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Prefazione - L'Aristocrazia Nera - Libro di...

Leggi un estratto dal libro di Tristano Tuis "L'Aristocrazia Nera"

Prefazione - L'Aristocrazia Nera - Libro di Tristano Tuis

Wikipedia liquida la voce “Aristocrazia” con queste poche righe:

«… dal greco άριστος, àristos, migliore e κράτος, cràtos, potere, è una forma di governo nella quale poche persone [i “migliori” secondo l’etimologia greca del termine] controllano interamente lo Stato. Secondo Aristotele è una delle tre forme più sane di governo, mentre l’Oligarchia è la sua forma degenerata. Questa classe sociale fu introdotta per la prima volta nella civiltà greca. È stata, assieme alla monarchia, tra le forme di governo più diffuse in Europa negli ultimi secoli […], nelle quali il potere del sovrano è controllato da un parlamento composto da soli nobili. Relativamente alla situazione degli ultimi secoli, il termine indica a volte gli appartenenti alla classe sociale che controlla lo Stato, e dunque è usato in modo errato per indicare la nobiltà».

È incredibile che un argomento così determinante per meglio capire la realtà in cui viviamo da secoli, addirittura millenni, possa essere riassunto così superficialmente!

Infatti, tutto ciò che è inerente ad “aristocrazia”, o “nobiltà” (termine divenuto sinonimo anche di qualità morale e sociale) sotto la superficie di formalità, protocolli, etichette e cerimoniali, da sempre cela segreti, oscurità, enigmi, eventi inspiegabili, in ambienti come castelli, tetre magioni colme di sinistri dipinti di antenati, sotterranei segreti, e poi simbologie ermetiche, ritualità arcane, ricchezze incommensurabili, decadenze economiche improvvise, rivelando nei suoi rappresentanti comportamenti iper-dualistici, da rigorosa religiosità e conservazione delle tradizioni a progressismo e iconoclastia, da rigidi portamenti marziali ad atteggiamenti eccentrici e trovate innovative che soprattutto in passato determinavano i “trend” che influenzavano il “popolo”. Anche dal punto di vista psicofisico la nobiltà sembra riflettere tutto ciò, presentando sia somatiche affascinanti e seduttiva eleganza gestuale, così come malformazioni fisiche e psichiche, il tutto spesso accompagnato da schizofrenia, bipolarismo, ecc.

Non da meno, anche la definizione Aristocrazia nera, o Nobiltà nera, presenta apparenti contraddizioni: secondo la tradizione europea la nobiltà nera era/è la cerchia di nobili fedeli al Papato, per discendenza ereditaria dalle grandi famiglie medievali romane, le cosiddette “papaline” in quanto tra i propri avi si annoverano dei pontefici, dato anche che poi la massima autorità nella concessione di titoli nobiliari è sempre stata la Santa Sede, senza la quale nessuno avrebbe potuto, per esempio, fregiarsi del titolo di “Imperatore”. Queste famiglie conseguentemente sono connotate dalla fedeltà a ideali monarchici, nazionalsocialisti, politicamente di “destra” e tradizioni e alte cariche militari.

Più recentemente, almeno dal punto di vista informativo, come teorizzato soprattutto dallo studioso John Coleman, Nobiltà o Aristocrazia nera è più corretto sia applicato all'oligarchia aristocratica veneziana, e genovese, cioè le due potenze mercantili marinare, assurte, per ovvie ragioni nelle prime crociate (dove i Templari del Priorato di Sion giocarono un ruolo determinante), a un oscuro potere trasversale, endemico, che oggi da Londra manipola e gestisce il controllo del mondo e delle sue attività.

Queste due “categorie” sono quindi apparentemente conflittuali e opposte per dinamiche storico-politico-religiose, anche se per esempio in Italia negli anni Settanta un evento come il “golpe Borghese” sembrerebbe averle accumunate, visto che in quel caso un’azione di quella portata era condotta da un rampollo dell’Aristocrazia nera papalina, di formazione militare fascista, Junio Valerio Borghese, ma finanziata da industriali genovesi, sicuramente appartenenti alle lobby dell’altra “Nera”.

In ogni caso le due fazioni sembrano essersi integrate in una lenta inesorabile “dissolvenza incrociata”, introducendo nella storia, solo negli ultimi decenni, il misterioso popolo dei Cazari (o Khazari) una genia che oggi molti studi assimilano a quella degli Ebrei ashkenaziti (o ashkenazi) quelli provenienti dalle steppe, dagli altopiani del Kazakistan e del Caucaso, che dall’anno Mille, secolo dopo secolo, avrebbero tirato le fila dello scenario mondiale, infiltrandosi, oltre che geneticamente nelle popolazioni slave e poi germaniche, influenzandone le identità nazionali, in ogni settore della società, attraverso la formula economia/finanza/comunicazione, governando il tutto da enigmatiche società segrete come la Fabian Society, movimenti occulti come il Frankismo, massonerie segretissime come la B'nai B'rith, organizzazioni politico-religiose come il sionismo, “nonché club” come il Bilderberg.

A New Royal Family

Utilizzando il filtro scientifico della biochimica e dell’ingegneria genetica, se ci mettiamo nei panni di chi vuole, o deve, colonizzare un intero pianeta e la sua umanità, uno dei passi principali sarebbe interconnettersi con l’Aristocrazia imperante, insinuando il proprio dominio prima di tutto nel dna.

Così nella storia delle complesse architetture genealogiche della nobiltà, che evidenziano i ben noti incroci interfamiliari, si può osservare come da un certo punto in poi l’infiltrazione di un altro dna prenda piede.

I moderni teorici del cospirazionismo ci ricorderebbero subito che ciò è avvenuto in forza delle capacità finanziarie acquisite dagli Ebrei ashkenaziti, dando la possibilità alle più facoltose stirpi provenienti da questo ceppo, di prestare sostanze a quell'aristocrazia per qualche ragione in rovina (spesso provocata ad hoc, come dimostrerebbero la rivoluzione francese e quella russa) e tramite ciò patteggiare gli ingenti debiti con l’unione tra un proprio membro e una rampolla/o delle varie nobiltà dei “gentili”.

Inopinabile, certo, ma molto probabilmente dietro c’è un altro intento che va oltre i meri interessi di potere economico-politico. Questo processo avrebbe portato all'attuale condizione genetica di Casa Windsor, in cui sono confluite tutte le aristocrazie dominanti euroasiatiche (dai Faraoni egizi a Gengis Khan per intenderci, partendo, come vedremo più avanti, da divinità e personaggi della mitologia) dove, sia William che Kate hanno entrambi nelle proprie recenti discendenze geni della stirpe dello Scudo Rosso, ossia i Rothschild, la più potente casata del suddetto popolo, in questo caso rappresentata dalla famiglia Roche, sia nel ramo materno di Lady Diana – forse ebrea al 100% se, come si vocifera, il padre fu il banchiere Goldsmith – che nella madre di Kate. Pur facendo i finti tonti sul fatto che per la legge ebraica la donna trasmette e impone al 100% il gene “ebraico”, questo porta all'evidenza che George Philip Alexander, frutto di due genitori provenienti al 50% dalla stessa famiglia, porta un soverchiante incremento di quel DNA. Ora basterà che il futuro Re d’Inghilterra si unisca, putacaso, con un’altra rappresentante di quella famiglia per fare “bingo”!

Viene da chiedersi se il riflesso di questa strategia genetica potrebbe meglio spiegare perché recentemente gli usa hanno imposto che la razza bianca venga definita “caucasica”.

Comunque sia, tornando ai coniugi reali, quando i dettagli delle rispettive discendenze saranno di pubblico dominio, il mondo tra non molto potrebbe avere ufficialmente la “Rothschild Royal Family”.

Tornando alla trasmissione genetica, la legge ebraica rivela una differenziazione basilare rispetto alle tradizioni aristocratiche classiche: è la madre, attraverso il mitocondrio, e non il padre, a trasmettere il DNA dominante. Le avanzate tesi della moderna scienza genetista lo confermano, è così per tutti, e quindi anche per le antiche nobiltà che, meno schiettamente, delle regole ebraiche mascheravano il tutto con il cognome paterno, portatore di potere virile, energia maschile, dominante, belligerante, solare.

Mentre anche in questo caso è la femmina, com'è naturale che sia, a processare e perpetrare la “razza”. La Dea, ovvio, Lilith, Diana, Iside, Ishtar, Inanna, ecc.

Ed è la Dea ora, il femminino sacro, che i nostri tempi stanno ritualizzando e glorificando, attraverso tutte le possibili forme di comunicazione.

Il valore del DNA

Nella scarna definizione della voce “Aristocrazia” su Wikipedia, continua a risuonare controversa l’etimologia greca del termine: “il potere migliore” o “il potere dei migliori”, come ci fa intendere Aristotele? E chi sarebbero questi migliori? E chi potrebbe decidere chi sono i migliori se non altri migliori? E chi sceglie i primi?

È difficile considerando l’infinita quantità di variabili qualitative che presenta il genere umano, pensare che si possa stabilire, financo in epoche antiche, una tale categoria.

Un “migliore” può essere il figlio di poveri contadini africani, che in pista corre più veloce di tutti, o il nipote di un umile contabile potrebbe diventare un eccelso scienziato (oppure la figlia di una donna delle pulizie diventare Miss Mondo per la sua bellezza, “migliore” di altre).

Allora questi “migliori” – forse intendeva Aristotele – potrebbero semplicemente essere quelli con un DNA più “informato”. E un DNA è più informato se trasportato da individui che hanno avuto accesso alle informazioni più diverse, e di “alto livello” politico, culturale, esoterico, bellico, scientifico, ecc.; un “database” che viene tramandato e arricchito discendente dopo discendente.

E in chi, se non nei rappresentanti della nobiltà, è stato possibile scrivere nei geni la più grande e specifica quantità di informazioni? Conseguentemente come non amplificare ai massimi livelli il valore della “famiglia”, che così diventa “Dinastia”, per istruire, proteggere e tramandare questi individui colmi di informazioni?

Perché, se guardiamo all'integrale albero genealogico di certe famiglie aristocratiche, esse pretendono di discendere addirittura dagli Dèi, cioè dai “primi”, destinate quindi a governare il mondo, a influenzare l’umanità. Sviluppandosi all'interno di un ambiente di potere, che sarà sempre soverchiante su qualsiasi altra cerchia umana, perché si alimenta generazione dopo generazione, perché ha sempre un passato più “glorioso” di chiunque altro da rivendicare, perché discende da Re, da Principi, perché sin dai primordi possiede i territori, che gli potranno esser tolti solo da individui, o famiglie, di pari potere, quindi di pari discendenza.

In fondo aveva senso quel che teorizzava Aristotele, un governo di aristocratici è un governo di esseri con più informazioni, quindi più adatti, teoricamente, ad affrontare qualsiasi situazione ad alto livello, perché nei geni possono avere persino i dati di condottieri medievali, che non solo comandavano eserciti, per via del rango, ma si battevano gagliardamente sul campo di battaglia, pronti a morire, trascinati dalla gloria di eternare il proprio nome ai posteri. Nel DNA dei nobili c’è anche questo: il sangue, la polvere, le spade, il terrore, la morte violenta, la sopraffazione, la durezza e la fragilità della materia.

Ma come proclama il conte Dracula in un passaggio del celebre romanzo di Bram Stoker…

«Il tempo delle guerre è finito. Il sangue è una cosa troppo preziosa in questi tempi di disonorevole pace, e le glorie delle grandi stirpi sono state già raccontate…».

Accidenti, queste poche parole sembrano descrivere i tempi moderni! E chi se non un nobile, quindi un “vampiro” (o viceversa) ha più diritto di esserne portavoce?

Difatti da un governo àristos cràtos, quindi composto da Imperatori, Re, Principi, ecc., che ancora domina fino all'Impero austroungarico, si è sovrapposto, dai dopoguerra, un’altra modalità governativa, basata su sistemi politici che prescindono dagli uomini, regolata da ideologie, strutture auto regolanti, ideali codificati, formule commerciali, comunicazione di massa, livellamento sociale e gerarchico.

Eppure, come da sempre vocifera il “cospirazionismo”, dietro tutto questo, spacciato come un’evoluzione della società, connotata dai termini democrazia e socialismo, ci sono sempre alcune “famiglie” saldamente configurate in una architettura piramidale, quindi altamente gerarchica.

Credo sia utile offrire a questa prefazione una conoscenza diretta, come esempio specifico, per quanto ristretto a una sola famiglia, ma credo emblematico di quello che stiamo trattando.

Chi scrive discende da parte matrilineare dalla famiglia Piccolomini, una delle cosiddette “grandi famiglie nobili romane”, cioè le “papaline”, quindi Aristocrazia nera secondo la prima definizione. Una famiglia che però a differenza delle altre, non ha mai ecceduto in rappresentazioni gloriose del proprio nome. I Medici, gli Orsini, i Colonna, i Borgia, gli Sforza, tanto per citarne alcuni, non hanno mai mancato di esternare, tra arte ed edilizia, quanto il loro potere fosse “divino”, preoccupati attraverso i loro membri più importanti, a eternare il loro ruolo nella storia.

I Piccolomini in questo sono sempre stati stranamente discreti, con esempi estremi come mio nonno, il conte Plinio, che, misteriosamente, ha rinunciato a qualsiasi proprietà e privilegio frutto della sua discendenza, nel suo caso i Clementini-Piccolomini di Pienza – il ramo di Papa Pio II – per condurre una vita ritirata, normale, lontana dalla vicinanza con il nobil parentato, pur sposando una gentildonna veneziana di sobria nobiltà austro-ungarica, con origini mongoliche (e forse cazare, come sto ipotizzando recentemente).

Così allevata, sua figlia, la contessa Maria Rosa, si è unita con un membro dei Venturi, una sana antica famiglia centro italiana, connotata, oltre che da cavalieri e briganti, perlopiù da artisti, architetti, scienziati come Giovan Battista Venturi, un uomo che nel XVIII secolo, oltre ad aver scoperto un rivoluzionario fenomeno fisico noto come “l’Effetto Venturi” (o “paradosso idrodinamico”) ha capito per primo la seria importanza scientifica nelle opere “tecniche” di Leonardo, vincendo i pregiudizi dell’Accademia delle Scienze di Francia.

Il prodotto di queste due famiglie ha generato il sottoscritto, che disinteressato in gioventù alle suddette origini, se n’è avvicinato più tardi per studiarle, quando ha capito quanti segreti da rischiarare, e informazioni cruciali, esse nascondevano.

Il fascino discreto dei Piccolomini

Il secondo romanzo della trilogia Wallenstein, che il grande drammaturgo Friedrich von Schiller completò nel 1799, si intitola I Piccolomini. La qualità innovativa di questo titanico dramma è l’aspetto realistico su cui si basa, in quanto utilizza personaggi realmente esistiti per elevarli al rango poetico di “eroi tragici” di stampo goethiano o shakespeariano.

Qui il protagonista, il condottiero boemo Wallenstein, distintosi nel XVII secolo nella Guerra dei Trent'anni, si trova a interagire con il comandante Max Piccolomini – rappresentazione romanzata del principe fiorentino Ottavio Piccolomini – che nel dramma, così come nella realtà storica, riesce a impedire al comandante di rendersi indipendente dal controllo dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando II.

Non ci sono molti casi in cui il cognome di una famiglia sia stato utilizzato come titolo di una grande opera drammaturgica, credo nessuno. Fanno eccezione i Borgia, che prima delle due odierne serie televisive, sono stati eternati, attraverso Lucrezia Borgia, la rampolla più “hot” della storia, dal dramma omonimo di Victor Hugo.

E pensare che nella realtà storica, Ottavio Piccolomini, Duca D’Amalfi, Principe di Hagenau, è stato uno stratega politico ma principalmente un militare. Il suo giovane fratello, Ascanio, era invece un matematico, che poi, divenuto Arcivescovo di Siena, ospitò Galileo Galilei agli arresti domiciliari, proteggendolo e aiutandolo nel concepimento del suo trattato forse più importante: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze.

Infatti l’albero genealogico di questa antichissima famiglia, le cui tracce risalgono ufficialmente all'anno Mille, annovera personaggi distintisi un po’ in tutti campi “notabili”: da quello militare appunto, a quello ecclesiastico, ma anche poeti, scrittori, statisti, artisti, scienziati, astrologi, esoteristi, alchimisti e tanto altro.

Un breve excursus su alcuni dei personaggi, leggende e curiosità che hanno rimarcato la storia di questa schiatta, potrebbe fornirci un quadro ancora più dettagliato del tema qui trattato.

I Piccolomini erano tra le più potenti famiglie d’Europa tra il XII e XIV secolo, soprattutto nell’Italia centrale, con il suo fulcro in Siena, emblematico luogo, di cui possono essere considerati i più rilevanti produttori di tesori come la celebre Cattedrale, sul cui pavimento è ritratta l’unica immagine al mondo di Ermete Trismegisto, cioè il Dio Thot degli Egizi.

Lo stemma dei Piccolomini, il cui rango imperituro è di Conti Palatini e Principi elettori del Sacro Romano Impero, è piuttosto fantomatico quanto atipico nell'iconografia araldica: una grossa croce al cui interno sono posizionate cinque mezze lune. Ancora non è ben chiara l’origine di questa scelta, anche se l’ipotesi che simboleggi la prode partecipazione di condottieri di questa famiglia a cinque crociate (le cinque mezzelune islamiche) in nome di Cristo (la croce che le contiene) è piuttosto consistente, ma diversi studiosi ancora vi ricercano ancora un altro significato.

Il DNA dei Piccolomini, incrociandosi nei secoli con le altre grandi famiglie dell’Aristocrazia nera, oggi culmina in Juan Carlos I, Re di Spagna (attraverso la Casa reale dei Borbone di Spagna e i D’Anjou di Francia) in Alberto II, Re dei Belgi (attraverso la Casata dei Sassonia-Coburgo-Gotha, centrali nell'albero dei Windsor) e suo nipote Enrico, Granduca di Lussemburgo (attraverso i casati dei Borbone di Parma e dei Nassau-Weilburg), ma con il proprio cognome alcuni di loro oggi siedono nella Camera dei Lords e altri conservano una confraternita esistente da secoli.

È interessante notare come in ambiente araldico accademico la genealogia piccolominea ufficialmente sia fatta risalire ai re latini di Alba Longa (che la storia “leggendaria” ci dice fondata da Ascanio, figlio di Enea) e a Porsenna, Re degli Etruschi. Il nome integrale di questo potente sovrano che dominò Roma, era Lars Porsenna, che convaliderebbe le tesi che trovano un collegamento scandinavo negli Etruschi. Effettivamente l’etrusco Larθ corrisponde allo svedese Lars (un classico nome scandinavo) che anglicizzato diventa Lord, ovvero Signore.

Una tesi avvalorata dal ritrovamento di caratteri e alfabeti runici in numerosi siti etruschi, e da un altro recente studio, ancora un po’ imperfetto, per cui la Troia dell’Asia Minore sarebbe l’esatta riproduzione di una Troia esistita (o esistente) in territorio scandinavo, o forse britannico, così come delle sue epiche e protagonisti. In ogni caso, entrambe queste tesi attestano la dominazione di una genia di popoli “bianchi”, che dal Nord Europa e dall'Est, attraverso il Caucaso, conquista e infiltra geneticamente le altre razze, spesso applicando una completa estirpazione genetica. Potremmo considerarlo come il segno dell’espansione della cultura celtica, di cui, guarda caso, la storia ufficiale non riporta le reali origini, che invece, comparando simbologie, tradizioni, usi e costumi dei popoli indoeuropei (e a volte non) sembra proprio essere il prodotto di una migrazione, peraltro ancora inspiegabile, dei bianchi Arii dall'India, un regno che dominarono per secoli, ma in cui lasciarono conservato il loro linguaggio in codice, il sanscrito (letteralmente “la lingua degli Dèi”).

Tra i tanti sottogruppi che ne sono derivati, citiamo Traci, Cimmeri, Sicambri, Goti, Vichinghi, Normanni (uomini del Nord), ecc., la cui nobiltà, oggi potremmo arrischiarci a dire, fu cristallizzata nei Troiani (quindi negli etrusco-romani, quindi nei Franchi) che dopo aver fondato Roma, Londra, Parigi, Budapest, ecc., come dimostrano molte stampe medievali sui “troiani”, assemblano questa nobiltà in un Impero, sacro e ovviamente romano.

L’ultima curiosità riguardante Pio II, superficialmente la più inquietante, in realtà la più emblematica, è la sua connessione storica con il Principe Vlad III, ovvero Dracula. Pio II, che lo conobbe in gioventù nei santuari della cultura europea, lo descrisse accuratamente, orrori compresi, nei suoi Commentarii, concludendo il terrificante resoconto con la frase: «È uomo di corporatura bella e grande e il cui aspetto sembra adatto al comando. Negli uomini spesso, a tal punto differisce l’aspetto fisico dall'animo».

Malgrado ciò in realtà Pio II, in impeto di realpolitik, confidava in Dracula per la sua abilità di guerriero e conoscitore di usi e costumi turchi – presso i quali aveva trascorso l’infanzia accanto al sultano Maometto II – ipotizzando che potesse essere il condottiero ideale che lo affiancasse nell'eroica riconquista di Costantinopoli.

Non era poi così rilevante che il Principe di Valacchia (così si chiamava all'epoca quel territorio oggi in Romania) avesse compiuto i più efferati crimini, impalando, torturando, trucidando decine di migliaia di esseri umani, spesso bevendone il sangue appena sgorgato. Vlad III, anch'esso umanista, poliglotta e raffinato intellettuale, era l’uomo giusto per la giusta causa. È molto probabilmente per questo che nel 1460 Vlad si rivoltò improvvisamente contro il suo compagno d’infanzia Maometto II, combattendolo con tutti i mezzi possibili in quella che la storia chiama la “guerra lampo”, dove il Principe riconquistò per un breve periodo tutti i confini controllati dai Turchi. Era l’anticamera della crociata che il Papa stava preparando, ma che mai si concretizzò, perché Pio II morì prima di partire.

Il Casato dei Dracula, è un mix di aristocrazia tartaro-mongolica, bizantina (quindi troiana) e scandinava, il cui DNA si è propagato, con le note “distorsioni” caratteriali di alcuni suoi rappresentanti tra cui, oltre che Vlad III, sua cugina Erzebeth Bathory, serial killer di serve, assetata di sangue virginale, attraverso tutta l’aristocrazia europea approdando anch’esso alla casa reale inglese. Come ben metaforizzato nel romanzo di Bram Stocker (membro della Golden Dawn in cui militò Aleister Crowley) dove, al di là della trama e del romanticismo gotico, in sostanza il conte Dracula dal suo cupo castello in Romania si trasferisce, guarda caso, proprio a Londra, dove ha acquistato un immobile. In tempi recenti, più volte Carlo, principe di Galles, figlio maggiore della regina Elisabetta II, ha pubblicamente ricordato questa discendenza, e se come ormai sembra certificato (e con l’informatizzazione della tracciatura dei dna non si scherza) quasi tutti i Presidenti americani discendono dalla famiglia reale inglese, i geni di quella sanguinaria stirpe che i posteri hanno celebrato come sinonimo di vampirismo, oggi sono ben conservati negli uomini che governano e conducono ufficialmente questo “Impero”.

Quando Enea Piccolomini venne eletto Papa, sua sorella Laudomia si unì al cugino Giovanni Pietro (quindi stesso DNA) e il loro “prodotto”, Antonio, convolò a nozze con Maria degli Aragona, una dinastia oggi cristallizzata, incrociando anche il casato dei Dracula, negli stessi “contenitori” dei Piccolomini sopra descritti, e che nel proprio albero, attraverso personaggi come l’imperatore Federico II dei Normanni (ossia Vichinghi, ossia Goti) include re francesi (D'Anjou compresi) spagnoli, tedeschi, principi russi, re dei Franchi come Clodoveo dei Merovingi quindi l’imperatore Carlo Magno, e indietro nel tempo si risale fino alle stirpi troiane descritte da Omero nell'Iliade per l’appunto, e regredendo ulteriormente ai personaggi della mitologia e della storia “sacra”, tra cui Zeus, Dardano, Giuda, Mosè, Abramo della Genesi Matusalemme, Caino… e ancora indietro a Nimrod di Babilonia, agli Elohim della Bibbia, a Enki e alle varie divinità/entità sumere (Anu, Tiamat, Apsu, ecc.).

Come ci ricorda la dichiarazione della Regina d’Inghilterra Elisabetta II al suo insediamento: «Io dichiaro davanti a voi tutti che la mia intera vita, sia essa lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo». Infatti, sì, un’unica grande famiglia.

Ma tornando brevemente ai Piccolomini: oltre a Pio II, e suo nipote Francesco, divenuto nel 1503 Papa Pio III (pochissime famiglie hanno avuto due Papi nella propria storia) altri insigni discendenti di questa famiglia ci attestano la tesi della trasmissione di geni “informati”, che riporta al postulato di Aristotele.

Tra questi ricordiamo un altro Francesco, professore di filosofia, che nel 1649 divenne Preposito Generale della Compagnia di Gesù, l’ottavo da che quest’Ordine fu fondato nel 1567 da Ignazio di Loyola. Il Preposito Generale dei gesuiti, è quello che in epoche più recenti viene definito il “Papa Nero”, per le sue possibilità di manovrare il mondo da dietro le quinte.

Ultimamente si può includere in questa dinastia persino Cristoforo Colombo, o Colòn, come la studiosa Maria Azuara ha messo in luce in un accurato studio sulla reale discendenza dello scopritore delle Americhe, che rivela il sangue dei Piccolomini da Siena. Non a caso, essendo forse un figlio illegittimo, il cognome fu ottenuto dalla limatura in testa e in coda di questo cognome, ottenendo così “Colom” e cioè “Colòn” in castigliano.

È buffo, perché con pochi ma basilari dettagli, tra cui l’opera geografica di Pio II, Cosmographia, che guidò Colombo verso il nuovo mondo, potremmo per gioco parafrasare il noto slogan commerciale della Martini con: No Piccolomini, No America.

A questi aggiungerei Alessandro, nel XVI secolo professore di filosofia, drammaturgo, ma soprattutto astronomo, in quanto il suo libro De le stelle fisse è considerato il primo (di nuovo!) atlante celeste della storia dove, per la prima volta in un libro a stampa, le quarantasette mappe astronomiche contenute nell'opera, oltre che presentare tutte le costellazioni tolemaiche, mostrano le stelle senza le corrispondenti figure mitologiche, e misurate in base alla loro luminosità. In suo ricordo sulla Luna c’è un cratere con un diametro di ottantotto chilometri, che porta il suo nome: il cratere Piccolomini.

I tempi moderni non ci offrono di questa stirpe membri particolarmente di spicco (a parte Ranieri Piccolomini Clementini, asso dell’aviazione nella Seconda guerra mondiale) come d'altronde è per tutta l’Aristocrazia, nera compresa. L’industrializzazione, due rovinose guerre mondiali (che hanno fatto decadere l’80% dell’aristocrazia) e ora l’informatizzazione di massa hanno creati altri scenari, che possiamo definire fantascientifici, e questo “Impero” ora è più un “Sistema” tecnocratico, di stampo oligarchico, governato nell'ombra da poche famiglie, sintesi genetica di tutte quelle qui più o meno citate (con in testa un mix di Dracula e Rothschild) che da tutta questa galattica ricchezza di informazioni nel dna, sfruttano principalmente solo i dati inerenti alle predatorie attitudine politiche, strategiche e finanziarie. Quindi non i vampiri “migliori”, nel senso Aristotelico, ma semplicemente i più “potenti”. Che peccato, eppure i Piccolomini, per esempio, pur appartenendo a quelle linee di sangue, hanno fornito all'umanità dati di grande valore, e tutto sommato, malgrado il rango, assai discretamente, in quanto più presi dalla volontà di ricerca, di arricchimento della cultura, del pensiero, della scoperta, insomma dal desiderio di manifestare la propria anima, che in alcuni di loro, da qualche parte, prima o poi, sembra proprio essere entrata.

L’approfondimento e la delicata analisi di tutte quelle dinamiche storico-politiche, ma anche esoteriche e simboliche – un’associazione che per i ricercatori con la “R” maiuscola non è più possibile trascurare – che connotano L’Aristocrazia nera alla lettura di questo eccellente saggio di Riccardo Tristano Tuis, in cui vengono affrontate “trasversalmente” fin dalle origini in modo più che esaustivo.

Varo Venturi

L'Aristocrazia Nera

L'Aristocrazia Nera

Questo monumentale saggio unico nel suo genere tratta l‘occulta firma storica dell‘aristocrazia nera, ovvero le famiglie che da secoli controllano la guerra, il culto, la cultura e l‘economia del pianeta, presentando alcuni eventi temporali circoscritti che hanno portato questa a incarnare le eminenze grigie dietro la politica mondiale.

La sanguinaria storia dell’aristocrazia nera che nel tempo prende le sembianze delle famiglie di banchieri europei legate alla Chiesa e ad alcune specifiche casate reali eurasiatiche, non sono realmente europee poiché provenienti da alcuni popoli noti come Kazari, Sarmati e Sadducei che a un certo punto conversero perlopiù all’interno di un gruppo noto come Askenaziti, mascherandosi come ebrei ortodossi o paladini della Cristianità, raggiungendo le più alte cariche in tutta Europa. 

Queste famiglie iniziarono a spartirsi gli Stati europei, dando così vita a faide interne come quella dei guelfi e dei ghibellini e a uno scontro diretto con tutti i loro oppositori, fino a giungere all’attuale Nuovo Ordine Mondiale con il suo occulto controllo globale attraverso una rete di organi sovranazionali, congregazioni religiose, corporazioni economiche e di comunicazione di massa con uno specifico fil rouge simbolico che ne palesa la loro affiliazione all’agenda di questi occulti burattinai.

Quest’opera riesce a mettere a nudo alcuni dei più intimi segreti di questa oscura élite smascherando l’intricata rete che lega le religioni mondiali con le più piccole sette e movimenti, le società segrete con la politica e i servizi segreti e di come dietro a tutto ciò si celi un pyramidion di potere insospettabile cui la stessa aristocrazia nera ne incarna lo strumento.

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Riccardo Tristano TuisTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Riccardo Tristano Tuis

Riccardo Tristano Tuis è scrittore, compositore, ricercatore indipendente e autore del metodo Zenix e della neuro-tecnologia Neurosonic Programming. Da oltre venticinque anni segue un percorso di ricerca che lo ha portato a studiare e praticare diversi indirizzi che spaziano dalle scuole di sviluppo umano alla meccanica quantistica e alle neuroscienze, dallo Zen alla psicologia del profondo con indirizzo transpersonale, fino agli studi sulla coscienza e sul paradigma olografico.

L’autore si interessa allo sviluppo delle potenzialità umane attraverso lo studio dei programmi mentali che strutturano la consapevolezza e la percezione e all’interazione tra mente e materia e ai relativi codici di modellamento della realtà, portandolo a creare un metodo denominato Zenix con cui aver accesso ai propri programmi mentali consci e inconsci per risolverli e pervenire a un nuovo livello di mente più avanzato con cui riprogrammare i propri potenziali e la propria realtà.