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Perché arriva l'ansia?

Leggi un estratto dal libro di Stefania Andreoli "Mamma, ho l'Ansia"

Perché arriva l'ansia?

Perché arriva l'ansia?
Nessuno può sapere quanto rumore fa una certezza che si rompe.

La domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso dai ragazzi e dai loro genitori da che l'ansia ha fatto irruzione nelle loro vite e nel mio studio è: «Perché?».

Chi ne soffre ha un bisogno urgente di trovare una spiegazione, di razionalizzare, di capire. E' comprensibile: in balia di sintomi che fanno soffrire e che non consentono di mantenere il controllo di situazioni fino a quel momento vissute come quotidiane, ordinarie, persino piacevoli, la necessità diventa quella di cercare rassicurazioni e di trovare risposte ai quesiti che rendono quella dell'ansia e del panico una faccenda estremamente personale: perché proprio a me? Perché ora?

La domanda viene consegnata al professionista in modo che, in cambio dello sforzo di essere approdati sulla sua poltrona, restituisca una risposta che non solo sia soddisfacente, ma anche terapeutica. Che curi, che illumini, che accenda la luce sui dubbi e le incertezze, così da spazzarli via.

Ma Woody Allen e la settimana enigmistica ce l'hanno insegnato: lo psicologo non risponde, chiede. E io l'ho chiesto e lo chiedo ai diretti interessati: che teoria hai sul fatto che sia arrivata l'ansia?

 

 

Le teorie delle mamme

Le mamme dei ragazzi che soffrono di ansia di rado prendono la questione sottogamba. Anzi, spesso si devono a loro l'attivazione giusta e l'allerta sufficiente perché ci si possa legittimamente rendere conto che la faccenda è spinosa e un po' preoccupante.

Prendo in prestito dallo psichiatra Kunifumi Suzuki un'immagine molto bella che mi piace condividere: le mamme sono spesso coloro le quali colgono la sofferenza dei loro figli come quei canarini mandati avanti nei cunicoli delle miniere, perché in grado di reagire ai cambiamenti dell'aria e di allertare su rischi e pericoli di frane.

Allo stesso modo, le mamme hanno tra le loro straordinarie competenze anche la capacità di cogliere che qualcosa sta succedendo, che c'è qualche mutamento in atto; le mamme lo sanno, che anche se le anatre di Central Park veleggiano placide sull'acqua, sotto agitano le zampine come pazze. Capaci di captare anche ciò che non è espressamente detto, se sono nelle condizioni di non fare finta di nulla, se hanno lasciato degli spazi dentro di sé in cui accogliere i nuovi segnali, nei sintomi del figlio leggono un messaggio.

Comprensibilmente non sapranno decifrarlo, ma quel mistero non smetterà di ronzare nelle loro teste. Cercheranno indizi nel corpo acciaccato e sofferente, nei mal di testa, negli sfoghi cutanei, nelle pance sottosopra, nelle gambe molli, nelle febbri inspiegabili, nelle nausee.

Quelle a cui l'ho chiesto io mi hanno detto che ciò che hanno trovato nelle loro indagini ha a che vedere con il passato: esordiscono praticamente tutte mettendo sul piatto l'idea che quel figlio avesse già, poco o tanto, dato segnali di sensibilità, emotività, perfezionismo; che fosse già accaduto che andasse un po' in crisi - ma non sempre - di fronte a situazioni di stress, a casa, a scuola o nello sport. Alcune hanno aggiunto l'ammissione di una propria ansia, una generica apprensione, una qualità di rapporto che ipotizzavano avesse passato nel sangue, nelle cellule e nel corredo genetico dei figli un malessere «incorporato», cioè trasmesso come eredità genitoriale.

Tutte mi hanno chiesto se l'ansia dei figli fosse colpa loro.

Le teorie dei papà

Le teorie dei papà sull'ansia dei loro figli sono in numerosi casi più spicce di quelle delle loro compagne: i padri si rassegnano meno all'ipotesi psicosomatica, non la prendono tanto sul serio, faticano a farci i conti.

Sono sostenuti da una specie di sindrome motivazionale, tale per cui ritengono che, «senza offesa», si stia parlando in fondo un po' del nulla, di qualcosa che può essere affrontato con un pizzico di buona volontà, concentrazione, fiducia in se stessi (ah, però! Pensate se immaginassero che invece la questione fosse complessa!).

I papà sono perlopiù pragmatici e concreti, all'esordio dei sintomi raccontano di aver provato a proporre un programma di «allenamento», si sono impegnati a cercare delle strategie: a differenza delle mamme, non contemplano granché l'ipotesi che il figlio ansioso stia a casa da scuola, lasci le gare di nuoto, rinunci al corso estivo di inglese. Interpreterebbero questi esiti non certo come la soluzione - e su questo hanno ragione da vendere -, ma piuttosto come la conferma di una sconfitta non solo del diretto interessato quanto anche della loro capacità di allevare figli in grado di lasciare con le unghie un graffio nella vita.

Posto che voler bene a qualcuno che sta male è sempre una prova durissima, quando la loro teoria motivazionale del convincimento e della buona volontà fallirà miseramente sotto i colpi degli attacchi di ansia, i papà la prenderanno male, peggio delle mamme.

Queste ultime si preoccuperanno ancor di più, mentre loro si arrabbieranno e diventeranno quasi improvvisamente severi e normativi al fine di scacciare un senso di impotenza insopportabile: si vedono stretti in un angolo, non sanno che fare, temono di aver sbagliato qualcosa e - peggio di tutto il resto - comincia a farsi strada dentro di loro la sensazione che il figlio che si era fino a quel momento mostrato promettente li stia deludendo.

La delusione cederà prima o poi il posto anche alla preoccupazione, quando la linea dura non soltanto non avrà funzionato ma avrà, se possibile, aggravato un po' la situazione.

Le teorie dei ragazzi

In quanto ragazzi e in quanto sofferenti, gli unici che potrebbero fornirci degli indizi utili sulla genesi della propria ansia sono anche coloro i quali danno la sola risposta che trovano possibile: «Se sapessi perché ho l'ansia, non ce l'avrei».

In realtà devo contraddirli: l'ansia ce l'ha anche chi sa, mentre chi non ce l'ha è solo ed esclusivamente chi la sente.

Quando insieme ai ragazzi interrogo il loro malessere, è del tutto normale che nel giro di pochissime settimane i sintomi scompaiano. Erano delle sentinelle, mandate avanti per tenere in allerta sul problema reale.

I miei giovani pazienti rimangono un po' scettici quando dico loro che insieme non ci sarà granché da capire - impareremo anche qualcosa, certo, ma non sarà quello a dare qualità al loro sentirsi meglio - bensì ci sarà da stare.

«In che senso?» chiedono con sguardo interrogativo. Senza saperlo, hanno già iniziato: lo «stare» non si spiega. Cominciamo allora con lo «stare» con questa domanda, con l'assenza di risposte, con lo spazio per l'incertezza. «Stare» con la possibilità di accettare di non sapere, non gestire tutto, sopportare la frustrazione e l'attesa. «Stare» come condizione aperta, ricettiva, curiosa, intelligente. Non con rassegnazione, tutt'altro!, con competenza: solo chi è inesperto ha bisogno di certezze.

«Stare», di conseguenza, anche nell'ansia: perché, se la si accoglie, lei si trattiene giusto il tempo di salutare e poi toglie subito il disturbo. Potete intuire che, con dei modi tanto educati, non debba essere poi così terribile?

Finora nessuno si è tirato indietro ogni volta in cui ho chiarito che tutto ciò che con la mia esperienza ho imparato dell'ansia fino a qui, e che mi fa formulare la mia proposta per mandarla via, è... lasciarla arrivare: come Penìa al banchetto, bisognerebbe accoglierla, farla accomodare con noi, offrirle da bere. Darle uno spazio dove prendere posto e la possibilità di parlare per sentire cosa voglia dirci, perché tutto ciò che si può sentire ed esprimere non costringe il corpo a farlo al posto nostro.

Mamma, ho l'Ansia

Mamma, ho l'Ansia

A lungo considerata un problema che riguardava solo gli adulti, negli ultimi anni l'ansia si è diffusa sempre di più fra bambini e adolescenti, con genitori spiazzati nel tentativo di comprendere le ragioni e la reale gravità del malessere dei figli.

Ma qual è il modo giusto di valutare e affrontare l'ansia vissuta dai giovani? Come distinguere le normali paure adolescenziali da quelle patologiche?

Stefania Andreoli, tra le più brillanti psicoterapeute dell'adolescenza italiane, in questo volume esamina le molteplici cause di stress a cui sono sottoposti i nostri ragazzi, mostra l'inevitabile distanza tra i punti di vista di ragazzi e genitori, e indica i comportamenti da seguire per gestire lo stress dannoso e costruire il giusto equilibrio in famiglia.

Per crescere figli sereni e in grado di affrontare le complessità che la vita comporta.

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Stefania Andreoli

Stefania Andreoli è psicologa, psicoterapeuta e analista, lavora da molti anni con gli adolescenti, le famiglie e la scuola occupandosi di prevenzione, formazione, orientamento e clinica.

Consulente tra gli altri per Walt Disney, Mondadori e De Agostini, è presidente dell'Associazione Alice Onlus.

Scrive per "La 27ora", blog del "Corriere della Sera".

Collabora con il ministero dell'Interno per le politiche di contrasto alla violenza di genere.