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Mediterraneo esplosivo - Anteprima di "Italia usa...

Leggi un brano estratto dal capitolo 2 di "Italia usa e getta" libro di Gianni Lannes

Mediterraneo esplosivo - Anteprima di "Italia usa e getta"

Fukushima? Peggio. Di Chernobyl galleggianti ne abbiamo almeno sei o sette, in navigazione nei mari italiani, e sovente effettuano soste urbane addirittura in dodici città. Ecco il giro dello Stivale: Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellamare di Stabia, Gaeta, Livorno, Napoli, La Maddalena, Taranto, Trieste, Venezia e La Spezia.

Non è uno scherzo. Immaginate una mezza dozzina e passa di centrali nucleari di vecchia generazione (modello Three Mile Island o Chernobyl) che, senza controllo ambientale, vanno a spasso per il Mediterraneo e di tanto in tanto approdano nei porti della Penisola; poi ipotizzate che queste centrali nucleari siano in continuo movimento, cariche di missili a testata atomica.

Non è fantascienza, accade realmente.

Secondo Greenpeace,

«da 8 a 22 reattori, a bordo di sottomarini e portaerei delle flotte militari di USA, Francia e Gran Bretagna, percorrono ogni giorno il Mediterraneo alla ricerca di nemici ormai immaginari, visitando periodicamente i porti italiani. Il rischio di incidenti al reattore in mare è elevatissimo»

Battono i mari d’Italia, attraversando i corridoi marittimi più trafficati come lo stretto di Messina e le Bocche di Bonifacio, senza disdegnare il Golfo di Venezia o quello di Trieste, incrociando petroliere, gasiere e navi con carichi pericolosi di natura chimica. Per le loro soste, scelgono le popolatissime baie ai piedi di due vulcani, l’Etna e il Vesuvio, accanto a depositi di carburante e munizioni, raffinerie e industrie a rischio di incidente rilevante (almeno in base alle Direttive Seveso).

Si tratta dei sottomarini a propulsione nucleare della Marina militare USA – ma non solo – che partecipano anche alle frequenti esercitazioni belliche della NATO.

Le unità subacquee dislocate nel Canale di Sicilia, per bombardare eventualmente gli obiettivi militari e civili degli Stati definiti “canaglia” come l’Iran o la Siria, sono quattro: l’USS Providence (SSN 719), l’USS Scranton (SSN 756), l’USS Florida (SSGN 728) e l’USS Newport News (SSN 750), cui si è aggiunto dal 24 gennaio 2014 anche l’inglese Tireless (Instancabile), una famigerata conoscenza siciliana tornata nuovamente nel Mediterraneo.

Allora, c’è la storiaccia dell’Instancabile, andata in onda il 12 maggio 2000, sconosciuta ai più e rimossa dalla cronaca, su cui va accesa l’attenzione. Sono trascorsi quasi quattordici anni dall’incidente al reattore nucleare del sommergibile inglese Tireless.

Ufficialmente, la Royal Navy ha sempre minimizzato, ma nel 2004 un documentario di denuncia di pacifisti scozzesi ha attestato inequivocabilmente che l’incidente avvenne in Sicilia. Nella sua fuga verso Gibilterra, il sottomarino si lasciò dietro una gran quantità di liquido radioattivo, fuoriuscito dal sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

La radioattività non svanisce nel nulla:
in acqua i danni si amplificano e sono irreversibili
.

Il Tireless – lo si evince dai documenti ufficiali – ha subito numerosi e gravi incidenti, come quello del 20 marzo 2007, tuttavia il 24 gennaio scorso ha fatto nuovamente ingresso nel Mare Nostrum. Dove si è diretto? Forse ancora in Sicilia? Le criptiche ordinanze della Guardia costiera di Augusta certificano, nei giorni di marzo 2014, alcune esercitazioni militari.

John Ainslie, il coordinatore del movimento scozzese per il disarmo ha denunciato:

«Il sottomarino era nel Mediterraneo, non si sa dove. Subito non fu rivelata l’entità del problema: l’incidente al reattore nucleare fu più grave di quanto detto ufficialmente»

L’incidente fu molto più grave di quanto le autorità di sua maestà Windsor comunicarono all’opinione pubblica italiana e spagnola. Hanno ben pochi dubbi, i pacifisti scozzesi che da anni lottano contro le basi dei sottomarini nei laghi. Sono loro, i protagonisti di un’interessante ricerca – quasi ignota in Italia – sull’incidente del Tireless, e l’hanno spiegata al regista Ben Kempas, che vi si è ispirato per il suo The Loch long monster.

L’interrogazione a risposta scritta del senatore Stefano Semenzato (4-21306) del 17 novembre 2000 non ha mai avuto una risposta dal Governo italiano:

«Si chiede di sapere quali provvedimenti intenda adottare il Ministro in indirizzo, per impedire che eventuali avarie ai sottomarini nucleari britannici all’interno delle acque territoriali italiane possano causare danni alle popolazioni e all’ambiente, e se non ritenga opportuno in questo quadro (così come già fatto dal governo spagnolo) disporre che i sottomarini nucleari che intendano transitare nelle acque territoriali siano tenuti a rendere noti alle autorità competenti i piani di emergenza degli stessi».

Dove è avvenuto, esattamente, l’incidente del sommergibile nucleare? Quanto vicino alla costa siciliana? Ma soprattutto, in che quantità si riversò in mare il liquido radioattivo, che fuoriusciva dal sistema di raffreddamento?

Il Tireless aveva fatto scalo ad Augusta, un porto ancora oggi trafficato di unità NATO a propulsione e ad armamento nucleare, nonostante sia un attracco industriale per chimichiere, gasiere e petroliere. A tutt’oggi, non è stato reso noto alla popolazione civile, come prescrivono le normative in materia, un piano di sicurezza in caso di incidente nucleare. Perché?

Dunque, rotta sul passato.
Nell’ottobre del 2000, la Royal Navy annunciò a sorpresa che dodici sottomarini a propulsione atomica della sua flotta erano stati richiamati urgentemente alle basi, per controlli al sistema di raffreddamento del reattore: ben sette risultarono avere delle incrinature alle condutture.

Il giorno dell’incidente, la prima notizia fu solo che il Tireless stava rientrando al porto di Gibilterra per un’avaria non grave. In seguito, le proteste degli ecologisti spagnoli costrinsero il governo Blair a chiarire:

«Non c’è stato alcun pericolo per i 105 uomini dell’equipaggio, né per la popolazione di Gibilterra. Il guasto al reattore ha causato solo una piccola perdita di liquido. E comunque il reattore è stato disattivato. Il sottomarino ha fatto rotta verso Gibilterra con il motore diesel».

Fu nell’ottobre del 2000 che emerse a brandelli, la verità più scottante.
La Marina inglese ammise che il reattore dell’Instancabile era stato riattivato dopo essere stato frettolosamente spento al momento della rilevazione dell’avaria. Quel reattore aveva continuato a funzionare male per altre 36 ore, e per tutto questo tempo aveva versato la sua scia di liquido radioattivo.

«Fu un grave errore riavviare il reattore dopo il guasto», rivela John Large, l’ingegnere nucleare che mise in allarme il governo di Gibilterra sui rischi delle riparazioni del Tireless.

A un soffio da noi, NATO, alleati e affini giocano alla guerra con frenetiche e ininterrotte esercitazioni belliche; per accertarlo, è sufficiente salpare l’ancora violando le aree interdette o, in alternativa, consultare le ordinanze fantasmagoriche – della serie “appaio e scompaio in un baleno” – delle Guardie Costiere.

Si tratta di reattori di vecchia generazione, pre-Chernobyl: impianti tutti rigorosamente privi di sistemi di protezione e sicurezza; mezzi, per di più, impegnati in operazioni di guerra su cui vige il massimo segreto. Queste unità sono perennemente dedite alla caccia di prede e alla sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto.

È quanto è avvenuto nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata “Proud Manta 201” a cui hanno partecipato dieci nazioni dell’Alleanza atlantica. Ogni sei mesi, la flotta atlantica statunitense prevede lo schieramento nel Mediterraneo di un gruppo di battaglia, comprensivo di una portaerei, due sottomarini e altre navi da guerra.

Quali sono i pericoli concreti?

Spiega il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino:

«L’emissione di radioattività nei nostri mari, nel Mediterraneo, in particolare nello Jonio è costante anche se viene ben nascosta all’opinione pubblica»

«un incendio o il danneggiamento di queste unità navali possono portare a conseguenze disastrose paragonabili agli effetti di Chernobyl. Ci sono numerosi precedenti con i sottomarini russi nel Mar Baltico e nel Mar del Giappone, ma anche da noi, in Sardegna, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando il sottomarino americano Hartford, a propulsione nucleare, s’incagliò nella Secca dei Monaci a poche miglia dalla base di La Maddalena».

Il professor Zucchetti non ha mezzi termini:

«Ci raccontano che queste macchine sono molto sofisticate, mentre se si guarda nel dettaglio si vede che la statistica degli incidenti negli ultimi cinquant’anni è agghiacciante, con dispersione di materiale radioattivo e irraggiamento di personale. E non parlo solo di sottomarini americani o russi, ma anche inglesi e francesi.

Se un’automobile avesse così tanti incidenti, io non la comprerei. Il pericolo è davvero reale. Considero un’assoluta pazzia mettere un reattore nucleare a bordo di un sottomarino. La sicurezza non è mai stata un obiettivo dei militari».

Lo scienziato ricorda inoltre che

«le normative prevedono intorno ai reattori nucleari un’area in cui non sia presente popolazione civile (“zona di esclusione”), mentre è richiesta, in una fascia esteriore più ampia, una scarsa densità di popolazione per ridurre le dosi collettive in caso di rilasci radioattivi, sia di routine che incidentali. Normalmente, la fascia di rispetto ha un raggio di 1000 m e vi sono requisiti di scarsa densità di popolazione per un raggio di non meno di 10 km dall’impianto.

Cosa del tutto diversa nel caso dei reattori nucleari a bordo di unità navali militari, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate e i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato».

L’atomo bellico incrocia nelle acque tricolori e fa capolino nelle nostre città. Basta scorrere gli avvisi delle Capitanerie di porto di mezza Italia in riva al mare. I piani di sicurezza in una dozzina di realtà portuali del Belpaese sono ignoti alla popolazione.

Il sommergibile americano Scranton è approdato al porto di Augusta più volte, ma in loco i semplici cittadini non ne erano al corrente. È una prassi ormai collaudata.

 

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Gianni Lannes, dal 1987 svolge in Italia e all’estero il mestiere di giornalista e fotografo freelance. Ha lavorato nei settimanali “Avvenimenti”, “L’Espresso”, “Panorama”, “Famiglia Cristiana”, “Io Donna”, “D – la Repubblica delle Donne”, “Il Venerdì di Repubblica”, “Diario”. Ha scritto inoltre per i mensili “Airone”, “La Nuova Ecologia”, “Medicina Democratica”. Attualmente dirige il giornale on-line “Italia Terra Nostra” e collabora col quotidiano “La Stampa”, nonché con la RAI Radiotelevisione Italiana.

 

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