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Le Parole degli Occhi - Estratto da "Tradire"...

Leggi in anteprima il Capitolo 1 del libro di De Maio, psichiatra e psicologo apprezzato in tutta Italia, e ospite di numerose trasmissioni televisive, su uno dei più antichi drammi dell'umanità: il tradimento

Le Parole degli Occhi - Estratto da "Tradire" libro di Luigi de Maio

...un sorriso
e ho visto la mia fine sul tuo viso...

Lucio Battisti, Mi ritorni in mente

Uno sguardo, a volte basta uno sguardo per accorgersi che chi amiamo si sta allontanando, non è più con noi.

La sensazione che ci assale impedisce qualsiasi pensiero. Sembra quasi che le parole sfuggano dalla bocca, senza volerlo e, con una loro autonomia, si articolino in una domanda banale lanciata lì, per caso: "Cos'hai?". E la risposta che già conosciamo giunge di rimbalzo: "Niente, perché?".

Un'affermazione e una domanda che troppo rapidamente irrompono nel silenzio di sguardi e di contatti evitati.

Un parlare che, apparentemente, non ha senso, un "niente" che non ammette repliche e che attiva un percorso di distacco reciproco. Rispondere a una domanda con un'altra domanda significa ignorare la curiosità, la complicità, l'interesse di chi vorrebbe rompere l'angoscia del silenzio.

Per chi ascolta è il segno di una ulteriore provocazione, di una falsità a cui bisogna dare un freno e quindi i "Niente, perché?" sono dardi che recano un messaggio ben chiaro: "Non voglio dirtelo, o più semplicemente non sono fatti tuoi". Una chiusura, una porta sbarrata per non far entrare chi vorrebbe curiosare e quindi scoprire cose che non si vorrebbero far conoscere.

Tra queste, il timore di essere stati sorpresi a vagare in un mondo lontano da quello della complicità, la vergogna per certi pensieri o il pudore per certe azioni e, ancora, quel vago senso di colpa che, come un mostro impazzito, non sa ancora chi colpire. Continuare a parlare solo per fare domande, nella speranza di poter dare risposte alle fantasie angosciose, significherebbe lamentarsi, forse impietosire, per poi accettare risposte che accarezzano solo superficialmente il bisogno di sicurezza.

Impedirsi di chiedere è un modo per non lasciare spazio ai dubbi, per negare le sensazioni provate, per continuare a credere più all'altro che a se stessi.

Ciò che comunque rimane è la strana sensazione di vuoto che apparentemente non corrisponde alla realtà, un vuoto che non si riesce a colmare e che si accompagna a un senso di sconfitta e di solitudine. È questa la sensazione che prova chi, sentendosi tradito, crede di aver tentato, ancora una volta, di abbattere il muro dell'incomprensione per affidare all'altro la responsabilità dei perché, la spiegazione dei come, la razionalità dei quando.

Per chi crede di essere il solo a soffrire, il malessere è tale da impedirgli di riconoscere sentimenti e responsabilità.

Rimanere centrati su se stessi è un modo per nascondersi e quindi non vedere la presunta verità. Questo è solo uno dei sistemi che mettiamo in atto per scacciare la paura che si accompagna alla crescente disperazione che avvampa i pensieri e fa correre il cuore: il distacco, l'abbandono, la perdita, la solitudine, il nulla che, con un crescendo ossessivo, diventano insopportabili.

L'altro non è immune dal dolore che lo circonda.
Un dolore a volte percepito come fastidio, altre volte urlato con rabbia o appesantito dal rifiuto e dal ricatto morale.

Il suo dolore è diverso.

Nasce dalla consapevolezza di sentirsi legato, dall'impotenza a compiere scelte, dalla disperazione che a volte scaglia contro se stesso e altre volte sputa come veleno sull'altro. Per chi è assorto in pensieri che, come una lama affilata, tagliuzzano la quotidianità, gli interessi comuni sono avvertiti come un peso, una distrazione che confonde le strategie di fuga e di affermazione.

Anche in questo caso la sofferenza è figlia di domande a cui non ci sono risposte:
"Come ho fatto a non accorgermene? Perché? Come mai?".

Sono interrogativi che tendono a considerare le scelte del passato e il conseguente fallimento delle scelte precedenti. Più si interrogherà, più constaterà l'incapacità ad andarsene, dando la colpa al vincolo morale o a qualsiasi altro valore (etico, familiare, sociale) che gli impedirà di affermare se stesso.

Interrogarsi sul passato è uno dei tanti sistemi che mettiamo in atto per non vedere il presente; è come se dopo aver mangiato, sentendo il senso di sazietà e dì soddisfazione, dovessimo chiederci: "Perché ho mangiato tanto? Avrei potuto accorgermene, che era troppo...".

La consapevolezza del poi non è saggezza, ma solo la presunzione di poter essere più forti dei nostri impulsi.

Ancora una volta si preferisce camminare con la testa all'indietro, salvo poi lamentarsi se si inciampa o se si va a urtare contro un palo. Sarebbe molto più semplice chiedersi "Cosa voglio? Quanto mi costa? Ho le risorse per permettermelo?".

Su chi si sente tradito incombe un senso di ineluttabilità, di passività, di impotenza: sentimenti che all'inizio lasciano completamente inerme chi pensa di dover solo subire le scelte dell'altro. Uno stato d'animo che elimina ogni responsabilità e rende vana ogni azione.

Questa apparente passività è, in realtà, una forma di energia che si ricarica come una molla per poi esplodere o contro se stessi o contro l'altro.

Chi tradisce è animato da un senso di onnipotenza: ritiene che tutto dipenda dalle sue scelte e di essere quindi lui a far soffrire o a dare piacere.

Chi sono e cosa nascondono questi due probabili interlocutori? Forse sono compagni di vita, amanti, amici, o ancora figli e genitori, entrati nel tunnel dell'incomprensione e dell'insofferenza reciproca.

Probabilmente ciascuno trattiene per sé le proprie sensazioni e i propri giudizi, negando all'altro la possibilità di entrare nel mondo affettivo di appartenenza. L'idea che sintetizza le emozioni relative a situazioni come queste è quella del tradimento. Solo in questo modo si riesce a sopportare lo stato d'animo che accompagna l'emarginazione dalla relazione.

Ogni relazione, di qualsiasi tipo essa sia, prevede uno scambio, un prendere e un dare, anche quando riteniamo che sia completamente gratuita. Nei rapporti affettivi lo scambio avviene in modo intuitivo e sensitivo, uno scambio di emozioni e di sensazioni che ci fa sentire compresi dall'altro.

"Com-presi", cioè presi insieme allo stesso livello e nello stesso momento, una speciale intimità che, qualora dovesse essere negata, ci sprofonderebbe nel baratro dell'estraneità.

Ecco che, quando s'interrompe la comunicazione, ciascuno diventa traditore di un proprio bisogno di comprensione e di appartenenza. Ciascuno, entrando nel proprio mondo introspettivo, si lascerà confondere da un altalenare di considerazioni, di false convinzioni, di motivazioni affrettate.

Questo modo individuale di reagire alla frustrazione affettiva è frutto delle esperienze infantili che ogni individuo vive sin dai primi giorni di vita. È in questo mondo fatto di vissuti precedenti che si confonde la realtà con la soggettività.

È qui che i "Se [lui o lei] fosse, avesse, capisse" diventano la base dei ragionamenti, è qui che i "Non è giusto che..." e, ancora, "Gli/le farò vedere io..." fanno abbandonare il senso di realtà per disperdersi nel falso senso del giusto e del diritto.

In questa nuova realtà comunicazionale, i preconcetti individuali covati nell'inconscio prendono corpo e impediscono la semplicità del dialogo e la libera affermazione dei propri sentimenti.

Per chi riesce a proseguire nel dialogo, le parole diventano armi improprie con cui l'ansia si arma per colpire l'altro. Un assalto giustificato dalla voglia inconscia di difendersi e, contemporaneamente, di ferire, senza un motivo apparente.

Il "come" è semplice: si ripescano nella memoria fatti accaduti che nulla hanno a che vedere con il presente, ma che permettono a ciascuno di portare avanti il perverso gioco delle accuse reciproche. E quindi i "Lo sai che non sopporto...", o i "Non mi parli mai", o i "Se tu..." diventano il cemento di un muro che lentamente li allontanerà.

Quali frasi si trasformeranno in mattoni? Tutte e nessuna, perché saranno impastate con l'intonazione della voce, l'atteggiamento del corpo, l'insieme dei gesti al fine di dare un ulteriore significato alle parole.

Certamente ognuna di esse vuole ricordare all'altro la profonda differenza che si è creata, la distinzione fra il me e il te, tra ciò che voglio e ciò che mi dai e, ancora, tra ciò che sei e ciò che vorrei tu fossi. Ed ecco che i "Se tu fossi.... Se tu mi capissi..." diventano accuse indirette e ambigue, per colpire l'altro, per fare male e restituire così il dolore che si sta provando.

Per quanto possa sembrare assurdo, è così:
ciascuno a modo proprio sta male, sia chi tradisce sia chi è tradito
.

Entrambi vorrebbero far capire, giustificare e affermare i propri presunti diritti.

Questo modo di imporre la propria volontà all'altro, che è connaturato con il "voler far capire", nasconde il nucleo dell'aggressione passiva. È come dire "Vorrei che tu mi capissi...", un vorrei che sottintende un "Devi... altrimenti è colpa tua".

Ecco che chi tradisce, fin quando rimane in contatto con il conflitto della scelta (rinuncio o continuo) o con le perplessità del dubbio (faccio bene o male), sente il dolore della incapacità e della impossibilità. È così che trascorre il tempo, restando a lungo fermo davanti al bivio dei "Non posso" e dei "Non riesco".

È così che, come fosse su un trampolino, spera che qualcuno possa dargli o darle una spinta che aiuti a decidere. È così che, inconsciamente, si commettono errori proprio per essere scoperti e interrompere l'angoscia interna dello stallo.

Fin quando si rimane immobili, c'è un altro sistema per divincolarsi dal conflitto, quello in cui si comincia a giocare a "È tutta colpa tua!".

Questo gioco, senz'altro non piacevole e drammatico, comincia con lo scaricare le responsabilità sull'altro: "È perché tu non mi hai capito, accettato, amato, accompagnato, che poi io...". Per poi proseguire nel continuo scambio di accuse che, quando non trovano il modo di attecchire, finiscono per essere rivolte alla fatalità, al "caso", colpevole di aver provocato chi si sentiva indebolito dalle mancanze dell'altro.

Chi è tradito sente il dolore del colpo basso inferto dall'altro in modo subdolo e inaspettato e si rifiuta di accettare la realtà.

Allora, su tutti gli interrogativi che non avranno mai una risposta si erge un "Perché?". Una domanda prima sussurrata e poi, in un crescendo ossessivo, urlata fino a rimbalzare tra i pensieri per poi scendere nel corpo, scatenando il cuore, bloccando lo stomaco, togliendo il fiato. Se si riuscisse ad ascoltare le risposte si otterrebbero solo giustificazioni che scatenerebbero altri quesiti e tanta rabbia.

Il pensiero che chi ha tradito possa in qualsiasi modo "fare bene", cioè giustificare ciò che ha fatto, è ancora più insostenibile. Come si può giustificare l'aggressione, la cattiveria, l'egoismo, l'inganno, si chiede chi si sente abbandonato dal tradimento?

Qualche volta si ha bisogno di confrontarsi e di sentire il sostegno altrui parlando con chiunque capiti a tiro. Si accettano le interpretazioni più assurde, sperando di dare un senso, una giustificazione a quanto è accaduto, ottenendo solo di aumentare l'introspezione, i dubbi e allontanandosi sempre più dall'accettazione della realtà.

Dubitare è un altro modo per fuggire dalla verità, per non ascoltare, per perdersi nell'ambiguità anche quando ciò che si vive è palese agli occhi di chiunque.

"Cosa avrà voluto dire? Come mai? E se..." diventano il modo per trasformare le parole in interpretazioni ambigue.

Sì, ambigue, poiché se da un lato colpiscono con la loro cruda evidenza ("Non ti sopporto più! Mi hai rotto! Non ho nulla da dirti!"), dando all'altro tutta la responsabilità di ciò che accade, dall'altro potrebbero essere interpretate come frasi che offrono la possibilità di un cambiamento ("Se riuscirò a cambiare mi accetterà"), di un miglioramento generale del rapporto ("È arrabbiato/a con me perché mi ama ancora").

Interpretare, cioè dare un senso soggettivo alle parole, fornisce la scusa per cercare, nelle pieghe delle parole ascoltate, richieste piuttosto che affermazioni: "Forse avrà voluto chiedermi di essere diverso/a". Molte volte, però, la percezione di una richiesta è corretta, per cui può accadere che il tradurre le parole o il senso delle stesse non dipenda dalla volontà di chi ascolta: esse sono dette proprio nutrendo un'aspettativa, al fine di lasciare aperta la porta delle possibilità: "Dipende solo [si fa per dire] da te".

È questa la vera aggressione morale, forgiata sulla de-responsabilizzazione verso ciò che si è scelto e poi affondata nell'animo dell'altro con il pugnale della colpa indiretta dei "Se tu fossi...", "Se accadesse...", "Forse un giorno...".

Sarebbe come dire "Non mi piaci più, non chiedermi perché, poiché non so rispondere, però se tu cambiassi potrei anche ripensarci".

È difficile, se non impossibile, riconoscere questa chiarezza, anche perché significherebbe ammettere di essere più bambini capricciosi che persone adulte e responsabili, ma questo è un altro discorso. Un discorso che appartiene al modo infantile di rappresentare noi stessi quando si parla di sentimenti.

 

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Luigi De Maio

Luigi De Maio, medico, neuropsichiatra, psicologo e psicoterapeuta, esercita la professione a Roma e a Napoli; collabora inoltre con alcune testate giornalistiche. Insegna Analisi transazionale presso l'Associazione Italiana di Sessuologia Clinica. Ha partecipato a vari programmi televisivi e ha pubblicato diversi saggi scientifici.

 

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Commento di fabia

De Maio ha ragione: tradire un altro è lo stesso che tradire sè stessi alla fine. Io sono stata tradita: il mio ex marito mi ha attribuito la colpa dei suoi mal di schiena, di non ascoltarlo, di pensare troppo al mio lavoro, di fare la mia vita.. . e di averlo quasi costretto a fare anche lui una propria vita. Come mi sono sentita? De-lusa, arrabbiata, inizialmente. Poi ho concentrato il focus su di me e sui miei bisogni, senza pensare a me tradita. E siccome io non ho tradito me stessa, nonostante forse io non sia una da sposare per la mia indipendenza, ho "com-preso" il suo bisogno del tradimento. Anzi dico che abbia fatto bene: spero ora stia meglio. Mi dispiace solo che non abbia avuto il coraggio di dirmelo in faccia... ma lo sopporto! De Maio ha ragione anche nel dire che si può superare il tradimento: facendocene una ragione e riscoprendo finalmente sè stessi. Alla fine: ognuno è responsabile solo di sè e ognuno resta più o meno infantile con le sue aspettative verso l'altro.

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