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La teoria del tappo di gomma - Estratto da...

Federico Bellavere presenta il libro del dott. Neal D. Barnard "Curare il Diabete Senza Farmaci"

La teoria del tappo di gomma -  Estratto da "Curare il Diabete Senza Farmaci" di Neal Barnard

Di facile lettura, quasi divertente in alcuni punti di esempi pratici, come ci si aspetta da ogni trattato redatto «oltreoceano», questo compendio di dietetica vegana si rivolge non solo al paziente diabetico ma, per usare le stesse parole dell'Autore, «anche a quei medici più disponibili che hanno qualcosa da imparare da queste scelte dietetiche».

E con questo spirito ispirato a una modestia di approccio al nuovo, quale non mi capita di vedere spesso tra i miei colleghi, che ho iniziato «d'un fiato» a leggere questo testo, forse anche un po' prevenuto inizialmente (appartengo a una categoria professionale molto intrisa di scetticismo, ahimè) ma poi sempre più convinto. 

Non mi soffermo su alcuni dettagli critici con alcune mie convinzioni che alla fine della lettura sono poi risultati di assai secondaria importanza; ma preme riportare quanto, girata l'ultima pagina, mi sono soffermato invece a riflettere sull'essenza del testo ricavando le seguenti osservazioni:

  • Le diete per diabetici, inutile negarlo, a tutt'oggi nuotano in un "apeiron" di empirismo che si fa forza su basi scientifiche disquisibili, spesso datate, qualche volta del tutto errate, con il risultato di portare paziente (e medico) alla condizione di scetticismo sopra citato quando non a totale rinuncia.
  • Esiste un'innegabile eccessiva propensione a risolvere il problema «diabete» fornendo al paziente farmaci sempre più costosi atti ad abbassare la glicemia, tuttavia con risultati dubbi se non fallimentari nel prevenire ciò in cui consiste effettivamente il diabete, ovvero le sue complicanze (vedi i clamorosi e spesso dimenticati risultati dello studio UKPDS).
  • Assistiamo all'enorme diffondersi del diabete tipo 2 in tutto il mondo, ormai considerato epidemia sociale, dovuto principalmente a cambiamento di stile di vita e sovralimentazione (per riprendere le parole di chi da alto pulpito ha sintetizzato recentemente il problema alimentare oggi nel mondo: da una parte si muore per mancanza di cibo mentre dall'altra si muore per un suo eccesso...).
  • Siamo per molto tempo caduti nell'errore madornale di aver considerato i due tipi di diabete, tipo 1 e 2, come parimenti identificabili con la sola iperglicemia, e quindi parimenti curabili con la riduzione della stessa, dimenticando che il diabete tipo 2, di gran lunga più frequente del tipo 1, è espressione di disordine metabolico assai più complesso e molto, molto dipendente da errata alimentazione e, di converso, assai poco sensibile a trattamenti ipoglicemizzanti, insulina compresa, nella prevenzione e cura delle complicanze, che ne fanno l'essenza.

Insomma, tutte queste osservazioni portano alla conclusione, direi obbligata, che l'asse «pivotale» del trattamento etiopatogenetico (termine caro in fisiopatologia) del diabete, in particolare del tipo 2, dovrebbe incentrarsi nella correzione dietetica.

Ben venga quindi questa nuova proposta, basata sulla considerazione, del tutto scientifica, che nel diabete tipo 2 (quello ormai epidemico) bisogna ridurre l'insulinoresistenza e che aggiungere insulina o farmaci induttori la secrezione di insulina è principio che configge, oltre che con il buon senso, anche con le più recenti conoscenze patogenetiche di questa malattia. E insulinoresistenza non deve intendersi solo quanto riguarda la ben nota refrattarietà dell'azione insulinica verso il mantenimento di adeguata glicemia ma altrettanta refrattarietà anche verso altri processi, parimenti importanti, quali il metabolismo dei grassi. Grassi il cui accumulo cellulare è ormai accettato sia una delle cause (se non la principale) di induzione di insulinoresistenza innescando così un circolo vizioso nel metabolismo dei substrati alimentari fornitori di energia.

Piace quindi il semplice, ma tutt'altro che semplicistico, esempio riportato nel testo del «tappo di gomma» (i.e. l'accumulo di grassi) che impedisce l'azione cellulare dell'insulina «a tutto spettro metabolico»; e tale intuizione esplicativa risulta quantomai efficace per portare alla comprensione di un fenomeno assai complesso che viene qui così efficacemente fatto intendere (in pura tradizione dei trattati d'oltreoceano). Per altro, fior di biochimici, anche recentemente, hanno ripreso la teoria, non nuova in verità, del blocco sul Piruvato operato dall'accumulo di Acidi Tricarbossilici...

Lungi ora dall'entrare in dettagli, cosa rispecchia tale teoria se non ipotizzare un «blocco» metabolico esercitato da accumulo di cataboliti dei grassi che l'Autore, a fini esplicativi, chiama tappo di gomma? Inoltre, non è forse vero e supportato da sempre più emergenti evidenze che esiste una correlazione forse più causale che statistica tra accumulo di grassi in organi ad alta funzione metabolica, quali muscoli e fegato, e insorgenza di diabete? Si veda in proposito quanto si sta dibattendo ora su prestigiose riviste scientifiche riguardo alla relazione tra steatosi epatica e diabete tipo 2.

Ebbene, se accettiamo che un alterato metabolismo dei grassi vada a comportare una alterazione del metabolismo dei glucidi per innesco di insulinoresistenza (il famoso tappo di gomma) perché mai non provare a ridurre drasticamente l'assunzione di grassi nella dieta come l'Autore in sostanza ci propone (oltre ad altri accorgimenti dietetici basati sull'equivalente glicemico degli alimenti)?

Non abbiamo forse avuto sufficiente prova che il cambiamento delle abitudini alimentari di intere popolazioni portate a incrementare l'assunzione di grassi (e zuccheri semplici) ha loro comportato uno sviluppo quasi esponenziale di malattia diabetica?

A questo punto, non tanto e non solo per presupposto scientifico, ma per semplice buon senso verrebbe da fare esattamente il contrario, come l'Autore ci prospetta. No? L'essenza della questione qui sollevata e la possibile soluzione prospettata risultano di indubbio interesse per il diabetico che potrebbe vedere in buona parte risolversi il problema principale ancora insoluto di come prevenire e curare quanto di negativo la sua malattia gli procura, spesso indipendentemente dai livelli raggiunti di glicemia: ovverosia le disfunzioni d'organo usualmente chiamate complicanze. E non è cosa da poco!

 

 

Federico Bellavere, Md, è internista, specialista in Endocrinologia, Diabetologia, Cardiologia. Consulente endocrinologo presso l'Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento. Già Primario Ospedaliero di Medicina Interna (Venezia Mestre) e Professore a Contratto di Endocrinologia (Verona-Padova). Già Coordinatore Nazionale del gruppo di Studio Neuropatia Diabetica della Società Italiana di Diabetologia.

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Neal D. Barnard

Neal D. Barnard, MD, è professore associato di Medicina presso la George Washington University, in Washington D.C.,  e fondatore del «Physicians Committee for Responsible Medicine», un'organizzazione non profit la cui mission è quella di promuovere l'importanza della medicina preventiva e di condurre ricerche cliniche a sostegno dell'efficacia della corretta  alimentazione nella prevenzionee nel trattamento delle più gravi e diffuse patologie. I risultati delle sue ricerche sono stati pubblicati sulle principali riviste  medico-scientifiche internazionali e sono staticitati dall'American Diabetes Association e dall'American Dietetic Association nelle loro linee guida ufficiali. Barnard interviene come relatore a convegni di società scientifiche, è consulente di molte riviste mediche e prende spesso parte a trasmissioni televisive. I suoi libri diventano puntualmente best seller del «New York Times».

 

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