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Perché sintomo non significa necessariamente...

Leggi un estratto dal libro "La Malattia Sana"

Perché sintomo non significa necessariamente malattia?

Proviamo a pensare a una persona non più giovanissima che vada a giocare la classica partita scapoli-ammogliati e che la mattina dopo, per l'indolenzimento degli arti inferiori, non è nemmeno in grado di fare le scale di casa. Ci sono dei sintomi chiari e forti: sente dolore e presenta un notevole impedimento della mobilità, ma non si definisce malata, perché sa benissimo che questi sintomi dipendono dalla partita di calcio.

Proviamo a pensare, per contro, di svegliarci una mattina e di sentire forti dolori alle gambe che quasi ci impediscono di camminare, senza sapere il motivo della loro comparsa. Veniamo presi dal panico. Andiamo subito dal medico, o in farmacia.

Eppure il sintomo è lo stesso. C'è forse un impedimento maggiore rispetto ai dolori di cui conosciamo l'origine? Il sintomo è esattamente uguale, l'invalidazione è la stessa, però in un caso prendiamo la cosa con assoluta serenità, nell'altro andiamo in paranoia. E da che cosa dipende? Semplicemente dal fatto che in un caso ne comprendiamo la funzione e nell'altro invece no.

Se andiamo a vedere nell'archivio dei nostri sintomi, ci sono tutta una serie di disturbi - anche penosi come il vomito e il mal di testa dopo aver assaggiato una certa varietà di alcolici - che, come nel caso dell'incapacità di camminare, non abbiamo assolutamente considerato malattia, ma normali reazioni del nostro organismo.

Altri sintomi invece, magari anche poco gravi, come ad esempio innocue alterazioni del ritmo cardiaco che di fatto non ci procurano alcun dolore o impedimento, li abbiamo comunque considerati come malattia perché non ne abbiamo compreso il senso e la logica.

In pratica, il termine malattia o patologia è la definizione che noi diamo a tutto quello di cui non comprendiamo la funzione. E il motivo per cui non riusciamo o non vogliamo capirne la funzione, è che il nostro disagio è relativo a qualche cosa con cui non ci identifichiamo.

Possiamo capire meglio questo principio attraverso il caso clinico di un uomo che chiedeva di fare qualche seduta di agopuntura per il proprio mal di stomaco. La persona aveva sviluppato tale disturbo in coincidenza con la comparsa di una certa pressione da parte del datore di lavoro affinché si spendesse maggiormente sul lavoro senza di fatto disporre della possibilità di recuperare.

In quel periodo lavoravo in un ospedale dove si faceva sperimentalmente agopuntura e, per le esperienze avute negli anni precedenti in un reparto di psicosomatica, ritenni utile saperne un po' di più prima di mettere gli aghi. Dal colloquio emerse che il mal di stomaco era in diretta relazione all'aspettativa che lui percepiva da parte del titolare.

Non mi sento di dire che questa persona avrebbe dovuto trovare un'altra via di espressione per la sua ansia, ma vediamo quali potrebbero essere state le altre possibilità, tra cui magari qualcuna per lei praticabile.

Ad esempio, si rende conto di non poter reggere il carico di lavoro e ne parla con il titolare, ma questi non accetta il discorso, anzi lo accusa di non capire le esigenze dell'azienda e di non prendersi le sue responsabilità. Di conseguenza il rapporto di fiducia viene meno e il clima di lavoro diventa difficile: quindi non può dirglielo.

Vediamo altre due possibilità. Una nota barzelletta che gioca sui soliti stereotipi racconta di un napoletano e un milanese che un giorno non si sentono di andare a lavorare perché sono stanchi. Il napoletano telefona al lavoro e dice: «Oggi ho un tremendo mal di testa e non posso venire a lavorare». Il milanese invece se lo fa venire.

Questo è abbastanza emblematico di due ulteriori possibilità. Tutte e due praticabili. Per una persona più mentale è difficile - per educazione, per cultura, per come si pensa -riuscire a telefonare e dire che ha mal di testa e non andare al lavoro. Magari, per sentirsi in pace con se stesso, ha proprio bisogno di farselo venire.

Peraltro se la nostra natura è più pratica, che senso avrebbe farsi venire un mal di testa solo per giustificare il fatto che si sente il bisogno di prendere una giornata di recupero?

Riassumendo, l'uomo ha la possibilità:

  • di sapere ciò che sta succedendo e di parlarne col dirigente;
  • di farsi venire il mal di stomaco;
  • di dire che ha il mal di stomaco senza farselo venire,
  • oppure elaborare altre possibilità ancora, e in questo caso lasciamo alla creatività di ognuno il piacere di scoprirle. Si tratta di modi individuali di esercitare l'arte di vivere.

«Arte di vivere» è stata fin dall'antichità una delle espressioni più sfruttate (troviamo infatti ancora in vendita libri dal contenuto più svariato, tutti con questo titolo), per cui ormai ci sfugge il dato essenziale che trasmette: e cioè che la soluzione al problema di come fare a essere se stessi, e di convivere con un'identità sociale rigida e regole culturali poco umane (nell'idealistica attesa che la cultura si umanizzi), non può che essere artistica e creativa.

In pratica come fare, con tutto ciò che la nostra cultura, la nostra famiglia, il posto di lavoro si aspettano da noi, a essere noi stessi senza offendere o destabilizzare le persone che ci stanno intorno?

Immaginate di trovarvi in un contesto molto diverso, come ad esempio in Giappone, dove realtà culturali molto precise e diverse dalle nostre comportano il rischio che un qualsiasi nostro gesto spontaneo possa essere considerato un'offesa. Ad esempio, se un ospite fa un regalo si è tenuti a non aprirlo fino a che questi non sia ripartito.

Dunque, stando in Giappone, da un lato sentiremmo la necessità di riuscire a non offendere la sensibilità delle persone di cui siamo ospiti, e dall'altro di riuscire a non mangiare pesce crudo per colazione alle sette di mattina, come si fa da loro.

Chiaramente si tratta solo di trovare una soluzione creativa a un problema. Perché quando si è in un'altra cultura si vede con molta chiarezza la differenza tra il nostro bisogno e la regola del luogo.

La vera difficoltà si pone invece quando si è a casa propria e le aspettative sono talmente connaturate che non ce ne accorgiamo neanche. Non sono più chiare, come in Giappone, dove riusciamo a distinguere la differenza tra il bisogno di provare piacere e il bisogno di accondiscendere.

Come fare? Certo, il percorso di consapevolezza, cioè l'osservare e il capire le dinamiche, dà in questo senso più libertà. Del resto, è anche per questo che si leggono libri, si va da un analista o anche semplicemente si viaggia. Per capire un po' meglio le cose, e quindi per vedere un po' più di quanto si vedesse prima.

Ritornando quindi al significato della malattia, nel momento in cui la persona sa che il suo mal di stomaco serve a proteggerla da un'aspettativa altrui, non lo vive più come un problema da eliminare, ma come uno strumento funzionale per evitare un problema maggiore.

Se ad esempio mettiamo le grate alla finestra per proteggerci dai ladri, certo non miglioriamo l'estetica e la vivibilità della casa. Però se lo scopo è di evitare che ci rubino in casa, possiamo non viverle più come una sofferenza, ma come un sollievo. Se invece non sapessimo qual è la funzione delle grate, e le vedessimo improvvisamente una mattina aprendo la finestra, saremmo sconvolti e ci sentiremmo prigionieri.

Analogamente, se sono in Giappone e al mattino ho la nausea, mi è molto chiaro che il sintomo deriva dal conflitto tra il desiderio di compiacere chi mi ospita e le necessità e le abitudini del mio stomaco.

Tuttavia, se mi alzo alla mattina con il mal di stomaco per un modo di lavorare, o per un modo di rapportarsi, che sono nauseanti per il mio corpo e per i miei veri bisogni, ma assolutamente coerenti e in armonia con la mia identità, la mia cultura, le mie ambizioni mentali, le mie sicurezze e l'approvazione famigliare e sociale, come faccio a distinguere tra chi credo di essere e chi sono veramente?

Il pesce, dopotutto, è l'interlocutore meno adatto al quale chiedere di descrivere l'acqua in cui nuota, perciò quando i valori di un'azienda o di una famiglia, anche se poco umani, corrispondono ai miei, avere chiarezza sui miei reali bisogni non è certo facile come distinguere se al mattino nel cappuccino preferisco inzuppare una brioche calda o un calamaro crudo.

Indizi

Come posso fare, quindi, a distinguere tra i miei bisogni e le aspettative di cui sono «inconsapevolmente» complice? Per rispondere a questa domanda ho assoluto bisogno di indizi.

E dove li trovo?
Semplice. Nel corpo: ogni volta che mi allontano da quello che sono veramente, dai miei bisogni, dal Sé profondo (se vogliamo metterla sul piano psicanalitico), dalla mia più vera anima (se vogliamo metterla sul piano spirituale), il corpo creerà un sintomo emotivo dapprima, o una malattia successivamente, che farà la sua comparsa quando la distanza tra quello che credo e voglio essere e quello che sono in realtà è diventata significativa per il mio organismo; che peggiorerà quanto più tirerò la corda; che migliorerà quanto più mi riavvicinerò ai miei bisogni e alla mia vera natura; e che probabilmente se ne andrà una volta che la distanza si sia eventualmente colmata e che quello che penso e faccio corrisponde a quello che sento e sono.

In pratica i sintomi (che chiameremo « malattia » fintanto che non ne percepiamo la funzionalità) arrivano quando raggiungiamo una distanza critica da noi stessi, peggiorano quando continuiamo a iper-estenderci nella stessa direzione di allontanamento, migliorano quando riduciamo tale distanza, e spariscono quando siamo nella rara condizione per cui il nostro pensiero e il nostro comportamento coincidono con quello che siamo.

Così un mal di stomaco, un mal di testa, una cistite, una crisi d'asma o una bronchite cronica svaniscono nel caso si verifichi questa possibile integrazione.

La malattia, o il sintomo, può darci un'indicazione sui nostri limiti e quindi su ciò che siamo veramente.

Possiamo riconoscere ciò nell'esempio di un mal di stomaco legato al lavoro: esso compare quando il tipo di mansione o il modo di lavorare ci procura una tensione superiore a quella che ci sarebbe naturale; peggiora allorché la situazione o la quantità di lavoro richiede ancora più tensione; migliora nel momento in cui cambiamo il nostro atteggiamento e, ad esempio, deleghiamo ad altri parte del lavoro o delle sue responsabilità; ed eventualmente se ne va quando cambiamo lavoro, cambiano le condizioni di lavoro oppure, più probabilmente, cambia il modo in cui ci poniamo davanti a esso, per cui non viviamo più nell'emergenza continua.

Tuttavia, anche nella situazione più probabile, per cui il mal di stomaco permane, se ne va però il concetto di malattia, perché ci è chiaro che è il prezzo che scegliamo di pagare per raggiungere un obiettivo.

Sentire come il nostro corpo risponde a una data situazione ci dà un segnale molto preciso riguardo ai nostri limiti.

Prendiamo il caso di un relatore che sta tenendo un discorso a un gruppo di persone. Mentre parla mantiene una certa distanza dagli altri e sente una condizione neutra a livello fisico. Se cominciasse a parlare trovandosi a pochi centimetri dalle persone, probabilmente sentirebbe una reazione fisica di disagio per l'eccessiva intimità, un segnale che il confine - che è la distanza neutra - è stato superato. Analogamente, se la distanza dagli ascoltatori fosse di cento metri, una risposta fisica di solitudine e di sforzo a comunicare provocherebbe altrettanto disagio.

Certo, queste risposte dipendono anche da condizionamenti culturali, ma ciò che il corpo fondamentalmente tenta di fare è di darci continue informazioni rispetto a quello che succede.

Si comporta come uno strumento estremamente sofisticato che dà risposte articolate e precise su tutto quello che stiamo vivendo, sulle relazioni, sul modo in cui lavoriamo, sullo spazio, sul modo in cui facciamo sport, e sarebbe uno spreco non tener conto di tali informazioni. Ci avverte in modo molto specifico di che cosa sta succedendo o di cosa sarebbe necessario per creare una condizione diversa a livello fisico.

Questo vale anche per la malattia, che ci riporta continuamente a noi stessi, ricordandoci chi siamo.

E se cominciamo a considerarla fisiologia e smettiamo di vederla come patologia, se cioè la consideriamo un aspetto del funzionamento regolare e non come « guasto » dell'organismo, la malattia diventa quella condizione che permette alla nostra persona di estendersi oltre i suoi limiti naturali e nello stesso tempo di non perdere il legame con quello che è.

Il freddo e la stanchezza, la disidratazione e le vesciche, il mal di testa e la nausea del mal di montagna sono il prezzo da pagare che l'alpinista mette in conto per soddisfare le sue ambizioni. Gli ricordano che lui non è Superman e tuttavia gli permettono di arrivare in cima a un 8000 senza ossigeno.

Jackie Stewart, tre volte campione del mondo di Formula 1 degli anni Settanta, ha disputato i suoi ultimi campionati accompagnato dai dolori di un'ulcera gastrica. L'ulcera gli ricordava che forse sfiorare il guard-rail a 300 chilometri all'ora dentro una scatola di latta tutti i week-end, in epoche in cui le automobili di Formula 1 venivano definite « bare volanti » dal momento che ogni anno morivano in media tre piloti sul totale di una ventina, non era esattamente lo stile di vita tipico di un ultra-trentenne scozzese; che essere seguito tutto l'anno dai media di mezzo mondo mentre si batteva per il titolo, quando pochi centesimi di secondo determinavano una classifica diversa, non era lo stile di vita più naturale per un essere umano. Ma anche, che con la sua volontà e determinazione poteva fare esperienze e raggiungere obiettivi preclusi ai suoi coetanei. E l'ulcera, come la stanchezza dell'alpinista, è solo un possibile prezzo per ottenere tutto questo.

Una malattia cessa di essere « sbagliata » non quando spariscono i sintomi ma nel momento in cui riacquista senso e funzione (fisiologia), e possiamo vederla in alcuni casi come una freccia che ci indica come tornare a casa, in altri come una possibilità caratteristica degli esseri umani per allargare il raggio delle proprie esperienze e possibilità, senza dimenticare dov'è il centro.

Un libro di qualche anno fa giustamente si intitolava Perché alle zebre non viene l'ulcera. E' vero, non viene. Ma è anche vero che nessuna zebra è riuscita a vincere tre campionati del mondo di Formula 1.
Almeno fino a oggi.

La Malattia Sana

La Malattia Sana

La vera rivoluzione copernicana che la medicina non ha ancora affrontato è quella di trasformare la mente «da padrone incompetente a servitore competente».

Quando ci si trova di fronte alla malattia si perde facilmente lucidità, per tutte le emozioni, paure e domande che a questo punto si aprono.

La mente infatti si considera il referente principale di valutazione per tutto ciò che ci accade a livello fisico, anche se in realtà, dei 4 miliardi di byte di informazioni che il nostro cervello elabora ogni secondo, è cosciente di soli 2 mila.

L'inevitabile conseguenza di ciò è che finisca per definire come «errato», e quindi «malattia», tutto quello che non è in grado di capire.

È solo quando guardiamo alla malattia dal punto di vista del corpo che tutto quanto succede a livello fisico può invece ritrovare una sua collocazione logica e naturale.

La malattia sana è un testo di nuova concezione non solo per la prospettiva inusuale che propone, ma anche per la modalità semplice, concreta e informale con cui lo fa.

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Divna Slavec, educatrice somatica, lavora come insegnante di terapia craniosacrale e di anatomia esperienziale. Dopo il liceo classico e alcuni anni alla facoltà di medicina, si è dedicata principalmente allo studio delle pratiche corporee occidentali e orientali che affinano la conoscenza esperienziale del corpo.

 

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Jader Tolja

Jader Tolja, medico ricercatore, negli ultimi vent'anni si è dedicato soprattutto allo studio dei fattori fisici e psichici coinvolti nei processi di cambiamento, oltre che in campo medico e sportivo.