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Maternità e amore - Estratto da "L'inganno...

Leggi un brano estratto dal 1 capitolo del libro di Anatolij Nekrasov "L'inganno dell'Amore Materno"

Maternità e amore - Estratto da "L'inganno dell'Amore Materno"

Eccesso d’amore, come e perché

Ci sono precisi segnali che fanno capire come e quando l’amore materno è eccessivo.

Il primo è la presenza nei figli di malattie e di difficoltà.
Il secondo è la scarsa realizzazione del marito nella vita, le sue malattie e spesso anche le sue dipendenze.
Il terzo, l’esistenza di problemi nei rapporti familiari.

Ma perché nasce e cresce questo sentimento deleterio?

Al primo posto sta il mancato riconoscimento nella donna del senso della sua vita, cui consegue il sovvertimento del sistema dei valori.

Al secondo, la relazione problematica con i genitori e con i progenitori. In altri termini, il problema affonda le sue radici nelle profondità della storia del genere umano e si trasferisce di generazione in generazione.

Al terzo posto stanno le concezioni morali e le tradizioni della società contemporanea, che impongono di collocare i figli al primo posto nella scala dei valori. Ci si mettono anche le religioni, che assumono la “sacra maternità” tra le loro credenze più profonde, fondamentali nella loro visione del mondo.

Non va dimenticato anche un quarto elemento, ossia l’istinto animale della femmina, che nell’essere umano si trasforma in senso di possesso. Il senso di possesso dà alla donna la speranza di essere corrisposto. Il bambino, dal canto suo, corrisponde davvero, e spontaneamente, a questi sentimenti, rafforzando così il legame madre-figlio.

Ben di rado avviene che la donna non percepisca il senso di possesso nei confronti del proprio bambino: purtroppo, perché, se avvenisse, ciò rappresenterebbe il segnale di una forte spiritualità...

Un ulteriore elemento costitutivo dell’amore materno è la compassione che genera molti guai. Le donne, da noi in Russia, sono molto compassionevoli verso gli uomini e ancor più verso i bambini.

Mostrare compassione è molto più facile che manifestare amore, anche perché la compassione diventa un sostituto dell’amore stesso, prendendone il posto. Dalla compassione nasce il vittimismo, che a sua volta distrugge e umilia le persone, le blocca nel ruolo di deboli e di malati e ne impedisce lo sviluppo personale e spirituale.

Cominciamo con un esempio di eccesso d’amore materno tratto dalla vita reale. Una famiglia tipica, padre, madre, figlio. Reddito medio, elevato grado di istruzione dei genitori, buoni rapporti familiari: il marito non beve, non va a donne, mai un litigio.

Il ragazzo cresce tranquillo e silenzioso, obbediente, va bene a scuola, non si lascia trascinare dalle compagnie, non fuma e non si droga. I genitori sono contenti, lo incoraggiano a vivere in questo modo tranquillo, lui non chiede mai nulla. Non hanno avuto altri figli, proprio per potersi dedicare esclusivamente a lui.

Grazie alle loro conoscenze e a buone possibilità economiche lo mandano in una scuola privata. Al ragazzo non importa molto quale scuola frequentare, meglio comunque una scuola privata dove non si devono fare troppi sforzi.

I genitori comprano al figlio studente un’auto. La vita continua nel solito modo tranquillo. Quando il figlio annuncia di volere vivere insieme alla sua ragazza, la mamma afferma: «Quando ci si sposa, bisogna poter vivere con agio». E gli dà dei soldi. Per la fine degli studi il ragazzo chiede in regalo una nuova auto, stavolta molto costosa, e i genitori ottengono un prestito dalla banca per potergli regalare per il compleanno una BMW nuova di zecca.

Dov’è, chiederete voi, l’eccesso di amore materno?
Se ci sono i mezzi, ben vengano attenzioni e regali...

Il giorno del compleanno, il figlio corre fuori a provare la macchina ricevuta in dono, sbatte contro un palo e muore sul colpo, insieme a tre amici. Indescrivibile il dolore dei genitori, che perdono il loro unico figlio.

Per cinque anni la madre paga le rate dell’auto, ricordando ogni volta che è stata quell’auto a provocare la morte del figlio.

Perché è successo?
Perché il destino è stato così crudele con quella donna?

«A che scopo?» mi ha chiesto poi lei stessa.

Analizziamo la situazione.

Nella gestione della famiglia il ruolo di “primo violino” apparteneva alla madre. Una donna orientata al fine, volitiva, era lei a decidere le questioni familiari fondamentali, specie quando si trattava del figlio. Per lei, il ragazzo rappresentava il valore sommo nella vita.
Era stata lei a decidere di non avere un secondo figlio, per potersi dedicare esclusivamente a lui.

Il padre aveva un carattere debole e si adeguava tranquillamente alle decisioni della moglie. E anche quando era un po’ contrario, come nel caso dell’acquisto dell’auto, si arrendeva rapidamente alle sue pressioni. Cercava di non discutere e da tempo si era adeguato alla posizione di uno che finiva per privilegiare i buoni rapporti all’interno della famiglia. Ovviamente, trovandosi in questa posizione, non poteva rivestire il ruolo di persona autorevole nei confronti del figlio.

Il ragazzo, osservando il padre, aveva capito presto che la sua era una posizione comoda: meno ti opponi, tanti più vantaggi ottieni. Alla madre piaceva l’arrendevolezza del figlio e la stimolava a ogni piè sospinto.

Non è casuale il proverbio: «L’acqua cheta rovina i ponti».

L’energia giovanile, bloccata dal controllo stretto e dalle proibizioni della madre, aveva però bisogno di sfogo.

Il ragazzo aveva trovato una scappatoia: di nascosto, partecipava a gare automobilistiche clandestine. Non a livello professionale, ma da dilettante, insieme ad altri giovani come lui repressi e insoddisfatti, in cerca di conferme. Erano riusciti a trovare tratti di strada liberi e non controllati dalla polizia, e gareggiavano senza regole, perché psicologicamente avevano bisogno di trovare una via d’uscita dalla compressione della famiglia e uno sfogo all’energia giovanile.

Come raccontò poi un testimone oculare, il ragazzo cambiava totalmente quando era al volante: diventava aggressivo, cattivo, era un’altra persona... Come se avesse attraversato il confine, cambiato strada e fosse tornato alla libertà, incurante del pericolo.

Quando era in macchina con la madre, invece, non superava mai i limiti di velocità.
Allorché le dissero che al momento dell’incidente andava ai 200 all’ora, lei non voleva crederci: «Ma se non superava mai i 90!»...

Lei non lo conosceva affatto.
Il mondo interiore del figlio le era totalmente sconosciuto.

Il fatto è che amicizia e confidenza non rientrano nello schema dell’“amore materno”. Anche in questo caso la relazione era a senso unico, e il padre non rappresentava l’autorità.

Il ragazzino aveva fatto amicizia soltanto con il nonno. Nonostante la differenza di età, lui era suo amico, l’unico. Quando il nonno morì, il ragazzino soffrì molto, e per lungo tempo continuò ad andare al cimitero. E a una parente che gli chiese perché ci andasse così spesso, rispose che andava a chiacchierare con il nonno. Segno evidente di quanto fossero carenti i suoi rapporti d’amicizia.

Nonostante il Mondo avesse mandato diversi segnali per avvertire i genitori che non tutto andava bene, l’amore materno li aveva resi ciechi e sordi.

Non si erano accorti della doppia vita del figlio, e dello scombinato sistema di valori che si era instaurato nella loro famiglia, soprattutto ad opera della madre. La madre aveva distrutto il sistema autentico dei valori, e ciò l’aveva resa incapace di valutare obiettivamente la situazione e di cogliere i segni premonitori del disagio che avrebbe sicuramente coinvolto il figlio.

Abbiamo tutti sentito donne affermare con orgoglio e senso di sfida: «Ho dato tutto ai miei figli! Ho dedicato a loro tutta la mia vita!». Il significato reale sarebbe tuttavia: “Non riuscivo a esprimere me stessa e il mio amore, a diventare donna, e per questo non ho realizzato una famiglia felice. Ho operato con poca saggezza, e ho scelto la strada più facile, quella di dare il mio amore ai figli, e così ho trasferito a loro i miei problemi”.

Queste madri interferiscono ‒ naturalmente per il loro bene! ‒ nel processo di sviluppo dei figli e diventano così un ostacolo alla loro felicità.

Una donna, insegnante di musica, mi chiese come mai suo figlio ormai trentenne non riuscisse a combinare niente nella vita, neanche a innamorarsi. Le proposi un esempio musicale di facile comprensione soprattutto per lei.

«Immagini un’orchestra: molte trombe, tamburi, piatti... In mezzo a questa orchestra c’è suo figlio. Arriva una ragazza, che tenta di suonare sul violino una melodia d’amore. Pensa che lui possa riuscire a sentirla, in mezzo a un tale frastuono di amore materno?»

L’amore materno, che conta sul legame di sangue e su un lungo periodo di vita comune, contiene un’energia fortissima. L’amore della nuora fa una gran fatica a prevalere su un amore materno così forte, e tanto più nel caso di una convivenza.

Un sentimento materno troppo forte blocca nel figlio la libertà di movimento e la piena capacità di esprimere se stesso.

La madre impone la sua visione del mondo, e non presta il minimo interesse al mondo del bambino, a ciò che gli piace, al suo modo di esprimersi. Ciò che conta è avere il pieno controllo su di lui. Il risultato è che il figlio sviluppa una forte aggressività nei confronti della madre e verso il resto del mondo.

Mi è capitato di conoscere un ragazzino che rispondeva regolarmente “no” a qualunque proposta, e che solo dopo che se ne era fatta un’idea, accettava – con fatica – quella più ragionevole.

Non è difficile spiegare questo sgradevole atteggiamento: la madre aveva desiderato follemente di avere un figlio e lo amava “follemente”. Assillato dall’amore materno e da quella follia aveva preso fin da piccolo a rispondere regolarmente “no” e aveva continuato così fin quasi all’età adulta: era davvero stufo dell’attenzione e della cura nei suoi confronti.

Le modalità con cui si manifesta l’amore eccessivo sono variegate.

Ci sono delle madri che decidono di fare ricorso alla scienza e trasformano il figlio in una cavia su cui sperimentare le proprie competenze pedagogiche. Ancora, ci sono le madri che proiettano sui figli i loro sogni non realizzati.

Ho avuto modo di occuparmi del caso di una ragazzina sempre malata. «Peggiora sempre ‒ mi disse la madre ‒ e nessuna medicina è in grado di curarla».

Indagai un po’ e saltò fuori che la mamma amava moltissimo i lavori manuali, ma era stata costretta dalle circostanze a fare un lavoro molto diverso dalle sue aspirazioni. Appena la figlia era stata in grado di fare qualcosa con le mani, l’aveva iscritta a un corso di cucito “creativo”.

Bellissima la creatività direte voi... Peccato che alla figlia della creatività e del cucito non importasse proprio niente, lei desiderava solo cantare! La malattia era una forma di difesa dalla pretesa della madre di imporle i suoi personali interessi e desideri non realizzati.

Un altro esempio.

A una mamma piaceva da matti il pattinaggio artistico su ghiaccio e aveva iscritto la figlia fin dalla prima infanzia a un corso. Ogni giorno portava la bimba, che andava ancora all’asilo, dal centro della città al lontano Palazzo dello sport. In realtà il pattinaggio non piaceva alla figlia, ma alla madre, e lei, nonostante segnali contrari, si ostinava a portare la bambina agli allenamenti.

Un bel giorno, però, la mamma finì sul ghiaccio e cadde. E nonostante fosse vestita con pelliccia e cappello, la caduta le procurò una commozione cerebrale. E fu allora che capì: sua figlia era caduta decine di volte fin dal primo allenamento, facendosi solo dei lividi!

La donna rifletté sulla situazione ed ebbe tanto buon senso da smettere di forzare la figlia.

 

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Anatolij Nekrasov

Anatolij Nekrasov, famoso ricercatore, psicologo filosofo, membro dell’Unione degli Scrittori, è autore di 18 libri sulla psicologia della personalità e sulla relazione uomo - donna.

La sua attività di consulente e pedagogo è intensa e continua.

Con il suo lavoro di psicologo e grazie alla sua Shkola Mudrosi (Scuola di Saggezza) ha aiutato decine di migliaia di persone a risolvere i problemi più complessi di salute, di famiglia e di affari.

 

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