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Parker J. Palmer - Anteprima - Le Regole della...

Leggi in anteprima il primo capitolo del libro "Le Regole della Libertà" scritto da Parker J. Palmer

Parker J. Palmer - Anteprima - Le Regole della Libertà

Immagini di Integrità
Una vita "non più disgregata"

Nella solitudine Ogni estate vado a Boundary Waters, circa cinquecentomila ettari di natura incontaminata lungo il confine tra Minnesota e Ontario. La mia prima escursione lì, anni fa, fu una pura e semplice vacanza. Tuttavia, quando ho iniziato a ritornare più volte a quel mondo primordiale fatto di acqua, rocce, boschi e cielo, la mia vacanza ha cominciato a sembrarmi sempre più un pellegrinaggio, un cammino annuale verso un terreno sacro indotto da un’esigenza spirituale.

La riflessione di Douglas Wood sul pino americano, un albero originario di quella regione, descrive ciò che cerco quando vado al nord: le immagini di una vita vissuta con integrità.

Thomas Merton affermava che «c’è in tutte le cose… un’integrità nascosta». Ma nel mondo degli uomini, dove la nostra essenza non è visibile come quella dei pini, le parole di Merton a volte sembrano una vana illusione. Timorosi che la nostra luce interiore venga spenta o che l’oscurità interiore venga esposta, nascondiamo la nostra vera identità gli uni agli altri e, nel farlo, ci separiamo dalla nostra anima. Finiamo così col vivere un’esistenza disgregata, talmente lontana dalla verità insita in noi che non riusciamo a esperire “l’integrità che deriva dall’essere ciò che si è”.

La mia conoscenza in tal senso deriva innanzitutto dall’esperienza personale: anelo a essere integro, ma la separazione dall’anima spesso sembra essere la scelta più facile. Una “vocina silenziosa” dice la verità su di me, sul mio operato e sul mondo; la sento, eppure agisco come se non fosse così. Soffoco un dono che potrebbe servire per uno scopo elevato o mi impegno in un progetto in cui non credo veramente.

Rimango passivo di fronte a una questione che dovrei affrontare oppure violo palesemente le mie convinzioni. Nego la mia oscurità interiore, concedendole così un maggiore potere su di me, oppure la proietto su altre persone, creando “nemici” che in realtà non esistono. Quando vivo una vita disgregata pago un caro prezzo: mi sento disonesto, timoroso di essere scoperto e depresso per il fatto che sto nascondendo la mia vera identità.

Anche le persone che mi circondano pagano tale prezzo, perché camminano su un terreno reso instabile dalla mia frammentazione. Come posso affermare l’identità di un altro se io stesso nego la mia? Come posso fidarmi dell’integrità altrui se io stesso diffido della mia? La mia vita è percorsa da una linea di faglia e ogni volta che questa si apre – separando le parole e le azioni dalla mia verità interiore – le cose intorno a me si fanno instabili e cominciano ad andare in pezzi. Ma a nord, nella natura incontaminata, riesco a percepire la totalità nascosta “in tutte le cose”: è il sapore dei frutti di bosco, il profumo dei pini riarsi dal sole, la vista dell’aurora boreale, il gorgoglio dell’acqua che lambisce la costa, tutte manifestazioni di un’integrità essenziale che è eterna e che va al di là di ogni dubbio. E quando torno alla realtà umana, effimera e pervasa dallo scetticismo, guardo con occhi nuovi la totalità nascosta in me e nella mia specie, e provo un amore nuovo persino per le nostre imperfezioni.

In verità, la natura incontaminata mi ricorda costantemente che integrità non significa perfezione. Il 4 luglio 1999, infatti, a Boundary Waters una tromba d’aria con forza pari a quella di un uragano abbatté venti milioni di alberi nel giro di venti minuti. Un mese dopo, tuttavia, quando compii il mio pellegrinaggio annuale verso nord, mi si spezzò il cuore alla vista di quella devastazione e mi chiesi se volevo ancora tornarci. Eppure, da allora, a ogni visita sono rimasto stupito nel vedere come la natura usi la distruzione per stimolare una nuova crescita, sanando lentamente, ma inesorabilmente, le proprie ferite.

Totalità non è sinonimo di perfezione: significa accogliere la frammentazione come parte integrante della vita. Tale consapevolezza mi fa sperare che l’integrità umana – mia, vostra, nostra – non rimarrà per forza un sogno utopistico, se solo usiamo la distruzione come vivaio per un nuova vita.

Oltre l’etica

La vita disgregata si presenta in numerose forme diverse. Per citare alcuni esempi, è la vita che conduciamo quando

  • rifiutiamo di investire nel nostro lavoro, sminuendone la qualità e prendendo le distanze da chi dovrebbe beneficiarne;
  • ci guadagniamo da vivere con lavori che vanno contro i nostri valori fondamentali, persino se il nostro sostentamento non lo richiederebbe affatto;
  • rimaniamo in ambienti o relazioni che distruggono continuamente il nostro stato d’animo;
  • manteniamo dei segreti per ottenere un tornaconto personale a scapito di altri;
  • nascondiamo le nostre convinzioni a chi non le condivide per evitare scontri, conflitti e cambiamenti;
  • dissimuliamo la nostra vera identità per paura di essere criticati, evitati o attaccati.

La frammentazione è una patologia individuale, ma ben presto diventa un problema anche per gli altri. è un problema per gli studenti i cui professori insegnano in modo cattedratico, nascondendosi dietro i loro piedistalli e la loro autorità; è un problema per i pazienti i cui medici praticano la professione con indifferenza, celandosi dietro la protezione di una facciata pseudo-scientifica; è un problema per i dipendenti i cui datori di lavoro hanno un libro paga al posto del cuore; infine, è un problema per i cittadini i cui rappresentanti politici parlano con “lingua biforcuta”.

Mentre scrivo, i mezzi d’informazione sono pieni di storie di persone la cui disgregazione è divenuta tristemente famosa: le persone in questione lavorano in posti come Enron, Arthur Andersen, Merrill Lynch, WorldCom e la Chiesa cattolica, solo per citarne alcuni. Sicuramente si sono sentiti richiamare interiormente all’integrità, ma si sono separati dalla loro anima, tradendo la fiducia dei cittadini, degli azionisti e dei fedeli, rendendo al contempo meno affidabili la democrazia, l’economia e le istituzioni religiose.

Le singole vicende spariranno presto dalle prime pagine, ma la storia delle vite frammentate rimarrà attuale per sempre. La sua tragedia è perenne e i suoi costi immensi. Ottocento anni fa il poeta Rumi lo aveva già affermato con spietata franchezza: «Se sei qui con noi infedelmente, / provochi un danno terribile»

Come dobbiamo intendere quindi la patologia della frammentazione? Se la affrontiamo come un problema da risolvere “alzando gli standard etici”, esortandoci l’un l’altro a migliorare sempre di più e infliggendo pene più severe a chi non ci riesce, per un po’ ci sentiremmo probabilmente più virtuosi, ma non risolveremo il problema alla radice.

In ultima analisi, la vita disgregata non è un fallimento dell’etica, bensì dell’integrità umana. Medici che liquidano in fretta i pazienti, politici che mentono agli elettori, dirigenti che defraudano i pensionati dei loro risparmi, uomini di chiesa che privano i bambini della serenità: in generale, tali persone non sono prive di conoscenze o valori etici. Senza dubbio avranno seguito dei corsi sull’etica professionale, magari concludendoli con il massimo dei voti. Avranno tenuto discorsi e sermoni su questioni etiche e con tutta probabilità credevano alle proprie parole. Avevano però l’abitudine radicata di mantenere ben separati dalla propria vita il loro sapere e le loro convinzioni.

Tale abitudine è vividamente illustrata da una storia che leggo sul giornale proprio mentre scrivo: l’ex direttore generale di una società di biotecnologie è stato riconosciuto colpevole di insider trading e condannato a sette anni di reclusione dopo aver fatto rischiare il carcere alla figlia e al padre anziano per averlo coperto. Interpellato su cosa gli passasse per la mente mentre commetteva tali crimini ha risposto: «Me ne stavo seduto lì... pensando di essere il dirigente più onesto del mondo [e] nello stesso tempo... facevo a cuor leggero qualcosa di sbagliato e trovavo una giustificazione».

Queste parole sono state pronunciate da un esperto di “suddivisione in categorie”, una capacità molto apprezzata in numerosi settori lavorativi, ma che in fin dei conti non è altro che un sinonimo di vita disgregata. Forse a pochi di noi toccherà la stessa sorte dell’intervistato, ma molti di noi condividono già le sue conoscenze: le sviluppiamo a scuola, dove l’etica, come la maggior parte delle materie, tende a essere insegnata come qualcosa di slegato dalla vita interiore.

Da adolescenti e da giovani adulti abbiamo imparato che, nella scalata verso il successo lavorativo, la conoscenza di se stessi ha scarsa importanza. Ciò che conta è la conoscenza “oggettiva” che ci dà la capacità di manipolare il mondo. L’etica, insegnata in tale contesto, diventa solo un altro studio a distanza dei grandi pensatori e dei loro pensieri, l’ennesimo esercizio di memorizzazione di informazioni che però non tocca il nostro cuore.

Naturalmente tengo in grande considerazione i valori etici, ma in una cultura come la nostra, che sminuisce la realtà e il potere della vita interiore e le attribuisce scarso valore, l’etica diviene troppo spesso un codice di comportamento esteriore, un insieme oggettivo di regole che ci viene detto di seguire, un esoscheletro morale che indossiamo nella speranza di ricevere un sostegno. Il problema degli esoscheletri è molto semplice: possiamo toglierli con la medesima facilità con cui li mettiamo.

Tengo in gran conto anche l’integrità. Tale termine, tuttavia, significa ben più che il rispetto di un codice morale: è lo “stato o caratteristica di ciò che è intero, completo e inviolato”, ed è il significato alla base degli aggettivi “integro” o “integrale”. A livello più profondo l’integrità si riferisce a qualcosa, come il pino americano o l’identità umana, nel suo «stato inalterato, non adulterato e genuino che corrisponde alla sua condizione originale»

Se comprendiamo l’integrità per quel che è, smettiamo di farci ossessionare dai codici di comportamento e ci imbarchiamo in un viaggio più impegnativo per diventare integri. A quel punto potremo comprendere la verità dell’affermazione di John Middleton Murry: «Per una persona buona, rendersi conto che è meglio essere integri che buoni significa intraprendere un sentiero stretto e angusto, a confronto del quale la sua precedente rettitudine era una spensierata dissolutezza»

 

 

 

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Parker J. Palmer

Parker J. Palmer è uno studioso, scrittore e insegnante stimatissimo per il suo impegno sociale e filantropico.

Ha ricevuto importanti riconoscimenti per il suo grande lavoro e la sua ricerca nell'ambito della formazione umana e professionale di comunità, imprenditori e lavoratori in genere.

Grazie ai suoi libri in America sono già sorti innumerevoli gruppi di cittadini liberi e consapevoli.

 

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