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Prefazione - Afghanistan 2001-2016 - Libro di...

Leggi un estratto dal libro di Enrico Piovesana "Afghanistan 2001-2016"

Prefazione - Afghanistan 2001-2016 - Libro di Enrico Piovesana

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, l’Italia è il secondo mercato dell’eroina in Europa dopo la Gran Bretagna, con un consumo annuale di 18 tonnellate e almeno 300mila eroinomani, per un giro d’affari di almeno 2,4 miliardi di euro l’anno. Un quinto dell’eroina che arriva in Europa (quasi 90 tonnellate per un valore di 20 miliardi di euro) è consumata nel nostro Paese.

L’eroina era stata data per scomparsa, passata di moda perché considerata troppo pericolosa, una droga da emarginati che devasta mente e corpo e ti uccide con l’Aids. Invece negli ultimi anni questo stupefacente è tornato in voga tra consumatori di nuova generazione e tipologia che non hanno memoria dell’epidemia da eroina degli anni Ottanta: giovani e giovanissimi, professionisti e studenti, cui l’eroina viene proposta come una droga economica, sicura e alla moda, non più da iniettare in vena con l’anacronistica e pericolosa siringa, ma da fumare o sniffare. Peccato che gli effetti di dipendenza e i rischi di morte siano esattamente gli stessi della “vecchia” eroina. A favorirne la diffusione ha concorso anche il basso prezzo: un grammo di eroina, che nel 2000 costava tra le 100 e le 130mila lire, oggi si trova a 25-30 euro al grammo, se non meno.

«Se non facciamo qualcosa per fermare subito quanto sta avvenendo, rischiamo di veder bruciare almeno due generazioni di ragazzi» dichiarava ancora nel 2008 Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze dell’ASL di Milano, il primo in Italia a lanciare l’allarme sul silenzioso ritorno dell’eroina».

La ricomparsa dell’eroina è un fenomeno che nel nostro Paese, così come in tutta Europa, è iniziato tra il 2003 e il 2004 con l’arrivo sul mercato delle partite derivanti dai raccolti afgani di oppio del 2002 e 2003, i primi seguìti al bando talebano del luglio 2000 che aveva completamente azzerato la produzione. Raccolti che negli anni successivi sono aumentati fino a doppiare la produzione d’oppio d’epoca talebana e a fare dell’Afghanistan dal 2006/2007 la fonte del 92 per cento dell’oppio mondiale, quindi dell’eroina. Un quasi-monopolio strappato al Triangolo d’Oro indocinese (Birmania-Laos-Thailandia), relegato a produttore largamente marginale, e saldamente mantenuto fino a oggi.

«Questo ritorno alla grande dell’eroina, che com’è noto viene dall’Afghanistan, rappresenta una sconfitta della politica antidroga mondiale», affermava nel 2012 l’allora procuratore antimafia di Palermo, Antonio Ingroia.

«Lascia pensare il fatto che la produzione e il mercato della droga siano cresciuti così tanto in Afghanistan, che dovrebbe essere monitorato proprio dalle forze militari di quei Paesi che rappresentano i più grandi mercati di eroina e che dicono di voler condurre una lotta senza quartiere contro la droga. Per carità, non bisogna essere dietrologi, ma qualche domanda ce la dobbiamo porre».

Il nuovo boom di questa droga riguarda anche gli Stati Uniti d’America, dove, secondo un recente rapporto governativo dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC), nel decennio 2002-2013 la maggiore disponibilità di eroina a basso costo ha fatto raddoppiare il numero degli eroinomani, soprattutto giovani tra i 18 e i 25 anni, e ha fatto quasi quadruplicare (+286 per cento) il numero dei decessi per overdose, che solo nel 2013 sono stati 8200.

Secondo le Nazioni Unite, l’eroina afgana sta uccidendo ogni anno centomila persone, in gran parte in Russia e in Europa . Come ha ricordato il direttore dell’antidroga russa Viktor Ivanov, nel decennio successivo al 2001 la droga afgana ha ucciso oltre un milione di persone . Le vittime di questa silenziosa ecatombe vanno conteggiate a pieno titolo tra gli “effetti collaterali” del conflitto afgano, al pari dei civili morti sotto i bombardamenti aerei alleati e negli attentati suicidi dei talebani. Come vedremo in questo libro, infatti, le vittime dell’eroina afgana rientrano in un cinico calcolo di convenienza dei decisori politici e militari occidentali, che le hanno ritenute un accettabile prezzo da pagare per il raggiungimento dello scopo supremo. In Afghanistan, Stati Uniti e NATO hanno scientemente deciso di sacrificare la lotta alla droga – e con essa le vite di centinaia di migliaia di persone – in nome della lotta al terrorismo. La stessa scelta che in passato era stata fatta in Europa, Asia e America Latina in nome della lotta al comunismo. Per mantenere il controllo politico e militare del territorio afgano, gli americani si sono alleati con potenti criminali e signori della guerra locali, chiudendo un occhio sulle loro attività di narcotraffico e più in generale su tutta l’industria della droga afgana risorta dopo il 2001.

«Il controllo della droga non era una priorità», ha recentemente dichiarato Jean-Luc Lemahieu, ex direttore dell’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), il dipartimento antidroga delle Nazioni Unite. «La priorità era limitare le perdite e se questo significava stringere alleanze scellerate con attori di diverso piumaggio, questa era la scelta che veniva fatta» . Il ripristino dell’industria afgana dell’oppio, infatti, è servita a garantire la stabilità e la fedeltà di tutta la piramide del corrotto sistema di potere locale, dai capi tribali ai governatori, fino ai generali e ai ministri, ma anche ad assicurare l’unica base di sussistenza della popolazione rurale afgana (il 75 per cento della popolazione totale), diventando il pilastro di un sistema di welfare senza il quale i contadini afgani sarebbero morti di fame e si sarebbero ribellati in massa. Quest’ultimo aspetto è stato pubblicamente affrontato e dibattuto, in quanto accettabile per i suoi risvolti quasi umanitari, ma la questione del sostegno occidentale ai signori della droga afgani è ancora un tabù. Un tabù che questo libro vuole provare a infrangere, conducendo il lettore alla scoperta di tutti i retroscena di questa vicenda attraverso un viaggio che parte dai coltivatori di papaveri dell’Helmand – la principale zona di produzione di oppio in Afghanistan – e arriva fino alle grandi banche di Wall Street, ripercorrendo i precedenti storici legati a tutti i conflitti del secondo dopoguerra e, ancor più indietro nel tempo, alle Guerre dell’Oppio anglo-cinesi del XIX secolo.

Afghanistan 2001-2016

Afghanistan 2001-2016

Un libro indispensabile per chi desidera capire i retroscena di una guerra crudele e devastante.

Un viaggio-inchiesta che conduce il lettore alla scoperta del lato più oscuro e meno dibattuto della guerra in Afghanistan: quello della connivenza delle forze d'occupazione americane e alleate con il business dell’oppio e dell’eroina in nome di una cinica scelta di realpolitik.

Una spregiudicata strategia, orchestrata dalla CIA secondo una pratica operativa attuata dall'agenzia fin dalla sua nascita, che ha provocato il boom della produzione di oppio afgano e del traffico internazionale di eroina, con il coinvolgimento degli stessi militari alleati, italiani compresi.

La conseguenza è una nuova epidemia globale di tossicodipendenza che miete silenziosamente centomila vittime ogni anno, soprattutto in Europa e in Russia.

Chi ha tratto vantaggio da tutto questo? Sicuramente alcune grandi banche che, come ha denunciato l’ONU, sono sopravvissute alla crisi solo grazie ai capitali liquidi frutto del riciclaggio di narcodollari. 

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Enrico Piovesana

Enrico Piovesana inizia a occuparsi di esteri creando il sito WarNews.it. Ha lavorato per anni come inviato di guerra in Afghanistan per PeaceReporter (testata giornalistica dell’Ong Emergency), realizzando inchieste e reportage soprattutto sulle tematiche dell’oppio e delle vittime di guerra civili.

È stato inviato anche in Pakistan, Cecenia, Nord Ossezia, Bosnia, Georgia, Sri Lanka, Birmania e Filippine. I suoi reportage sono stati pubblicati sulle più famose e autorevoli testate giornalistiche.

Attualmente collabora con IlFattoQuotidiano.it scrivendo di politica internazionale, difesa, spese militari e commercio d’armi.