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Avvento 2016
Idee Regalo

La ricetta della felicità

Leggi un estratto dal libro di Roberto Cerè "Io Ci Sono"

La ricetta della felicità

La ricetta della serenità

Possiamo condurre la nostra esistenza in molti modi. Dedicandoci alla famiglia o alla carriera, provando a bilanciare le due cose, aggrappandoci a una passione o a un sogno.

Sono così tante le possibilità che abbiamo a disposizione che spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quale sia, tra tutti i desideri che ci percorrono, quello che più di ogni altro ci tiene in piedi. Molti di noi trascorrono vite intere senza capire quale sia, per poi accorgersene quando è troppo tardi, quando quella fonte di energia è sparita dalla loro quotidianità.

Comprendiamo il valore dell'amicizia quando perdiamo un amico, riconosciamo l'importanza del nostro lavoro quando ne siamo privati, apprezziamo il senso di responsabilità che una famiglia ci impone solo quando la vediamo disfarsi. Ci riflettiamo nelle persone che abbiamo compreso nella nostra cerchia, a loro ci siamo legati e in loro abbiamo imparato a riconoscerci come davanti a uno specchio, con tutti i nostri difetti e le nostre mancanze. E se lasciamo andare in pezzi i nostri legami, quelle schegge rimanderanno l'immagine di un essere in frantumi.

Un amico perduto, un familiare che non vuol più saperne di noi, una collega che ci toglie la sua fiducia, un partner che ci volta le spalle, un marito o una moglie che ci lascia: sono questi alcuni dei modi più violenti in cui la vita ci mette di fronte a noi stessi e alle nostre responsabilità. Ci ritroviamo all'angolo, storditi e spaesati. E non importa se queste persone hanno chiuso con noi in modo garbato o brutale, se ci hanno fatto mancare la terra sotto i piedi per puro egoismo o perché meritavamo una punizione: sono come fili tirati via dalla trama delle nostre relazioni. Si impigliano a qualcun altro fino a sfilarsi del tutto, mentre la rete che ci avvolge comincia a mostrare buchi sempre più larghi.

Anche se hai imparato a mettere in prospettiva il tradimento per superare la gelosia, senti ancora un vuoto dentro di te. Attribuisci a quella persona, ormai del tutto assente dalla scena della tua vita, un ruolo di primo piano. La metti sotto la luce dei riflettori del tuo risentimento e, così facendo, ti concentri sull'unica porzione di palco in cui non ci sono attori. Quel metro quadro di proscenio su cui da tempo si è depositata la polvere e non avviene nulla di nuovo.

Vivi uno sbilanciamento paradossale: la tua vita continua a svolgersi da una parte, ma la tua attenzione è focalizzata altrove, in tutt'altra direzione. Fissi quel posto vacante e non ti rendi conto che la radice del problema, l'origine del tuo smarrimento, non è in chi se n'è andato, ma in quello che si è portato via.

Prospettiva > Equilibrio

Quando mia moglie e io abbiamo deciso di prendere strade diverse, la mia vita si è fermata, quasi congelata in una fase di buio che non avrei mai pensato di conoscere. Il cammino che per anni avevamo percorso insieme si era fermato bruscamente. Era come se avessi viaggiato per chilometri lungo una bellissima strada panoramica, godendomi il succedersi di albe e tramonti, e un incidente avesse improvvisamente trasformato quel viaggio in un incubo. Ora ero sul ciglio della strada, fermo, senza meta, a riflettere su quale direzione prendere, ma senza avere la forza di rimettermi in cammino. Gli unici pensieri che avevo in testa rimandavano ai chilometri già fatti, le immagini impresse in uno specchietto retrovisore che mi bloccavano nel passato.

Ma la natura è alla costante ricerca di nuovi equilibri, pertanto là dove si crea un vuoto arriva qualcosa a colmarlo. Sulle prime, come ho già raccontato, mi sono illuso che avrei potuto scacciare il segno lasciato dalla nostra rottura lanciandomi in una serie di avventure lampo, rapporti fugaci che servivano a tener vivo il mio amor proprio, ma che in realtà mi distraevano da ciò di cui avevo davvero bisogno. Mi ci è voluto un bel po' per capire che a mancarmi non era lei, la donna uscita dalla mia quotidianità, ma quello che mi dava il nostro rapporto: la sua uscita di scena aveva reso evidente il mio squilibrio. Sulla mia personale bilancia delle priorità avevo dato troppo peso agli aspetti esteriori della nostra relazione, perdendo così di vista quelli che erano gli elementi fondamentali che una famiglia unita mi forniva.

In quel periodo molto confuso, le persone con cui vivevo a stretto contatto erano i miei studenti, il mio gruppo di lavoro alle sessioni che preparano al coaching. Vista la mia condizione mentale ed emotiva, il nostro rapporto maestro-allievo subì in maniera molto naturale una radicale sterzata, e i nostri ruoli finirono sostanzialmente per invertirsi. Avrei dovuto essere la loro guida, ma mi ritrovai a essere un loro protetto.

Questi ragazzi, le stesse persone alle quali stavo cercando di trasmettere qualcosa, lessero tra le righe della mia sicurezza un velo di inquietudine e seppero dimostrarmi comprensione. Mi accolsero con affetto e si fecero carico del mio peso insopportabile. Parlando con loro, confrontandomi e scambiando pensieri ed emozioni riuscii a superare quello che ricordo come il periodo più brutto della mia vita.

Con la condivisione il peso dei tuoi problemi si fa tollerabile e ti avanzano più risorse mentali per elaborarlo e metabolizzarlo.

Il grande vuoto che mi teneva compagnia divenne più facile da affrontare: superata la paura, potevo analizzarlo con maggiore realismo. Presi carta e penna e mi interrogai sul perché questa rottura era stata per me così devastante. La mia famiglia si era sgretolata, ma dopotutto io restavo un padre, le mie responsabilità di genitore non erano svanite. Potevo ancora crescere i miei bambini, e nel farlo avrei dovuto periodicamente mantenere vivo un confronto con la loro madre. Si era spezzato un quadro di apparente armonia, ma i soggetti che vi erano rappresentati erano ancora tutti presenti. Allora che cosa c'era di così insopportabile in quella perdita?

Per analizzare questioni complesse bisogna semplificarle, occorre fotografare un prima e un dopo, confrontarli e capire qual è la differenza che fa la differenza: nella vita, nel lavoro e nei sentimenti. Che cosa, cioè, ci aiuta a vivere meglio.

Pensando e riflettendo cercai di mettere per iscritto gli elementi che costituivano la mia infelicità e quelli che mi avrebbero restituito la felicità qualora li avessi ritrovati. Qual era il motivo di quel buio così profondo? Che cosa avevo perso? Che cosa avrei dovuto cercare?

Dopo una lunga ricerca, individuai i tre elementi che per me - combinati tra loro - caratterizzano e rendono insostituibile l'esperienza di avere una famiglia:

  1. La progettualità.
  2. L'accoglienza.
  3. Il senso di sicurezza.

Nonostante avessi ancora l'amore dei bambini e un confronto aperto con la mia ex compagna, quello che mi mancava fortemente era il bisogno di realizzare dei progetti e di condividerli con qualcuno. Costruire una famiglia, avere dei figli e vederli crescere, accompagnarli nella vita adulta, diventare vecchi insieme, ma anche cose più semplici come occuparsi della casa o organizzare le vacanze... Sono tutti progetti che differenziano un legame di semplice amicizia da un legame profondo. L'elemento della progettualità è alla base della famiglia, per essere coltivato ha bisogno di legami solidi e profondi, fondati su un intento comune e una comune direzione.

Il secondo elemento l'ho individuato nell'accoglienza. Presente anche nel rapporto di amicizia, l'accoglienza è la tranquillità di sapere che avremo sempre un posto dove andare senza timore di essere giudicati. Sia che si vinca o che si perda, che si sia forti o deboli, sani o ammalati, in famiglia avremo sempre un posticino riservato a noi, verremo accolti senza troppe domande, perché è questo il compito della famiglia: aprirsi ai suoi membri, comprendere senza chiedere e accogliere senza giudicare.

La combinazione dei primi due elementi, cioè la progettualità e l'accoglienza, porta inevitabilmente a scoprire il terzo elemento: il senso di sicurezza. Il progetto mi dà una direzione, l'accoglienza mi concede il tempo di riprendermi dalle cadute, e in questo modo ritrovo le energie e la sicurezza necessaria a proseguire nel percorso.

Nei mesi che seguirono la separazione, però, mi accorsi che quei tre elementi potevano essere rintracciati anche in altre realtà e non solo nell'atavico abbraccio della famiglia. Tutto sta alla nostra voglia di aprirci agli altri, di «fare famiglia» con loro, ammettendo il nostro smarrimento. Se in passato avete già dimostrato a qualcuno la vostra forza e il vostro desiderio di apertura, quel qualcuno sarà ben disposto ad accogliervi quando cadrete, a progettare con voi il vostro ritorno in scena e a infondervi sicurezza.

Io, per esempio, trovai quella disponibilità a farmi rivivere i tre elementi chiave della famiglia nella cerchia dei miei collaboratori più stretti, il gruppo RRc, Real Result Coach. Da oltre cinque anni avevamo fatto un percorso professionale insieme, incontrandoci per sessioni di studio e seminari grazie ai quali avevamo legato e trovato un obiettivo, un progetto comune, e cioè quello di diventare dei bravi coach, dei professionisti migliori, sempre più inclini ad aiutare gli altri. Durante questo percorso ci eravamo confrontati e aperti l'uno con l'altro, eravamo riusciti ad accoglierci reciprocamente, mettendoci in discussione, ma in un clima sereno, senza il timore di essere giudicati, perché quando qualcuno cadeva non c'erano insulti, ma solo mani tese pronte a farti rialzare.

Per passare dalla prospettiva dell'«Io ci sono, per me stesso» all'equilibrio dell'«Io ci sono, per gli altri» è importante costruire attorno a sé una «seconda famiglia»: persone che stimi, con le quali condividi un progetto comune, che sanno accoglierti e darti sicurezza, proprio come tu fai con loro. E' necessaria la compresenza di tutti e tre questi elementi, perché l'accoglienza da sola non è sufficiente, ci può aiutare ad alleggerire dei momenti, a superare delle giornate difficili, ma deve essere accompagnata dalla condivisione di un progetto per essere veramente efficace. Polemizzare o blaterare una sera con un amico non ci aiuta a ritrovare l'equilibrio, perché finita la serata si torna a casa - in famiglia o da soli -e lì i problemi tornano a galla. Il gruppo di pari è la nostra famiglia surrogata, il famoso piano B, il salvagente che si profila all'orizzonte quando abbiamo perso ogni speranza.

Trovare gli elementi base della famiglia in un contesto non convenzionale è fondamentale quando perdiamo la bussola. Nessuno ha la forza di costruire da zero un nuovo rapporto quando se n'è appena chiuso un altro. La nostra mente e il nostro cuore hanno bisogno di equilibrio prima di lanciarsi in un'altra impresa.

Invece di affrettarti a colmare il tuo vuoto, fai il possibile per riequilibrarlo. Abbi pazienza e fiducia. Presto si presenterà l'occasione di rifarti e allora avrai la forza di ripartire, di riprendere al fianco di qualcun altro quel viaggio che hai dovuto interrompere.

Guardare avanti

Ho ripreso la strada, ho ricominciato a vivere serenamente le mie giornate, a godere dei tramonti e delle albe senza avere timore del futuro. Questo perché individuare gli elementi fondamentali di una famiglia (convenzionale o meno che sia) vuol dire trovare la ricetta per la serenità.

Ho imparato a cercare qui tre elementi in tutti i rapporti che stringo con gli altri, anche solo in piccole dosi. Ho pazientato e sono cresciuto, fino a quando ho incontrato la persona giusta per inaugurare un nuovo inizio: Antonia, la mia nuova compagna, il suono che ormai da qualche anno ha per me la parola «amore».

Se oggi mi sento un uomo pienamente risolto, capace di fare del bene a chi mi è vicino e di aiutare con opere di beneficenza chi mi è lontano, molto lo devo a lei. Ritrovare nel suo abbraccio l'equilibrio dei miei sentimenti è stato come rinascere. Sento di doverle questa dichiarazione d'amore e non è un caso se ho scelto di affidarla proprio alle pagine di questo libro. Capitolo dopo capitolo abbiamo parlato di trasformazione, dei modi in cui affrontiamo la realtà adattandoci, assorbendo colpi e rialzandoci. Già, ma chi ci aiuta ad affrontare la realtà? Chi ci prende per mano lungo le sue curve impreviste? Chi è che ci dà la forza di rialzarci?

Non accontentatevi di soluzioni facili, alimentate il vostro equilibrio e abbiate pazienza: tutto si farà più chiaro. E, soprattutto, non fatevi spaventare dal tempo che passa. Io ho saputo attendere e ho trovato in un'unica persona la risposta a tutte le mie domande. Grazie, Antonia. Per questo e per molto altro.

Io Ci Sono

Io Ci Sono

"Lo so. Non ti fidi. Hai aperto questo libro per curiosità, con la speranza inconfessabile di trovare, già nelle prime righe, la soluzione a tutti i tuoi problemi."

Non esistono formule magiche, e Roberto Cerè lo sa bene. Prima di essere un mental coach di successo, infatti, è un uomo che ha conosciuto la sconfitta, la delusione e la paura, e le ha affrontate senza eroismi o facili ricette. Armato di determinazione, spirito di autoconservazione e un pizzico di coraggio, ha vinto la sfida.

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Roberto Cerè

Roberto Cerè è autore, imprenditore e allenatore mentale. Nel 2002 ha fondato la Dr Cerè Corporate Executive Coaching, società specializzata nel coaching per dirigenti, imprenditori e professionisti. Laureato a pieni voti in Economia Aziendale, si è specializzato negli Stati Uniti in leadership e coaching per dirigenti.

Ha costruito una reputazione di eccellenza, lavorando come Executive Coach per organizzazioni leader mondiali, tra le quali: Scuderia Ferrari, Gucci, Banca Intesa, AMD, Jafra Cosmetics e molte altre. Da dieci anni opera in numerose nazioni affiancando leader, manager e imprenditori nel momento di importanti cambiamenti personali e professionali.

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Roberto Cerè dirige la collana SE VUOI PUOI, la più articolata biblioteca motivazionale disponibile in Italia, che applica il concetto del “se vuoi puoi” a tutti gli ambiti della vita personale e professionale. Su Macrolibrarsi trovi tutti i libri di questa straordinaria collana!

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