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La Religione: un'esigenza universale - Anteprima di "Dio è Per Tutti"

Questo libro è stato scritto per dimostrare che la religione è una necessità pragmatica per tutti: Dio ha una profonda rilevanza per ogni vita e non occupa affatto quella posizione marginale in cui molti cercano di relegarLo.

Se accettiamo che Dio esiste, va da sé che non può essere una divinità minore o puramente locale. Nel vasto universo che l’astronomia moderna ci ha rivelato, Dio può solo essere infinito. Tuttavia, sarebbe impossibile descrivere adeguatamente l’infinità, poiché il linguaggio deriva dalla comune esperienza umana e non è adatto a rappresentare le verità cosmiche. Perfino la mente più limpida non può esprimere concettualmente uno stato di coscienza che è al tempo stesso infinitamente grande e infinitamente piccolo, e che confonde la ragione stessa poiché non è né grande né piccolo!

La Bibbia descrive la futilità di un simile tentativo: «I miei pensieri » leggiamo in Isaia 55,8 «non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie».

Il semplice pensiero non può superare l’abisso tra il finito e l’infinito.

Ciononostante, c’è qualcosa nella natura umana che si sente imprigionato dalla finitudine.
Nel profondo del nostro essere noi aneliamo ad abbracciare l’infinito.

Non saremo mai soddisfatti finché non avremo svelato il mistero della nostra esistenza; l’uomo, infatti, nonostante il verdetto denigratorio di Darwin, è più che un animale. Chiunque rifletta sugli strani risvolti della vita non può fare a meno di chiedersi se non esista qualche altra realtà: saggia, benevola (così almeno spera!) e perennemente consapevole dell’esistenza di ogni essere.

La maggior parte delle persone pensa a Dio in termini vaghi (sempre ammesso che ci pensi). Lo immagina forse come una misteriosa presenza onnipresente, onnisciente e onnipotente; oppure Lo concepisce in modo più personale, anche se comunque vago, come “infinitamente misericordioso” o “infinitamente saggio”. Altre volte Gli attribuisce mentalmente una forma di qualche tipo.

In ogni caso, le persone solitamente separano Dio dalla realtà quotidiana che è loro familiare.
Questo libro offre un’alternativa a tutte quelle astrazioni.

Quale scopo serviamo tenendo Dio a distanza?

Le definizioni teologiche possono convincerci a inginocchiarci con reverenza dinanzi a Lui, ma non possono ispirarci ad amarLo. A coloro che hanno un’inclinazione religiosa, rivolgersi a Lui come a un proprio caro potrebbe sembrare eccessivamente familiare; eppure, se Egli ci ha creati, come potrebbe essere qualcos’altro? Perché mai, oggi, sotto l’influsso di un’antica tradizione, ci rivolgiamo tuttora a Lui con la forma familiare, il tu? Forse, in un tempo passato, la vicinanza di Dio era accettata in modo più universale.

In ogni caso, per lo meno nell’inglese moderno, la parola thou non è più usata. Anche nella conversazione con coloro che ci sono più vicini e più cari questa forma ci sembra inadatta, in quanto stranamente formale. Ci si chiede pertanto se anche nei tempi antichi il modo familiare di rivolgersi a Dio non fosse un’affermazione suggerita da santi precettori e non il riflesso dell’idea che la maggioranza delle persone aveva veramente di Lui. La gente, infatti, pensava a Dio anche come all’Onnipotente: un concetto che non ispira certo intimità!

È più facile, in un certo senso, visualizzare Dio nei cieli stellati piuttosto che nelle nostre case. Le stelle, così lontane dalla nostra prosaica esistenza terrena, ci danno un’impressione di perfetta immobilità, armonia e saggezza. Per contrasto, le nostre case sono spesso teatro di litigi e di rivalità. Tuttavia, se l’onnipresenza di Dio include le stelle, Egli deve essere anche qui, intorno a noi e persino (come disse Gesù) dentro di noi. Inoltre, se fossimo in grado di osservare le stelle da vicino, vedremmo che sono fornaci fiammeggianti, nelle quali erompono costantemente violente esplosioni: altro che immobilità e armonia!

In ogni caso, non possiamo contemplare i cieli all’infinito.

Più teniamo Dio lontano dalla nostra realtà quotidiana, più Lo alieniamo da noi.

Invece, abbiamo bisogno di un concetto di Dio che Lo porti nelle nostre cucine, nelle nostre camere da letto, nei nostri salotti; sì, perfino quando quei salotti sono affollati di ospiti.

Se Dio è ovunque, allora deve essere tanto vicino quanto lontano.

Dobbiamo fare di Lui la nostra realtà immediata. Dobbiamo cercare la Sua guida e la Sua ispirazione nei nostri pensieri e sentimenti più intimi; rivolgerci a Lui quando il mondo reclama a gran voce la nostra attenzione; cercare la Sua influenza anche nelle attività meno importanti; ascoltare la Sua risata dietro ai nostri scherzi più sciocchi; chiederGli di infondere il Suo amore nei nostri sentimenti più soavi! Se non vediamo che Dio ci è necessario addirittura per poter esistere, Lo riduciamo a un’astrazione mentale: utile, forse, nella matematica, ma priva di un significato rilevante per noi.

In definitiva, solo Dio può soddisfare le nostre esigenze più personali. Nei nostri rapporti con gli altri, Dio è la nostra coscienza. Nel nostro lavoro, è la nostra soddisfazione. Quando leggiamo bei libri o ascoltiamo musica ispirante, Dio è la nostra ispirazione.

In qualunque nostra attività, dal dovere più serio al passatempo più futile, Egli è là che ci osserva; se Lo invitiamo, si unisce a noi, dandoci forza. IgnorarLo significa attraversare la vita incespicando come ciechi, inconsapevoli degli innumerevoli trabocchetti che si aprono davanti a noi.

Le persone distanziano se stesse da Dio, quando pensano a Lui in termini astratti. Forse si immaginano che il loro credo le “salverà”; ma, senza amore, che cosa potrebbe essere la salvezza stessa?

Le definizioni teologiche non consolano il cuore. Sono come sedie antiche messe in bella mostra, sulle quali però non ci si deve sedere! Sono come porcellane preziose, conservate al sicuro nelle credenze, ma raramente usate.

Le persone si ricordano di Dio nella loro sofferenza, ma in altri momenti? Nei momenti di dolore, forse, Lo tolgono da quella credenza, Lo spolverano e Lo esaminano più da vicino. Solitamente, però, pensano di potersela cavare piuttosto bene anche senza di Lui, mentre arrancano faticosamente da una crisi all’altra con la fronte aggrottata dall’ansia.

Abbiamo bisogno di un concetto di Dio che ci motivi ad amarLo.

Dio, anche se non lo sappiamo, è veramente nostro.

Ma noi ci sentiamo Suoi?
Dovremmo, perché questa è la realtà.

Ciò che mi propongo di fare con questo libro è introdurre un concetto di Dio che ti ispiri a volerLo conoscere. Quando avrai questa conoscenza, sarà solo responsabilità tua se Lo penserai lontano da te. 

Il modo in cui ti rapporti a Lui è cruciale per la tua felicità.

Definire Dio con pedante esattezza può rendere tronfi d’orgoglio, ma non offre nutrimento per l’anima. Perfino desiderare Dio, anche se non si riceve una risposta da Lui, è incomparabilmente più appagante per il cuore di qualunque affettata constatazione, del tipo: «Probabilmente, in verità, potrei asserire con un pizzico di sicurezza che qualcosa deve effettivamente esistere “lassù”, in regioni più sottili di quelle che l’umanità attualmente conosce».

Il teologo presenta le sue “prove” e i suoi sillogismi, ma per quale fine pratico? Persino lui non può che sorridere con indulgenza, quando osserva la figlioletta che gioca con le bambole. La accuserà forse di riversare inutilmente il suo amore su oggetti inanimati? Speriamo di no! Sarà pure saggio e dotto, ma come padre dovrà certamente riconoscere che l’affetto della bimba, sebbene offerto solo per gioco, la aiuta a prepararsi al suo futuro ruolo di madre.

Dai suoi giochi infantili, la bambina potrà anche imparare qualcos’altro: l’importanza di amare senza pensare a ciò che si ottiene in cambio. La capacità di amare in modo disinteressato è un segno di maturità. Il donare amore saggiamente è un’altra cosa, forse una lezione che verrà insegnata alla “scuola superiore” della vita.

Allo stesso modo, nella religione, la cosa più importante è amare in modo disinteressato.

Una volta, in India, un materialista mi disse con tono sprezzante: «Un giorno, lei e tutti quelli che si dedicano alla ricerca di Dio avrete una bella delusione, quando vi sveglierete e scoprirete che Dio non esiste». «Forse ha ragione» gli risposi sorridendo. «Ma almeno avremo la soddisfazione di sapere che abbiamo fatto del bene!».

In definitiva, i principali beneficiari di ogni azione buona, nonché le principali vittime di ogni azione dannosa, siamo noi stessi.

Ovviamente, la questione dell’esistenza di Dio è importante. Per quanto ci riguarda, però, è più importante che sviluppiamo prima la nostra comprensione. Che Dio esista o no ha un significato per noi solo se siamo consapevoli della Sua presenza. L’esigenza primaria, quindi, è sviluppare la nostra consapevolezza. L’amore di quella bimba per le sue bambole è, in un certo senso, veramente ricambiato: l’amore stesso è la ricompensa.

Come disse il poeta Tennyson:
«È preferibile l’aver amato e aver perduto l’amore, al non aver amato affatto».

Quando si tratta di vero amore – non di passione o di desiderio – soggetto e oggetto non contano veramente: ciò che conta è l’amore stesso.

Similmente, quando nella religione le persone affermano di accettare Krishna, Rama, Buddha, Gesù Cristo o qualcun altro come il loro “personale Salvatore”, ciò che conta sono la profondità e la purezza del loro amore. Chi accettano è meno vitale, per la loro salvezza, della domanda: «Ma io, proprio io, sono degno di essere accettato da Dio?». Dio non ha bisogno di essere rassicurato che Lo troviamo accettabile! Ciò che desidera da noi è il nostro amore, in cambio dell’amore che ha sempre dato a noi, Suoi figli umani. Se il nostro modo di adorarLo non è corretto, ma l’amore del nostro cuore è puro e disinteressato, non Gli sarà difficile correggere il nostro errore.

Quando sento l’espressione «Lodate il Signore!», mi viene sempre in mente l’immagine di Dio come una donna ricca e viziata, che desidera e si aspetta le lusinghe come un diritto derivante dal suo stato sociale!

Dio non ha bisogno delle nostre lodi!
Egli è, in Se stesso, completamente impersonale; vale a dire, non desidera nulla: semplicemente è. Nella Sua compassione, tuttavia, è profondamente personale, specialmente in ciò che desidera per noi: che ci realizziamo completamente nella beatitudine perfetta.

Per il resto, Dio è come una stazione radio che trasmette sulla “lunghezza d’onda” della supercoscienza. Dobbiamo sintonizzare le nostre “radio”mentali su quella frequenza, se vogliamo evitare di ricevere qualche altro programma trasmesso sulle “onde” della coscienza: l’ambizione egoistica, il desiderio, l’arroganza, l’intolleranza settaria (vale a dire, le innumerevoli distorsioni prodotte dall’illusione). Se le nostre motivazioni non sono pure, potremo trovarci sintonizzati con una di queste aberrazioni, illudendoci di ricevere “l’ispirazione”.

Come possiamo distinguere tra falsa e vera ispirazione?

Come si vedrà in queste pagine, tutto dipende dal programma che ascoltiamo, se esso ci ispira a vivere concentrandoci in modo più ristretto sul nostro ego oppure, in modo più espansivo, in un sé che abbraccia realtà sempre più ampie. L’egocentrismo ci imprigiona; l’umiltà e la sincera benevolenza, invece, ci rendono liberi.

Ogni essere umano deve scoprire ciò che per lui, personalmente, è veramente significativo. Più riuscirà ad affrontare questa domanda con onestà, prima troverà la via che lo condurrà fuori dalla sua oscura caverna di illusione, alla chiara luce della comprensione.

Se ciò che è più significativo per te è il denaro, visualizzati come se ne possedessi in sovrabbondanza. Poi rifletti sulle conseguenze di quell’eccesso. Tutti quei soldi ti renderebbero veramente libero o felice? Saresti davvero tu a possederli? Non ne saresti piuttosto schiavo? Un eccesso di ricchezza è soffocante. Le tue esigenze più reali vanno ben al di là di un cumulo di ricchezze.

Il godere in maniera innocente della vita stessa è una soddisfazione di gran lunga maggiore del contemplare avidamente scrigni colmi di gioielli e di lingotti d’oro privi di vita. Chiunque abbia avuto l’opportunità di fare il confronto, ha scoperto proprio questo. Sii dunque pragmatico nella tua ricerca! Sii completamente onesto con te stesso, come ho già detto. Nelle pagine seguenti esploreremo ulteriori ramificazioni di questi concetti.

Nello scrivere questo libro, mi propongo anche un altro scopo:

sottolineare l’essenza comune di ogni vera religione.

Tutte le religioni, infatti, hanno lo scopo di elevare lo spirito umano, sebbene molte di esse, sfortunatamente, lo polarizzino con il bigottismo e l’intolleranza. Troppo a lungo i leader religiosi hanno cercato nel dogmatismo i fondamenti della loro fede. È ora che comprendano che la religione può, e deve, promuovere l’armonia universale. Le pagine della Storia sono macchiate dal sangue di innumerevoli atrocità, triste conseguenza dell’aggrapparsi ciecamente a credenze non verificate.

Questa visione ristretta cambierà certamente, via via che la realtà delle persone diventerà più globale, grazie all’influsso trasformante della rapidità degli spostamenti e della velocità sempre crescente delle comunicazioni. Sicuramente, l’umanità si chiederà sempre più: «Quanto sono veramente sostanziali le nostre differenze?».

Dio è uno.

La Verità è una.

Nella scienza della materia, la dimostrazione di un’ipotesi è accettata come conclusiva. La semplice sperimentazione è la chiave del consenso universale, proprio come le vecchie nozioni di sostanzialità sono ora sostituite dalla conoscenza che la materia è insostanziale. Si sa che il corpo umano, così reale ai nostri sensi, consiste prevalentemente di spazio.

Se le persone, ovunque, potessero essere persuase a sottoporre le proprie convinzioni religiose alla prova dell’esperienza effettiva, scoprirebbero che i dogmi sono solo una crosta che copre una realtà essenzialmente senza forma. Molte differenze religiose potrebbero quindi essere risolte, poiché nella vita umana la controparte della sperimentazione scientifica è la prova dell’esperienza.

Perfino gli insegnamenti delle varie religioni, ognuna delle quali sostiene di essere ispirata dalla rivelazione divina, si fonderebbero in un’unanime comprensione. Le rivelazioni, infatti, si limitano a dichiarare la verità: in se stesse, non la definiscono.

La verità, come il gas che si adatta alla forma di ciò che lo contiene, è astratta.

Chi conosce la verità la esprime secondo la capacità degli altri di comprenderla.

Ram Proshad, un grande santo-poeta dell’India del diciottesimo secolo, dimostrò di essere consapevole di tutto ciò. Sebbene fosse devoto a Dio nella forma della Divina Madre, che lo benediceva con frequenti visioni, egli disse in uno dei suoi canti più conosciuti: «Oh, so bene che mille Scritture dichiarano che sei al di là della forma (nirakara). Ma, Ti prego, compari davanti a me come la Madre che io adoro!».

Le diverse opinioni che le persone hanno riguardo a Dio non devono necessariamente contraddirsi a vicenda.

Lo studio delle vite di coloro che hanno vissuto profondamente la propria religione – i veri santi, che appaiono di tanto in tanto in ogni religione – rivela numerosi punti in comune. Tra queste similarità troviamo l’apprezzamento per la divina aspirazione, qualunque forma essa assuma, e una gentile disapprovazione per la ristrettezza mentale. La differenza tra l’essere consapevoli della presenza di Dio e il limitarsi a servirLo alacremente, suggerisce che una comprensione più illuminata potrà ispirare in tutta l’umanità, un giorno, uno spirito di amicizia e di cooperazione religiosa.

La natura umana è infinitamente complessa, mentre le forme di vita inferiori presentano reazioni semplici e più uniformi. Anche le reazioni delle forme di vita meno evolute, tuttavia, non sono del tutto prevedibili, poiché hanno origine in un impercettibile centro di coscienza individuale.

Le differenze di credo tra le religioni del mondo sono inevitabili, anzi, auspicabili.

Le espressioni di Dio, infatti, sono sempre uniche. Non esistono due fiocchi di neve esattamente uguali, e nemmeno due occhi, due voci o due impronte digitali assolutamente identici. La stupefacente varietà dell’universo dovrebbe ispirare un più profondo apprezzamento reciproco, non un atteggiamento di giudizio.

Solo l’individuo egocentrico desidera che gli altri siano l’immagine speculare di se stesso, come Ramsete II e le sue onnipresenti statue autoelogiative. Che mondo sarebbe il nostro, se non ci fosse l’infinita varietà della vita! Che mondo sarebbe, se tutti volessero diventare, ad esempio, autisti di tram!

Una volta compreso che l’aspirazione divina esiste ovunque, le differenze religiose dovrebbero accrescere l’apprezzamento per la verità in tutte le sue manifestazioni. Quelle manifestazioni, infatti, sono come le facce di un diamante: rivelano splendore e bellezza da qualunque angolo si osservi la pietra. Se Dio e la verità sono una cosa sola, un sincero desiderio di comprensione non può che condurre alla consapevolezza di quell’unità e all’apprezzamento per le sue manifestazioni infinitamente variegate.

La lingua stessa esprime concetti simili in modi diversi. La parola italiana amore ha essenzialmente lo stesso significato della parola francese amour e di quella sanscrita prem. Nonostante le diverse sfumature di significato linguistico, tutte queste differenze esprimono un universale sentimento del cuore. Che cosa, se non l’orgoglio, può indurre le persone a condannarsi a vicenda nel nome di un unico Dio universale?

In verità, ogni religione insegna gli stessi principi fondamentali.

Ci si può avvicinare a Dio in modi diversi, ma non esiste una religione che insegni ai suoi seguaci a odiare, a rubare, a essere indifferenti a coloro che soffrono o a sopprimere spietatamente chi ha opinioni diverse dalle proprie. Gli imperatori assetati di conquista possono mostrare un comportamento simile, ma i saggi? Mai! Nessuno associa la saggezza ad atteggiamenti di contrazione come il bigottismo, la crudeltà o l’intolleranza.

C’è un detto che afferma: «La bellezza di una persona si vede dal modo in cui agisce». Sarebbe ugualmente vero affermare: «La saggezza di una persona si vede dal modo in cui la manifesta».

L’Induismo, il Buddismo, il Cristianesimo, l’Islamismo, tutte le vere religioni, non sono solo un fenomeno culturale. Il loro scopo è compiere la volontà divina, cioè elevare la coscienza umana. Una religione potrebbe forse possedere l’esclusiva di quello che, in ultima analisi, semplicemente È?

L’umanità ha un Padre-Madre comune, che chiama con nomi diversi: Dio, God,Dieu, Gott, Bog, Geova, Allah, Ishwara, Jagadamba e molti altri. Le verità universali, allo stesso modo, sono le stesse ovunque. La religione non è solo un ornamento della civiltà: è l’esigenza fondamentale di tutti gli esseri umani. Correttamente compresa, la vera religione offre speranza e ispirazione in modo imparziale. Le sue forme variano a seconda delle culture e delle condizioni sociali, ma il suo scopo è sempre quello di elevare la coscienza umana.

La verità non sostiene mai una cultura in modo esclusivo.

Chi cerca sinceramente la verità raggiunge una comprensione sempre più sottile.

Ciò che ho scritto finora non è un appello al sincretismo. In altre parole, non suggerisco di sottoporre a un compromesso i veri insegnamenti per stabilire un’armonia interreligiosa. Solo nella consapevolezza superiore, mai nel compromesso, la natura universale della verità potrà essere universalmente accettata. L’unità deve essere sperimentata, non solo proclamata. La società non può farla nascere attraverso il voto.

Ecco, dunque, lo scopo di questo libro: incoraggiare ogni persona a cercare un rapporto significativo con Dio e a far nascere, come proiezione di quel rapporto interiore, la fratellanza tra tutta l’umanità. La nobile pianta della verità fiorirà solamente nel terreno dell’amore spirituale; nelle terre desolate del dogmatismo e delle rivalità settarie essa potrà solo appassire e morire, come la Storia ci dimostra. Quando quella pianta sarà nutrita con «l’acqua viva» dell’amore disinteressato – per parafrasare le parole di Gesù Cristo – sarà sufficiente a soddisfare ogni bisogno umano.

Le religioni del mondo sono tutte denominazioni dell’unica religione universale, la Verità.

Le classificazioni di Induismo, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo e tutte le altre, sono superficiali, nonostante le affermazioni contrarie. La vera religione merita il nome originariamente assegnatole in India: Sanaatan Dharma, “la Religione Eterna” o, più esattamente, “la Via all’Illuminazione Eterna”.

Nella misura in cui ci sono prove disponibili, il settarismo si dimostra solo una bolla di sapone: colorata, forse, ma priva di sostanza. In assenza di tali prove, le persone animate da atteggiamenti settari avanzano le loro pretese con fervore emotivo. I fatti darebbero alla loro facoltà raziocinante qualcosa su cui “rimuginare”, mentre invece le affermazioni campate in aria distorcono solitamente la verità, proprio come fanno le bolle di sapone con le immagini che vi si riflettono. Solo la verità trascende le limitazioni dell’umana comprensione.

Il credo è un’ipotesi: la fede, invece, nasce dall’esperienza.

Condizionati come siamo dalla metodologia scientifica, siamo giunti a uno stadio di evoluzione del pensiero in cui dobbiamo concentrarci sull’esperienza effettiva della verità spirituale e sulla saggezza che deriva da quell’esperienza. È ora che tutti gli uomini riconoscano che le affermazioni separatiste ma non comprovate, da tempo prevalenti nell’ortodossia religiosa, non sono altro che superstizioni.

La fede è saggezza.
E la saggezza è la consapevolezza della relazione dell’uomo con la Verità Cosmica.

 

Swami KriyanandaTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

(J. Donald Walters | 1926 - 2013)

Swami Kriyananda

SWAMI KRIYANANDA, fondatore delle comunità Ananda, è stato uno degli ultimi discepoli diretti del grande maestro Paramhansa Yogananda, grande mistico e autore di Autobiografia di uno Yogi.

Kriyananda ha affermato per oltre sessant'anni il principio dell'unione fra Oriente e Occidente e ha diffuso in tutto il mondo gli antichi principi dello Yoga e gli insegnamenti spirituali della più elevata tradizione indiana per la realizzazione del Sé, rendendoli pratici e fruibili in ogni ambito dell'esistenza. Divenuto discepolo nel 1948 di Paramhansa Yogananda (autore di Autobiografia di uno yogi), Kriyananda ha diffuso gli insegnamenti del suo Maestro, mostrandone l'applicazione in ogni ambito dell'esistenza: gli affari, i rapporti con gli altri, il matrimonio, l'arte, l'educazione, la vita comunitaria. Su precisa richiesta del suo Guru ha dedicato la sua vita all'insegnamento e alla scrittura, aiutando un grandissimo numero di persone a sperimentare interiormente la gioia e la presenza di Dio. Autore estremamente prolifico, Kriyananda ha scritto oltre 150 libri, pubblicati in ventotto lingue in novanta Paesi, ha tenuto conferenze in tutto il mondo e ha composto più di quattrocento brani musicali, per ispirare una visione elevata dell'esistenza. Kriyananda è stato anche il fondatore delle otto comunità Ananda - negli Stati Uniti, in Italia e in India - vere e proprie "Città di Luce" basate sulla pratica quotidiana della pace interiore e sul principio di "una vita semplice con alti ideali".
Swami Kriyananda ha lasciato il corpo all'età di 86 anni  il 21 aprile 2013 ad Ananda Assisi. La sua Luce e il suo messaggio di pace e amore continueranno sempre a risplendere e a ispirare moltissime anime, ovunque.

 

 

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