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La teoria delle segnature dall'origine fino ai giorni nostri

La filosofia della segnatura nasce come filosofia spirituale, secondo la quale Dio ha posto nelle piante che Egli stesso ha creato un segno il quale, se bene interpretato, può essere "curativo" per diverse malattie.

Questa teoria fu considerata superstizione dalla medicina scientifica, ma, in realtà, nella storia ha rappresentato un importante aspetto del pensare medico a partire dalla metà del Seicento fino alla fine del XIX Secolo.

In generale, quando si ricorre alla Floriterapia per valutare un rimedio che sia corrispondente al profilo del soggetto, spesso dimentichiamo (se non addirittura ignoriamo) il fiore stesso dal quale quel rimedio si ricava. È quindi fondamentale mantenere un occhio sulla segnatura, cioè su tutte le caratteristiche morfologiche, chimiche, comportamentali, della pianta stessa.

Queste peculiarità fin dall'antichità ispiravano la scelta di un rimedio sia razionalmente che empaticamente ed è proprio su questa corrente che si inserì il lavoro del Dott. Bach.

Ippocrate e Paracelso avevano fin da subito compreso che la malattia ed il rimedio adatto avevano caratteristiche comuni; le grandi Medicine Cinesi (Tibetana, Ayurvedica e Sciamanica) parlano di "segni che sono impressi nelle piante" e che danno un'indicazione di utilizzo al guaritore; i popoli primitivi, nella loro completa ignoranza di cosa potessero essere le sostanze chimiche presenti nelle piante, si basavano istintivamente sull'individuazione di altrettanti segni di distinzione.

Purtroppo la dottrina delle segnature è stata lentamente depauperata di ogni suo significato simbolico: in particolare, nel tardo Medioevo e poi nel Rinascimento, certe caratteristiche furono completamente dimenticate, mentre altre furono usate solo come "etichette" per catalogare e archiviare le piante, imprimendo così a queste informazioni un carattere superficiale e perdendo un prezioso ausilio del processo conoscitivo di tipo intuitivo.

La superstizione fu una delle cause di tale involuzione; si rifiutava lo "spirito" delle piante per preferire spiegazioni oggettive e si condannava severamente coloro che facevano uso di tali rimedi (nota a tutti è la triste vicenda delle "streghe" condannate al rogo o a tremende torture, quando in realtà queste figure non erano altro che erboriste).

Solo con Hahnemann le segnature vennero riscoperte, anche se lo furono nelle loro manifestazioni interne (come la capacità di indurre i sintomi della malattia stessa) piuttosto che quelle riferite alla somiglianza esteriore con le parti fisiche cui erano in qualche modo collegate.

Bach, durante il suo percorso di medico e poi di omeopata insoddisfatto, tornò a ristabilire l'integrità della segnatura, attraverso un rapporto di comunicazione percettiva tra uomo e pianta, rivalutando così l'opportunità di una scelta empatica in sinergia ad altre possibili valutazioni.

Non sappiamo se fu il caso oppure una prassi inconscia che lo portò a scoprire i batteri intestinali ed il loro coinvolgimento nelle malattie, prima concentrando la sua attenzione verso le funzioni digestive e poi facendo un passo avanti. Ne estrapolò la considerazione, peraltro già sottolineata da Rudolf Steiner (fondatore dell'antroposofia), che noi "estraiamo le nostre energie dall'intestino" e che il cibo si trasforma nei quattro elementi vitali: aria, acqua, fuoco e terra.

Da qui nacque la preziosa analogia: il seme che germina nella terra, radicando grazie all'acqua, cresce assimilando l'aria e punta verso il sole. Un processo di trasformazione anch'esso, ma tipico della pianta cioè quell'essere vivente che raggiunge, con il culmine della fioritura, il massimo dell'espressione vitale ed il termine dell'esistenza che poi riprenderà grazie al nuovo seme.

Ecco perché la pianta ed il suo fiore non possono mai essere dimenticati nella loro completezza e neppure semplicemente relegati nello sguardo di una fotografia sbiadita; così come oggi ci rifiutiamo di considerare l'Uomo fatto di un corpo separato da una mente e da uno spirito, richiamare nella propria mente l'identità della Natura materializzata nel fiore significa ricollegarsi agli archetipi che ispirarono Bach e recuperare ogni informazione preziosa, che permetta di individuare precisamente il temperamento della persona, il suo terreno e metterlo in relazione vibrante con il rimedio più simile.

Per capire nel concreto possiamo fare un esempio.

La forma della noce non richiama forse quella di una corteccia cerebrale? E quindi la noce fa bene al cervello? Questa è la cosiddetta analogia morfologica, concetto caro agli Egiziani, ai Cinesi, agli Indiani, agli alchimisti Medievali, fino alla Teoria delle Segnature di Paracelso.

Questa dottrina ha sempre permesso agli uomini di individuare le piante e di associarle agli organi che avevano bisogno di un intervento terapeutico.

Allusioni alla segnatura sono presenti già in alcuni scritti di Ippocrate e Galeno, ma con Paracelso, secondo il quale il medico non doveva mai dimenticare la "forma dei semplici" (termine con cui, a quei tempi, si indicavano le piante), questa tecnica cominciò ad assumere i connotati di una teoria medica.

Il presupposto teorico alla base di questa dottrina lo ritroviamo addirittura negli scritti di Plotino, fondatore del neoplatonismo. Il filosofo affermava, infatti, che:

"ogni essere che si trova nell'Universo, secondo la sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell'Universo stesso, col suo agire e col suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l'organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte, inoltre, dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta".

Da queste parole possiamo capire come gli antichi concepivano il mondo: esiste una corrispondenza tra tutte le cose, perchè la Natura è un unico organismo vivente, costituito da più parti, così come è il corpo umano. La diversità che possiamo riscontrare è data solo dal fatto che queste parti svolgono funzioni diverse.

Dagli astri agli animali, dagli animali alle piante, dalle piante alle pietre, fino agli organi che compongono il corpo umano, esiste un legame segnalato appunto da un'impronta, un "segno", una "firma", che vincola tra loro le cose appartenenti alla stessa natura o che hanno le medesime funzioni. Per questa ragione una pianta con parti somiglianti a organi umani sarebbe utile per curare o sostenere quegli organi.

È probabile che, in un periodo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta, la dottrina nacque come aiuto mnemonico per il neofita che imparava mediante la semplice osservazione.

Alcuni libri dell'epoca riportano degli esempi che possono aiutarci a capire meglio questa dottrina: piante con fiori gialli - come il tarassaco - servivano a curare l'ittero mediante la segnatura del colore ed erano pertanto utilizzate per i disturbi del fegato, piante con parti rosse erano usate per i disturbi del sangue. Oltre alla segnatura del colore c'era anche quella della forma: ad esempio l'equiseto, ricordando la coda del cavallo, sarebbe stato utile per i capelli o per le ossa, in quanto il suo fusto è simile ad una colonna vertebrale. La noce, come accennato sopra, era associata al cervello per la somiglianza con quest'organo, e quindi ritenuta un ottimo rimedio per curare l'insonnia e gli stati d'ansia.

Con la nascita della scienza farmacologica e la sintesi dei farmaci, la Teoria delle Segnature cadde in disuso per la medicina ufficiale, restando appannaggio della fitoterapia e delle altre discipline naturali. Tuttavia possiamo comunque riscontrare il suo passaggio nella storia della medicina, perché ancora oggi molti nomi volgari delle piante ci ricordano proprio quelle somiglianze.

 

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