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Leggi l'Introduzione del Libro "La Mente supera la...

Leggi l'Introduzione del Libro "La Mente supera la Medicina"

«Non esiste una malattia del corpo
che prescinda dalla mente»

Socrate

Cosa penseresti se ti dicessi che prenderti cura del corpo è la cosa meno importante che puoi fare per la tua salute? Che per essere davvero sani sono più importanti altri fattori? Che la chiave della salute non consiste soltanto nel mangiare in modo nutriente, fare esercizio fisico quotidiano, mantenere un peso equilibrato, dormire otto ore, assumere vitamine, bilanciare gli ormoni o farsi visitare spesso dal medico?

È ovvio che questi sono tutti elementi importanti – se vogliamo anche decisivi – per godere di buona salute.

Ma se ci fosse qualcos’altro di ancora più importante?

Se tu potessi guarire il tuo corpo semplicemente cambiando modo di pensare e sentire?

So che sembra un’affermazione radicale, soprattutto sulla bocca di un medico. Ma credimi: la prima volta che ho letto le ricerche scientifiche in cui veniva ipotizzata questa conclusione, ero scettica quanto te. È fuor di dubbio, pensavo, che la salute del corpo umano sia qualcosa di molto più complesso del semplice ritenersi sani o malati.

O no?

Qualche anno fa, dopo dodici anni di formazione medica convenzionale e otto anni di pratica clinica, avevo ormai fatto miei i principi della medicina convenzionale, da me venerati come la Bibbia. Mi rifiutavo di credere a tutto ciò che non potevo testare con prove cliniche randomizzate e controllate. Per di più, essendo mio padre un medico tradizionale che irrideva tutto ciò che aveva il minimo sentore di new age, ero quanto mai cocciuta, prevenuta e cinica.

Nella medicina che ero stata educata a praticare non c’era posto per l’idea che potessimo guarirci o ammalarci tramite il potere dei pensieri e delle emozioni. Certo, i miei professori dicevano che le malattie prive di spiegazione biochimica stavano tutte «nella testa del paziente», ma chi presentava tali malattie veniva subito mandato dallo psichiatra, scuotendo il capo e distogliendo gli occhi.

Non meraviglia che l’idea secondo cui la mente abbia il potere di guarire il corpo sembri una minaccia a molti medici affermati.

Dopo tutto, passiamo un decennio ad apprendere quegli strumenti che dovrebbero permetterci di diventare padroni del corpo altrui. Vogliamo credere che il tempo, i soldi e l’energia spesi nel trasformarci in medici non siano stati sprecati. Abbiamo un investimento, professionale ed emotivo, nell’idea che se qualcosa si rompe a livello fisico, occorre fare affidamento sulla nostra competenza.

In quanto medici, ci piace credere di conoscere il tuo corpo meglio di te.
Tutta la struttura della medicina si basa su questo postulato.

La maggior parte della gente è felice di accettare questo paradigma. L’alternativa – avere più potere sul proprio corpo di quanto in genere si pensi – rimette la responsabilità sulle spalle di ognuno, e per molte persone questo è troppo.

È di gran lunga più facile dare tutta la responsabilità, riporre ogni speranza su qualcuno più saggio, più intelligente e con maggiore esperienza, capace di “aggiustarci”.

E se invece ci sbagliassimo tutti? Se negando il fatto che il corpo sia naturalmente equipaggiato per guarirsi attraverso la mente stessimo in realtà sabotando noi stessi?

In quanto scienziati, non possiamo fare a meno di osservare cose che la scienza semplicemente non riesce a spiegare. Anche i medici più prevenuti vedono migliorare pazienti che, in base a tutte le conoscenze scientifiche, dovrebbero invece peggiorare. È di fronte a casi del genere che siamo costretti a mettere in discussione le nostre più salde convinzioni sulla medicina moderna, cominciando a chiederci se in ballo non ci sia qualcosa di mistico.

In generale, i medici non parlano di simili possibilità davanti ai pazienti, ma ne bisbigliano tra loro nelle stanze riservate degli ospedali e all’università. Se sei curioso e fai attenzione – come me – udrai storie tali da lasciare interdetti.

Sentirai parlare di una donna il cui tumore, durante la radioterapia, si è ristretto fino a scomparire. Solo in un secondo momento i medici si sono accorti che il macchinario per le radiazioni era fuori uso. Lei non aveva ricevuto alcuna radiazione, però credeva di sì. E altrettanto credevano i suoi medici.

Sentirai parlare di una donna che aveva avuto un attacco di cuore, seguito da un intervento di bypass, a sua volta seguito da uno stato di shock che secondo i medici avrebbe potuto generare insufficienza renale, nel caso non fosse stato curato. I medici avevano proposto la dialisi, che lei rifiutò, perché non voleva ulteriori interventi invasivi. Per nove giorni i suoi reni non produssero urine, ma al decimo la minzione ritornò e due settimane dopo, senza alcuna cura, lei era tornata al lavoro, con i reni che funzionavano meglio di prima.

Sentirai parlare di un uomo che aveva avuto un attacco di cuore e rifiutò la chirurgia: le sue arterie coronariche, “irrimediabilmente” occluse, si riaprirono dopo aver cambiato dieta e iniziato un programma di ginnastica, yoga, meditazione e terapia.

Un’altra paziente era ricoverata in terapia intensiva e i suoi organi si stavano spegnendo per un linfoma al quarto stadio. Ebbe un’esperienza di pre-morte, si fuse con l’amore puro e incondizionato, e seppe subito che se avesse scelto di non passare all’altra sponda, il suo tumore sarebbe svanito. Meno di un mese dopo, i suoi linfonodi vennero sottoposti a biopsia e non si riscontrò alcuna traccia di tumore.

Un’altra donna si era rotta il collo. Dopo che i raggi X all’ospedale confermarono la rottura del collo in due punti, rifiutò l’intervento medico e ricorse a un guaritore spirituale, nonostante le veementi obiezioni del dottore. Un mese dopo, senza alcun intervento medico, stava facendo jogging.

Un’altra storia è quella di un protocollo di ricerca per un farmaco chemioterapico, chiamato Epoh, che stava dando modesti risultati positivi, a parte un caso. Che succedeva in quell’unico caso? L’oncologo ne parlava prima con i pazienti, ma invertiva il nome del farmaco. Invece di iniettargli l’Epoh, diceva loro che iniettava Hope [“speranza” in inglese, N.d.T.].

Poiché scrivo un blog abbastanza seguito, con una tribù di fedeli lettori sparsi in tutto il mondo, ascolto storie come questa tutti i giorni.

Condividendole con i miei lettori, ho cominciato a riceverne di ancora più incredibili. Una donna con il morbo di Lou Gehrig andò a farsi vedere dal guaritore Giovanni di Dio: poco dopo, il suo neurologo ne certificò la guarigione. Un uomo paralizzato era andato in pellegrinaggio a Lourdes e ne era tornato camminando. Una donna con cancro alle ovaie al quarto stadio “sapeva” che non sarebbe morta, per cui, dopo aver raccolto il sostegno di coloro che l’amavano, è ancora viva dopo dieci anni. Un uomo cui era stata diagnosticata l’occlusione delle arterie coronariche in seguito a un attacco di cuore si sentì dire che gli restava un anno di vita, se non avesse subìto un intervento al cuore. Dopo aver rifiutato tale intervento, visse altri venti anni e morì all’età di novantadue anni (non per una patologia cardiaca).

Leggendo queste storie, non potevo fare a meno di sentire una voce dentro di me.

Non era possibile che tutte queste persone fossero bugiarde. Però, se non stavano mentendo, l’unica spiegazione era che esisteva qualcosa che andava oltre ciò che avevo imparato nella medicina convenzionale.

Questo mi diede da pensare. Sappiamo che talvolta si verificano guarigioni spontanee e inspiegabili. Tutti i dottori ne hanno osservato qualcuna. Di solito, in questi casi si torna al proprio lavoro con un’alzata di spalle, non senza una sottile frustrazione per non essere riusciti a spiegare tale remissione.

Ma in fondo alla mia mente, mi chiedevo ogni volta se non fosse possibile acquisire qualche controllo su questo processo.

Se a una persona accade “l’impossibile”, non c’è nulla che possiamo imparare da lei?
Vi sono delle analogie tra pazienti con la stessa fortuna? Esistono modi per ottimizzare le possibilità di remissione spontanea, soprattutto quando la medicina standard non offre cure efficaci?
E cosa possono fare – se qualcosa possono fare – i medici per agevolare questo processo?

Non potevo fare a meno di chiedermi se, evitando persino di considerare la possibilità che i pazienti avessero un qualche controllo sulla propria guarigione, non fossi un medico irresponsabile che stava violando il sacro giuramento di Ippocrate. Di certo, se fossi stata un buon medico, avrei aperto la mia mente a tutte le possibili cure per i miei pazienti.

Ma le storie bizzarre che si udivano nelle stanze dei medici o viaggiavano in Rete non erano abbastanza per convincermi. Poiché ero una scienziata per formazione e una scettica per natura, volevo prove solide e razionali, ma i miei primi tentativi furono tutti frustrati.

Feci del mio meglio per approfondire le voci che giravano.
Cominciai a chiedere alle persone che mi raccontavano le loro storie di dimostrarle.

Erano in grado di produrre vetrini al microscopio? Potevo parlare con il tecnico addetto al macchinario delle radiazioni? Potevo vedere le cartelle cliniche?

Nella maggior parte dei casi, ricevetti dei dinieghi.

Quando chiedevo cartelle o studi medici, quasi tutti battevano in ritirata: «È successo troppo tempo fa», «Uno studio è stato condotto, ma non saprei darle riferimenti», «Il mio medico è andato in pensione, quindi non posso mettervi in contatto», «Hanno buttato le mie cartelle cliniche» ecc.

Anche i casi di autoguarigione di cui ricordavo vagamente di essere stata testimone nei primi anni della mia pratica sembravano irrecuperabili. Non avevo preso appunti, non riuscivo a ricordare nomi, non sapevo come contattare quelle persone: in breve, continuavo a girare a vuoto.

Tuttavia, più domande facevo online, più continuavo a ricevere storie.

Quando cominciai a fare la ficcanaso con i miei amici medici, tutti avevano qualche storia sbalorditiva di inspiegabili guarigioni spontanee e di pazienti che erano guariti da patologie “incurabili”, facendo fare una grama figura agli autori delle diagnosi “terminali”. Nemmeno i miei amici, però, potevano fornirmi prove.

A questo punto ero, più che intrigata, ossessionata dall’argomento.
La mia curiosità mi portò a investigare più a fondo.

Dopo centinaia di e-mail e decine di interviste, cominciai a credere che a questi pazienti fosse accaduto qualcosa di reale, tanto che le loro storie si erano trasformate in leggende sui libri di spiritualità e in Internet. Anche se esiste sempre la tentazione di liquidare come ridicole le storie di autoguarigione dei pazienti, se sei un medico che ha davvero a cuore la salute altrui, non puoi ignorare ciò che arriva al tuo orecchio.

E più storie senti, più cominci a chiederti di cosa è capace il corpo.

La maggior parte dei medici, se solo li allontani un attimo dalle orecchie dei colleghi più critici e severi, ammetterà questo: alla fin fine, nel processo di guarigione è all’opera qualcosa a metà tra misticismo e psicologia, e il terreno comune tra i due campi è la nostra vasta e potente mente. Ben pochi, però, sono pronti a dichiararlo ad alta voce, per timore di essere etichettati come ciarlatani.

Da decenni, l’esistenza dei legami corpo/ mente viene sostenuta dai pionieri della medicina. Nonostante ciò, questa idea fatica a farsi largo nella comunità medica convenzionale.

All’epoca della mia laurea, medici famosi come Bernie Siegel, Christiane Northrup, Larry Dossey, Rachel Naomi Remen e Deepak Chopra avevano già esplorato il tema dei rapporti corpo/mente, per cui si potrebbe pensare che i loro insegnamenti abbiano fatto parte della mia formazione medica. Proprio per niente. Non seppi nulla della loro opera fino a molti anni dopo aver terminato la scuola di medicina.

Prima di effettuare le mie personali ricerche, non avevo mai letto i loro libri.
Quando lo feci, provai rabbia.

Come era stato possibile che non avessi saputo nulla di questi medici dal cuore e della mente così aperti? E perché non era richiesta la loro lettura agli studenti di medicina e agli internisti del primo anno?

Continuando a investigare, cominciai a entusiasmarmi, finché la mia passione non si trasformò in un vero e proprio scopo di vita che mi ha assorbito per molti anni.

Cominciai a leggere tutti i testi di medicina sul rapporto corpo/mente che potevo trovare. Iniziai a mettere i risultati delle mie ricerche sul blog, su Twitter e su Facebook, fatto che accrebbe ulteriormente il numero delle storie (da un punto di vista medico etichettabili soltanto come “miracoli”) che mi venivano mandate. Ero come ipnotizzata.

Le testimonianze crescevano a vista d’occhio. Tuttavia, nulla di ciò che stavo udendo poteva considerarsi “scienza”. Desideravo ardentemente le prove secondo cui questi racconti non erano fandonie.

Pertanto, continuai a investigare, cercando di restare aperta e imparando sempre più cose sul modo in cui la mente poteva influenzare il corpo.

Una parte di me era aperta all’idea dei legami corpo/mente. Intuitivamente, la cosa aveva un senso.

Un’altra parte, però, faceva molta resistenza. Credere a quanto stavo ascoltando significava mettere in dubbio gran parte di ciò che mi era stato insegnato sia da mio padre (un medico molto convenzionale) che dai miei professori.

Uno dei primi libri che studiai, un testo di storia dei legami corpo/mente/medicina, opera della professoressa di Harvard Anne Harrington, The Cure Within, mi fece letteralmente girare la testa. Nel libro, l’autrice si riferisce al fenomeno corpo/mente come a «corpi che si comportano male», intendendo con ciò che talvolta i corpi non si comportano «come dovrebbero», fatto che lei poteva spiegarsi solo con i poteri della mente.

Come esempi di «corpi che si comportano male», Harrington riportava casi di bambini cresciuti in istituti assistenziali, i cui bisogni materiali erano stati soddisfatti, ma che presentavano ritardi nello sviluppo e problemi mentali, perché non erano stati abbastanza amati. La studiosa citava anche duecento casi di cecità riguardanti donne cambogiane costrette dai khmer rossi ad assistere alla tortura e al massacro dei propri cari. Benché le analisi mediche non trovassero alcun problema nei loro occhi, esse sostenevano di «aver pianto fino a perdere la vista».

Chiaramente, c’era sotto qualcosa. La curiosità mi spinse a scavare più a fondo, nel tentativo di capire come si verificassero questi fenomeni.

Che prove abbiamo per sostenere che il potere della mente può trasformare il corpo?
Quali forze fisiologiche potrebbero spiegare tali fenomeni?

E come potremmo usare a nostro vantaggio questi poteri di guarigione?

Se avessi saputo rispondere a queste domande, avrei potuto cominciare a capire non solo le storie sbalorditive che la gente mi stava raccontando, ma anche lo scopo della mia vita e la mia funzione di guaritrice.

All’epoca in cui studiavo i rapporti corpo/mente, il mio posto nel mondo della medicina non mi era chiaro.

Dopo venti anni di medicina, avevo perso le speranze sul nostro fallimentare sistema di assistenza sanitaria, che mi costringeva a smaltire quaranta pazienti al giorno, spesso in sette frettolosi minuti, senza il minimo tempo per conversare o stabilire un vero contatto.

Diedi quasi le dimissioni quando una paziente di vecchia data mi fece sapere di volermi confessare un delicato problema di salute che finora mi aveva nascosto. Sottolineò che aveva fatto le prove di questa confessione con suo marito per giorni e giorni, ma quando era arrivato il momento di aprirsi con me, io apparentemente non avevo mai staccato la mano dalla maniglia della porta. Mi disse che avevo i capelli scompigliati e l’abito sporco, come se avessi passato tutta la notte a partorire neonati (cosa che probabilmente era avvenuta). Benché sapesse che dovevo essere stanca, continuava a supplicarmi di prenderla per un braccio, sedermi accanto a lei e stabilire quella connessione emotiva necessaria per aiutarla ad aprirsi sul suo problema. Ma lei disse che i miei occhi erano distratti.

Ero un robot troppo occupato per lasciare andare la maniglia.

Quando lessi quella lettera, mi si chiuse lo stomaco, provai un tuffo al cuore e capii all’istante che la medicina praticata in quel modo non era ciò che mi aveva spinto verso di essa. Mi ero accostata alla medicina nello stesso modo in cui altre persone sentono la vocazione a farsi prete, non per sfornare prescrizioni ed esami clinici a getto continuo. Io volevo essere una guaritrice.

Quello che mi aveva portato alla medicina era stato il desiderio di toccare i cuori, stringere le mani, alleviare le sofferenze, favorire la guarigione ogni volta che fosse stato possibile e mitigare la solitudine e la disperazione quando la cura fosse stata impossibile.

Se perdevo quello, perdevo tutto.

Ogni giorno in più passato da medico diminuiva la mia autostima. Sapevo quale tipo di medicina la mia anima desiderava praticare, ma mi sentivo incapace di esigere il tipo di connessione medico/paziente che anelavo, oltre che schiacciata da aziende sanitarie e farmaceutiche, avvocati delle assicurazioni, politici e altri fattori che minacciavano di estendere il solco tra me e i pazienti.

Rispetto al medico che sognavo di essere ai tempi dei miei idealistici studi, mi sentivo un’imbrogliona, una traditrice e una ciarlatana da quattro soldi. Ma che alternative avevo? In famiglia, ero l’unica che portava denaro, pagando i debiti della mia scuola di medicina e della laurea di mio marito, e finanziando il mutuo e il fondo per la scuola di mia figlia appena nata. Lasciare il lavoro era fuori discussione.

Poi il mio cane morì, mio fratello più giovane (che fino a quel momento era stato sano come un pesce) ebbe un’insufficienza epatica come raro effetto collaterale di un comune antibiotico e il mio adorato papà morì per un tumore al cervello.
Il tutto in due settimane.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Senza alcun piano di riserva o rete di sicurezza, abbandonai la medicina con il proposito di non guardarmi più indietro. Vendetti la casa, liquidai il piano pensionistico e mi trasferii con la famiglia in campagna per condurre una vita semplice. Bollai il mio passato medico come un errore madornale e mi reinventai scrittrice e artista a tempo pieno.

In quel periodo persi contatto con lo scopo della mia vita su questa Terra. Trascorsi alcuni anni a scrivere libri e un blog, oltre che a fare l’artista, ma nulla mi attraeva con la stessa forza che un tempo aveva avuto la medicina. Nella mia anima, qualcosa ancora anelava a servire gli altri. Pittura e scrittura sembravano troppo solitarie e narcisiste, come se stessi assecondando attività artistiche che da un lato mi piacevano, ma dall’altro mi allontanavano dalla mia vocazione.

Per mesi non dormii quasi, e quando riuscivo a farlo, sognavo di aiutare pazienti seduta accanto al loro letto, senza l’occhio sull’orologio o la mano sulla maniglia. Mi risvegliavo con le lacrime agli occhi, come se stessi piangendo la scomparsa di un pezzo della mia anima.

Nel 2009 cominciai a scrivere sul mio blog quello che mi mancava della medicina, ciò che mi piaceva e mi aveva inizialmente portato verso di essa.

Scrissi che la consideravo una pratica spirituale che, al pari dello yoga o della meditazione, non si arrivava mai a padroneggiare sino in fondo. Scrissi che la relazione medico/paziente, se trattata con la dovuta riverenza, era sacra e che desideravo recuperarla. Scrissi che la medicina mi aveva ferito e che a mia volta avevo ferito gli altri, senza volerlo.

Pazienti e guaritori di tutti i tipi cominciarono a mandarmi email e a postare commenti sul blog, raccontandomi le loro storie. Qualcosa si accese in me: intravidi la possibilità di dare un aiuto.

La tribù di persone che avevo attirato cominciava a guarire me.

All’incirca in questo periodo cominciarono anche ad arrivare da tutto il mondo storie di pazienti guariti da malattie “incurabili” o “terminali”. Nonostante la mia resistenza a farmi risucchiare dal mondo della medicina, mi ritrovai presa dalle discussioni sul mio blog.

Non stavo cercando una via per tornare a essa. Per i primi anni, quando i segni dell’universo cominciarono a riportarmi verso la vocazione di guaritrice, scuotevo la testa e scappavo in direzione opposta.

Ma le vocazioni sono una cosa buffa.

Non sei tu a scegliere la vocazione, è lei a chiamare te.
E se puoi dimetterti da una professione, non puoi dimetterti dalla vocazione.

Una serendipità dopo l’altra mi portò su una via ignota e non prevista, come se gli uccelli stessero disseminando le briciole verso il mio Santo Graal.

I libri cadevano dagli scaffali. Sul mio cammino apparivano medici con messaggi per me. I membri della mia comunità online mi inviavano articoli. Visioni improvvise affioravano come film alla mia mente, mentre facevo ricerche. Sogni spuntavano. Insegnanti chiamavano.

Cominciai a risvegliarmi dall’anestesia profonda che la formazione medica e gli anni di pratica avevano causato in me, e in modo piuttosto incerto iniziai a intravedere la luce.

Una domanda portava a un’altra, e prima che me ne rendessi conto, mi ritrovai immersa fino al collo in articoli di giornale per capire cosa succedeva al corpo quando la mente era sana e perché ci ammalavamo quando la mente era malata. Capii che non avevo bisogno di ordinare test di laboratorio, prescrivere farmaci o praticare operazioni chirurgiche per essere utile come medico. Potevo essere ancora più utile se avessi scoperto il modo in cui la gente curava se stessa.

Ciò che venne dopo fu una full immersion nei vangeli della medicina moderna, la letteratura medica a revisione paritaria, alla ricerca di prove scientifiche del fatto che ognuno può guarire se stesso. Consultai riviste come il «New England Journal of Medicine» e il «Journal of the American Medical Association», e quello che scoprii cambiò la mia vita per sempre, come spero cambierà anche la tua e quella dei tuoi cari.

Questo libro è la cronaca della scoperta e la condivisione di quelle informazioni che hanno cambiato la mia idea su come la medicina andrebbe trasmessa e ricevuta.

Una volta venuta a conoscenza di queste informazioni, sapevo che non avrei mai più potuto nascondere la testa sotto la sabbia.

Esistono dati scientifici a sostegno delle storie apparentemente miracolose di autoguarigione che si sentono in giro? Certo che sì. Esistono prove secondo cui puoi trasformare la fisiologia del corpo semplicemente cambiando mentalità. Esistono prove secondo cui puoi ammalarti se hai pensieri non sani. E non è solo una questione di testa. È qualcosa di fisiologico.

Come avviene? Niente paura.

Ti spiegherò esattamente in che modo pensieri ed emozioni insalubri possono trasformarsi in malattie e in che modo pensieri ed emozioni sani possono favorire l’autoguarigione del corpo.

Ma c’è dell’altro. Esistono prove secondo cui i medici possono favorire la tua guarigione, non tanto per il trattamento che prescrivono, quanto per l’autorità che gli attribuisci.

Esistono prove secondo cui una bella sorpresa può giovare alla tua salute più dell’eliminazione delle sigarette, qualcosa che ritenevi assolutamente irrilevante per il tuo benessere può donarti sette anni di vita, una sola cosa divertente può ridurre drasticamente il numero di visite mediche di cui hai bisogno, un cambiamento positivo nel tuo atteggiamento può farti vivere dieci anni di più, un’abitudine lavorativa può accrescere il tuo rischio di morire, un’attività piacevole che forse non hai mai collegato alla salute può ridurre drasticamente i rischi di patologia cardiaca, infarto e cancro al seno.

Questi sono solo alcuni dei fatti scientificamente verificabili che condivido in questo libro e che hanno radicalmente cambiato il modo in cui concepisco la medicina.

Questo libro è diviso in tre parti.

  • Nella Prima Parte sostengo che la mente ha il potere di alterare fisiologicamente il corpo attraverso la potente combinazione tra credenze positive e cure amorevoli da parte dei medici.
  • Nella Seconda Parte mostrerò in che modo la mente può alterare la fisiologia corporea, partendo da scelte di vita quali le relazioni che scegliamo di alimentare, la vita sessuale, il lavoro, le scelte economiche, la creatività, l’essere ottimisti o pessimisti, la felicità, il modo in cui si passa il tempo libero. Ti insegnerò anche uno strumento prezioso che potrai usare ovunque e che potrebbe persino salvarti la vita.
  • Tutto questo ti preparerà alla Terza Parte, dove introduco un modello radicalmente nuovo di benessere da me creato, in cui guido all’autoguarigione tramite sei passi. Alla fine di questo libro, avrai stilato la tua diagnosi, scritto la tua prescrizione e sviluppato un chiaro piano di azione finalizzato a fare miracoli col tuo corpo.

Tieni a mente che i miei suggerimenti non sono solo per i malati, ma anche per chi è sano e vuole prevenire la malattia.

Non voglio che aspetti che il corpo cominci a urlare attraverso qualche malattia mortale. Piuttosto, desidero insegnarti ad ascoltare i suoi sussurri: questi ultimi sono le pietre miliari sul tuo cammino verso la salute, perché ti allontanano da ciò che ti predispone alla malattia, spingendoti verso ciò che in base a prove scientifiche sappiamo migliorare la salute e prolungare la vita.

Quello che sto per rivelarti potrebbe sorprenderti e anche, forse, spaventarti. Per cortesia: fai un favore al tuo corpo e, leggendo questo libro, astieniti dal giudizio, apri la mente e sii pronto a cambiare le tue idee sul corpo e la salute. Quello che sto per condividere potrebbe scuotere le tue certezze, spingerti fuori dalla tua zona di sicurezza e portarti a chiedere se non mi sto inventando qualcosa. Ti giuro di no.

In tutto il libro, faccio ogni sforzo per sostenere con riferimenti scientifici quelle che potrebbero sembrare affermazioni incredibili.

Poiché so che quanto sto per insegnare inarcherà più di un sopracciglio, ho scritto il libro per chi è scettico come lo ero io.

L’ho concepito come se una giuria di colleghi medici stesse giudicando le mie tesi. Eppure, non sto cercando di convincere loro. Certo, spero che ascoltino, perché in tal modo la medicina moderna, così come la conosciamo, cambierebbe per sempre.

In realtà, sto scrivendo questo libro per te, ovvero per ogni persona che sia mai stata malata, che abbia mai amato un malato o che desideri prevenire una malattia. Tu sei colui che desidero aiutare, perché in fondo al cuore desidero porre termine alle tue sofferenze e aiutarti ad avere una vita lunga, bella e sana. Questa missione è ciò che, prima di ogni altra cosa, mi ha avvicinato alla medicina.

Mentre leggi, ti chiedo semplicemente di restare con me.

Dammi la possibilità di espandere la tua mente così come è avvenuto per la mia. Lasciami guarire i tuoi pensieri, affinché io possa guarire anche il tuo corpo. E datti il permesso di abbandonare nozioni su salute e medicina che ormai hanno fatto il loro tempo.

Il futuro della medicina dipende da noi.

Vieni, dammi la mano e cominciamo il viaggio.

 

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Lissa Rankin

Lissa Rankin, è medico, insegnante di guaritori e sognatori, scrittrice, conferenziere, artista, blogger e fondatrice delle comunità online sulla salute e il benessere OwningPink.com e LissaRankin.com.

Lissa aiuta la gente a guarire, riconnettersi con se stessa e stare bene, non solo fisicamente, ma anche nel corpo e nell’anima.

 

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