al rango di direttore, è impossibile non scorgervi un parallelo con il concetto di "direzione" portato avanti da una destra di cui non riusciamo a sbarazzarci. La parola "direttore" ha un lato per l'appunto "direttivo" che, dobbiamo ammetterlo, contrasta un po' con le teorie partecipative che sono proprie delle tecniche del management moderno.

Che fine fa l'"uomo libero" di Rousseau, costretto in una schema direttoriale in cui si perde presto e dove fatica non poco per ritrovare il cammino della perfettibilità? E tuttavia diciamolo: il "direttore" è sempre un uomo.

Se poi gli premettiamo un "presidente" e posponiamo un "generale", è come attribuirgli tutte le dimensioni direttive, militari e per giunta presidenziali, queste ultime più concernenti il prestigio che la qualità del sistema di governo. Vuol forse dire che il prestigio del titolo è più importante della funzione cui rimanda? Ahimé sì!

Per verificarlo, provate a levare il titolo di "direttore" a uno dei vostri collaboratori per rimpiazzarlo con quello di "manager", e poi fatemi sapere! Quand'anche l'ambito della funzione restasse immutato, un simile cambio posizionale sarebbe percepito come un declassamento, una degradazione, un abbassamento sociale. Il titolo, e quindi il valore dell'eco di cui è portatore nella sua dimensione filosofica, incide considerevolmente sul modo in cui i collaboratori percepiscono non soltanto il proprio ruolo, ma anche la propria collocazione nella società. Ne riparleremo in un altro capitolo.

Per il momento, in mancanza di meglio, accontentiamoci di esercitare la nostra funzione di "manager"!

La Filosofia Aiuta il Manager

La Filosofia Aiuta il Manager

Questo non è l'ennesimo manuale sui fondamenti del management, sulle tecniche manageriali o sulle meraviglie della gestione d'impresa in senso stretto.

È un libro che parla del dubbio: di quel dubbio positivo che si insinua dopo anni di vita professionale in cui si è dato il massimo.

Spinosa, Kant e Cartesio (fra gli altri) aiuteranno con le loro idee sempre attuali ad analizzare le categorie manageriali come impresa, morale, giustizia, sanzioni, etica, potere, valore del lavoro, coraggio, gerarchia alla luce della filosofia del pensiero interiore e delle relazioni sociali.

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Patrick Errard

Patrick Errard è il CEO di Astellas Pharma France.

É stato presidente di Leem, società che raggruppa le imprese farmaceutiche francesi.

Prima di entrare nel settore farmaceutico, ha praticato la professione medica per quattro anni.

É amante di musica e arte; prima di questo saggio ha scritto tre romanzi, uno dei quali I figli di Tuileries, pubblicato nel 2007, è stato selezionato per il premio "prima opera" da parte del Comune di Parigi al Salone di Parigi del libro.

 

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