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La NATO in Afghanistan - Anteprima di "La...

Leggi il Capitolo 4 del libro "La Globalizzazione della Nato" di Mahdi Darius Nazemroaya

La NATO in Afghanistan - Anteprima di "La Globalizzazione della Nato"

«Gli americani vogliono che noi continuiamo a combattere ma non per vincere, quanto piuttosto per logorare i russi [sic; i sovietici; N.d.A.]».
Mohammed Ismail Khan, comandante dei Mujaheddin afgani a Herat (1986)

L’11 settembre 2001:
un pretesto per occupare l’Afghanistan?

Già nel corso del decennio precedente era stato preannunciato che, dopo i Balcani, per la NATO sarebbe arrivato il turno di guardare alle terre abitate prevalentemente da musulmani. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 su suolo americano avrebbero fatto sì che questa profezia si avverasse.

Sebbene tali attacchi fossero stati riconosciuti come un atto di terrorismo più che di guerra contro gli Stati Uniti da parte di un altro Paese, questo non impedì che già il giorno seguente, il 12 settembre, l’Alleanza atlantica stesse invocando l’applicazione dell’articolo 5 della Carta NATO sulla difesa reciproca. I Paesi membri decisero che, nel caso in cui fosse stato appurato che gli attentati agli Stati Uniti erano stati pianificati all’estero, l’Organizzazione li avrebbe considerati come un attacco diretto contro tutti quanti. Pertanto, ogni Stato dell’Alleanza non perse tempo a manifestare il proprio pubblico appoggio a Washington e i media mainstream dell’area euroatlantica si prodigarono nel preparare l’opinione pubblica alla ritorsione armata e alla guerra.

Al tempo stesso, alcuni degli Stati NATO, segnatamente quelli che ricadono sotto l’influenza dell’Intesa franco-tedesca, cercarono di guadagnare un po’ di tempo nella risposta, garantendosi la libertà di decidere in che modo avrebbero coadiuvato gli Stati Uniti nella guerra ormai imminente. Questi Paesi sostenevano la tesi secondo cui ciascun membro era singolarmente responsabile per stabilire quale tipo di risposta fosse da ritenere più appropriata e che un’eventuale azione collettiva si sarebbe potuta intraprendere solo dopo dibattiti più approfonditi in sede di Consiglio dell’Atlantico del Nord.

Gli Stati Uniti puntarono immediatamente il dito contro Osama bin Laden e la sua rete di Al Qaeda; in questo modo Washington cambiò la propria predisposizione anche nei confronti del regime talebano in Afghanistan, con cui aveva fino a poco prima cercato di allearsi e che nacque originariamente grazie alla CIA e all’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan. La Casa Bianca, il cui inquilino era nel frattempo diventato Bush jr., aveva addirittura inviato cospicui finanziamenti al governo talebano in quello stesso anno: si pensi che solo nel mese di maggio a Kabul era arrivato da Washington un “regalino” pari a 43 milioni di dollari (statunitensi).

Osama bin Laden da una parte espresse la propria soddisfazione per gli attacchi dell’11/9, ma dall’altra ribadì in diversi messaggi di non avere ricoperto alcun ruolo nella loro pianificazione. L’«Associated Press» riportò così la notizia:

Il giornalista palestinese Jamal Ismail ha detto che mercoledì bin Laden si è congratulato con le persone che hanno compiuto i catastrofici attacchi terroristici negli Stati Uniti, ma ha negato di esservi coinvolto. Ismail ha parlato via telefono satellitare mercoledì mattina con un collaboratore di bin Laden

Secondo fonti «Reuters», Bin Laden negò qualsiasi legame con gli attentati con un messaggio riferito dall’ambasciatore talebano in Pakistan:

Il movimento dei talebani al potere in Afghanistan ha fatto sapere giovedì che il dissidente di nazionalità saudita Osama bin Laden ha comunicato loro di non essere stato implicato in alcuna maniera negli attacchi terroristici condotti in territorio statunitense. «Noi abbiamo chiesto da [sic] lui [Osama bin Laden] (e) lui (ci) ha raccontato di non avere giocato alcun ruolo in questa azione», l’ambasciatore talebano in Pakistan Mullah Abdul Salam Zaeef ha dichiarato alla «Reuters» nel corso di un’intervista. Egli ha poi aggiunto che il movimento fondamentalista islamico dei talebani era preparato a collaborare con gli Stati Uniti nel perseguire coloro che sarebbero stati ritenuti colpevoli dei catastrofici attentati

Bin Laden (di origine yemenita ma di cittadinanza saudita) avrebbe successivamente inviato anche un messaggio al canale satellitare all-news arabo «Al Jazeera» in cui ribadiva la propria estraneità agli attacchi.

Nonostante i talebani avessero addirittura proposto di consegnare Osama bin Laden nel caso in cui fossero state presentate prove certe sulla sua colpevolezza, Washington decise di attaccare l’Afghanistan, il cui territorio era sotto il controllo del movimento, con la motivazione che il Mullah Omar, il loro misterioso leader, lo stesse proteggendo e si rifiutasse di obbedire a quella stessa richiesta. L’offerta dei talebani venne ribadita in seguito in diverse altre occasioni e si arrivò a includere la possibilità di tenere anche un processo in Afghanistan.

Nel corso dell’attacco, nell’ambito di un incontro segreto tenuto a metà ottobre in Pakistan, i talebani offrirono addirittura di consegnare Osama bin Laden senza bisogno di prove fornite da Washington

Il quotidiano britannico «The Guardian», in un articolo del 22 settembre 2001, portò alla luce come in realtà i talebani fossero stati minacciati di un attacco statunitense già due mesi prima dell’11/9:

Un’indagine del «Guardian» ha rivelato che Osama bin Laden e i talebani ricevettero minacce su possibili attacchi militari americani ai loro danni due mesi prima degli attentati terroristici a New York e Washington, che secondo le accuse sono stati progettati dal fondamentalista saudita.
[…] L’avvertimento nei confronti dei talebani prese corpo nel corso di un incontro di quattro giorni tenuto tra emissari di alto livello americani, russi, iraniani e pakistani in un hotel di Berlino a metà luglio [del 2001]. L’incontro, il terzo di una serie soprannominata “brainstorming sull’Afghanistan”, rientrava nel classico gioco diplomatico conosciuto come “opzione due”

Nel maggio 2001 gli Stati Uniti avevano condotto una simulazione di invasione dell’Afghanistan talebano coordinata dal Pentagono col coinvolgimento di tutte quante le agenzie per la sicurezza denominata “Unified Vision 2001”. Nelle parole dell’«American Forces Press Service» dello stesso Pentagono:

[I partecipanti] hanno riportato le esperienza maturate con “Unified Vision” ai rispettivi comandi di appartenenza e li hanno impiegati sul campo, mentre i [vari] quadri responsabili stendevano piani per le operazioni “Enduring Freedom” e “Noble Eagle”

Nonostante ci sia ben poco spazio per le coincidenze nella pianificazione militare, il Pentagono fa passare tutto questo come un preludio della prima guerra del XXI secolo, avvenuto in circostanze assolutamente fortuite.

Ecco le parole pronunciate al riguardo dall’assistente responsabile del Direttorio per la sperimentazione congiunta del Pentagono: «Persino Nostradamus non avrebbe potuto prevedere la prima battaglia della guerra ventura più dettagliatamente di quanto abbiamo fatto noi».

Vale la pena sottolineare come nella suddetta dichiarazione (datata 2002) la guerra in Afghanistan venga definita testualmente la «prima battaglia della guerra ventura»

L’interesse primario di USA e Regno Unito in quanto accaduto l’11/9 è stato quello di cogliere un pretesto per poter invadere nel giro di breve tempo l’Afghanistan. La loro aggressione ha preso il via ufficialmente il 7 ottobre 2001 sotto il nome di “Operazione Enduring Freedom” (Libertà duratura).

Il 9 settembre dello stesso anno, immediatamente prima dell’invasione angloamericana delle aree dell’Afghanistan sotto il dominio dei talebani, era stato assassinato il capo dell’Alleanza del Nord, Ahmed Shah Massud. Anche se la retorica degli esponenti politici statunitensi dipingeva Massud come un alleato di Washington, il suo omicidio fu di fatto una manna dal cielo per gli americani.

Dopo la fine della Guerra fredda, gli Stati Uniti avevano fornito appoggio ai talebani contro di lui e Massud era molto diffidente nei confronti degli statunitensi. Tolto di mezzo Massud, non vi era più alcun ostacolo che impedisse all’Alleanza del Nord di sottomettersi agli USA.
Ancora oggi in Afghanistan molti sospettano che gli Stati Uniti siano stati coinvolti nel suo assassinio.

Dai Balcani all’Asia centrale: l’atlantismo in marcia

L’invasione angloamericana dell’Afghanistan nel 2001 si trasformò entro poco tempo in una guerra NATO dietro la giustificazione formale dell’articolo 5. È interessante notare, come fa lo scienziato politico canadese Carl Hodge, che in realtà non è stata la NATO a fare il lavoro più duro in Afghanistan:

La campagna di combattimenti in Afghanistan, comunque, è stata in realtà condotta quasi per intero dagli Stati Uniti con l’aiuto delle milizie locali dell’Alleanza del Nord nella veste di partner subordinati e la cooperazione del governo del [generale Pervez Musharraf in; N.d.A.] Pakistan è stata più determinante per l’esito positivo dell’operazione rispetto a qualsiasi membro della NATO

Un buon argomento che se ne può ricavare è che senza l’apporto di tutto quel variegato insieme di combattenti locali raccolto sotto il nome di Alleanza del Nord il conflitto avrebbe potuto avere ben altri sviluppi. Furono queste forze afgane (alleate o comunque legate a Iran, Russia, Tagikistan e India) a essere protagoniste di gran parte dei combattimenti contro le milizie talebane.

Come risultato della guerra statunitense in Afghanistan e del riposizionamento delle truppe sullo scacchiere dell’Asia centrale, la presenza militare statunitense nei Balcani subì una forte riduzione.

Qui si cela il nocciolo della questione nonché la sfida con cui la NATO si trova a dover fare i conti nella realtà: «Mentre l’Alleanza atlantica fu originariamente creata per difendere l’Europa occidentale e l’America del Nord, i suoi leader avevano invece interessi e doveri a livello globale». Adesso, pertanto, gli altri Paesi alleati degli USA non erano soltanto obbligati a rimpiazzare i soldati a stelle e strisce nei Balcani con i propri, ma dovevano anche mettere in campo le proprie risorse e l’arsenale militare a loro disposizione per aiutare gli Stati Uniti in questa e nelle future campagne di conquista.

Ciò sarebbe diventato del tutto evidente quando Washington aprì nel 2003 un nuovo fronte di guerra in Iraq e gli alleati della NATO subirono pressioni ancora maggiori per aumentare la loro presenza in Afghanistan.

Il ruolo della NATO in Afghanistan era meno pronunciato all’inizio del suo dispiegamento nel 2001 e nel 2002. L’Organizzazione si sarebbe posta alla guida dell’ISAF sotto la supervisione statunitense. L’ISAF venne originariamente creata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 20 dicembre 2001 come contingente internazionale per aiutare l’Afghanistan, ma lo strapotere esercitato al suo interno dai Paesi euroatlantici la rese di fatto una forza NATO.

Il suo mandato dapprima riguardava solamente la capitale afgana Kabul e i sobborghi nelle sue immediate vicinanze; il quadro sarebbe però mutato nel momento in cui gli Stati Uniti avessero rivolto la loro attenzione altrove, lasciando che gli alleati assumessero le missioni di combattimento in Afghanistan al posto loro. Una volta accaduto ciò il ruolo dell’ISAF e di conseguenza quello della NATO in Afghanistan divennero di gran lunga più chiari e gli Stati Uniti allora decisero di dirottare gran parte delle proprie risorse belliche in Iraq, nel 2003. In diretta correlazione con l’invasione angloamericana dell’Iraq, l’11 agosto 2003 il comando dell’ISAF venne ufficialmente assunto dalla NATO.

La posizione geografica dell’Afghanistan sulla scacchiera eurasiatica

La collocazione dell’Afghanistan ha sempre avuto un particolare significato.

Questa Nazione priva di sbocchi sul mare si trova esattamente in una posizione mediana all’incrocio tra Asia centrale, subcontinente indiano e Medio Oriente. Il Paese è importante per diverse ragioni geo-strategiche ed economiche.

Per prima cosa, l’Afghanistan costituisce uno snodo geo-strategico che va a lambire l’Iran, la ex Unione Sovietica e la Cina, rendendolo parecchio appetibile. Nel corso della sua intera storia quest’area geografica è servita da cuscinetto tra Iran, India e Cina. Più tardi, dopo essersi reso indipendente dall’Iran, l’Afghanistan ha rivestito la stessa funzione tra l’Iran, la Russia (e poi l’URSS) e l’India, a quel tempo ancora sottoposta al dominio coloniale britannico, successivamente divisa tra Repubblica dell’India e Pakistan. L’Afghanistan è il luogo ideale per inserire un cuneo tra le grandi potenze eurasiatiche e per stabilire una presenza militare permanente da cui lanciare future operazioni in tutto il continente.

In secondo luogo, esso rappresenta la porta di ingresso ai Paesi dell’Asia centrale ricchi di materie prime, che permette di bypassare i territori dell’Iran, della Federazione russa e della Cina. Ciò costituisce un fattore di notevole importanza poiché consente a forze extra-regionali come Stati Uniti o Gran Bretagna di usare questo Paese allo scopo di aggirare tali potenze rivali della regione. Per anni uno dei progetti più importanti per Washington e le sue corporation è stato un corridoio energetico che passasse in territorio pakistano e afgano, partendo dai campi petroliferi e dalle riserve di gas naturale dell’Asia centrale.

Le missioni di combattimento della NATO si sono concentrate in gran parte nel sudovest e nel nord-ovest dell’Afghanistan, proprio dove era stato progettato il percorso di una pipeline strategica che trasportasse petrolio e gas naturale dall’Asia centrale fino all’Oceano Indiano. Prima dell’11 settembre 2001 Washington era stata coinvolta in negoziati infruttuosi col governo talebano al fine di garantire la sicurezza per questo corridoio energetico in progettazione.

Gli interessi statunitensi sul passaggio di petrolio e gas naturale in Afghanistan ebbero una conseguenza diretta quando si trattò di stabilire il nuovo assetto politico di Kabul dopo la cacciata dei talebani, oltre all’influenza sulla dislocazione delle truppe da combattimento della NATO. Il 22 dicembre 2001 Hamid Karzai fu inizialmente selezionato per diventare presidente ad interim dell’Afghanistan, risultato delle pressioni attuate dall’Union Oil Company of California (UNOCAL), di cui egli era non soltanto un ex dipendente, ma per conto della quale aveva anche collaborato col governo dei talebani nell’ambito di alcuni negoziati relativi alla costruzione e alla spartizione dei diritti legali su un’ipotetica pipeline che, attraversando l’Afghanistan, avrebbe dovuto collegare il Turkmenistan col Pakistan.

Diverse personalità legate all’UNOCAL ottennero, d’altra parte, cariche di primo piano in Afghanistan dopo la rotta dei talebani. Anche Zalmay Khalilzad, inviato speciale degli Stati Uniti prima in Afghanistan e poi pure nell’Iraq occupato dagli angloamericani, è stato dipendente di alto livello dell’UNOCAL.

Le offensive NATO nel settore occidentale del Paese potrebbero essere viste come operazioni volte a mettere in sicurezza il territorio ritenuto necessario per la nascita della pipeline strategica che connette Asia centrale e Pakistan passando per l’Afghanistan. Pare persino che ci siano piani per cambiare i confini di Afghanistan e Pakistan per facilitare il passaggio di petrolio e gas naturale dall’Asia centrale alle coste dell’Oceano Indiano.

Una volta costruiti, la pipeline strategica e il terminal che si affaccia sull’Oceano Indiano rappresenterebbero una vittoria sugli interessi energetici dei rivali russi, cinesi e iraniani nella regione del Mar Caspio e dell’Asia centrale. Si ripeterebbe così un successo geo-strategico per gli interessi statunitensi simile a quello riportato con l’inaugurazione del terminal petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), un canale di rifornimento capace di aggirare Russia e Iran portando lo stesso il greggio proveniente dal Caspio sul mercato internazionale.

Il controllo dell’Afghanistan è importante per stabilire i futuri equilibri di potere in Asia centrale e in tutta l’Eurasia, la conseguenza di ciò è che chi riesce a controllare l’Afghanistan si assicura anche l’influenza sulla massa continentale eurasiatica e sulle risorse energetiche di cui abbonda.

L’Afghanistan costituisce, inoltre, uno dei principali centri di produzione dell’oppio, da cui si sviluppa poi il traffico illegale di stupefacenti all’estero. Questo aspetto è particolarmente significativo sotto il profilo economico, se si pensa che il traffico illecito di sostanze stupefacenti si classifica al terzo posto in termini di movimenti commerciali su scala mondiale, subito dopo il mercato petrolifero e la compravendita di armi. La produzione degli oppiacei, in ogni caso, non è organizzata in maniera da portare benefici economici all’Afghanistan.

Bottini di guerra occulti: l’oppio afgano

Secondo stime ricavate nel 2003, l’Afghanistan e la Colombia, principale vassallo degli Stati Uniti in America meridionale, hanno le economie maggiormente basate sul narcotraffico di tutto il mondo; il traffico di droga è pari alla «terza fonte di reddito in termini [monetari; N.d.A.] dopo petrolio e traffico di armi». Nel 2003 l’FMI ha calcolato che il riciclaggio di denaro sporco oscilla tra i 590 miliardi e 1,5 trilioni di dollari statunitensi, una quota che va dal 2 al 5% del PIL totale a livello mondiale e la maggior parte deriva proprio dal traffico illegale di droga.

L’oppio e gli stupefacenti illegali in generale hanno rivestito una parte sconosciuta ai più, eppure di portata storica e centrale, sia nell’economia mondiale che nelle relazioni internazionali. Per comprenderlo appieno e per valutare adeguatamente il ruolo dell’Afghanistan nel mercato mondiale della droga dobbiamo volgerci indietro a guardare la storia del traffico dell’oppio.

Alcune guerre di grande importanza sono state dichiarate in passato proprio a causa di questa sostanza. Londra e le compagnie di bandiera britannica, come quella delle Indie Orientali che amministrava e governava l’India, condividevano interessi comuni nel commercio e nel traffico dei narcotici. Nell’India sottoposta al dominio britannico e nel resto delle colonie di Sua Maestà gli interessi delle compagnie e quelli governativi erano legati e coincidevano tra loro.

Nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico l’oppio rappresentava parte integrante della rete commerciale intessuta con i Paesi dell’Europa occidentale. Durante il suo picco a metà anni Ottanta del XIX secolo, l’oppio era addirittura uno dei beni più pregiati tra quelli circolanti sul mercato internazionale.

Le esportazioni britanniche dell’oppio proveniente dal subcontinente indiano avevano sistematicamente contribuito a indebolire la resistenza della Cina nei confronti delle potenze straniere o coloniali e avevano anche aiutato l’economia britannica a riequilibrare l’enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. I grandi gruppi commerciali britannici che amministravano l’India non costrinsero soltanto il governo cinese a lasciare crescere incontrollata, di fatto, la tossicodipendenza tra i suoi cittadini, ma distrussero pure i sistemi di agricoltura tradizionali dei contadini indiani, di fatto obbligati a coltivare intensivamente l’oppio.

Mentre prima la coltivazione degli oppiacei era stata una pratica non consentita tra gli agricoltori indiani, i colonialisti britannici una volta arrivati costrinsero con successo molti di loro a diventarne dipendenti per continuare a vivere. Le economie locali di diverse comunità venivano scientificamente riconvertite da un sistema che garantiva l’autosufficienza e la sussistenza alimentare ai tipi di coltura imposti dai mercanti di Londra. Le coltivazioni di sussistenza avevano assicurato ai contadini l’autonomia dalle influenze esercitate dai mercati e davano loro la certezza della sopravvivenza; le colture da reddito, invece, li resero dipendenti dal capitalismo britannico e dal giro d’affari legato all’oppio su scala mondiale per poter sopravvivere. In questo modo il controllo esercitato da Londra e lo sfruttamento imposto dalle compagnie britanniche in India finivano per rafforzarsi ancora di più.

Il commercio di droga sponsorizzato dai britannici fu una delle cause del crollo dell’Impero cinese. La tossicodipendenza toccò vette mai viste prima in Cina, forzando ben presto le autorità governative a mettere fuorilegge il consumo degli oppiacei per via dei suoi effetti nocivi e distruttivi.

L’oppio divenne uno degli strumenti principali della politica britannica in Asia; la dipendenza diventava un mezzo per sfruttare Nazioni, popoli ed economie della regione. Contemporaneamente, i ricavi del traffico d’oppio andavano a sostenere il commercio di schiavi destinati all’uso nelle piantagioni del cosiddetto Nuovo Mondo dall’altra parte dell’Atlantico. I profitti del mercato degli oppiacei erano talmente significativi e rilevanti che Londra arrivò al punto di dichiarare guerra alla Cina per avere tentato di ostacolare il suo commercio.

Il Celeste Impero ribadì il bando sull’oppio nel 1799, ma le compagnie e i mercanti britannici si limitarono semplicemente a ignorare il divieto. La messa fuorilegge degli oppiacei in Cina finì per influire negativamente sul commercio mondiale, contribuendo a un innalzamento del prezzo di mercato.

Quello che accadde in Cina era assimilabile al proibizionismo negli Stati Uniti relativo all’alcool che fu instaurato dal 1920 al 1933, tranne per il fatto che l’oppio stava effettivamente drenando capitali dall’economia cinese. Sin dagli anni Trenta del XIX secolo, per i britannici il valore delle esportazioni degli oppiacei aveva superato quelle del tè su scala mondiale. Nel 1838 le autorità cinesi sancirono la condanna capitale per tutti i loro connazionali colpevoli di traffico, distribuzione e smercio di droga. Anche in presenza di una simile svolta, però, i britannici risultavano esenti da qualsiasi conseguenza penale in materia poiché il governo cinese non aveva intenzione di veder sorgere problemi con Londra o ancor peggio addentrarsi in una diatriba diplomatica.

Nel 1839 ai cinesi non era rimasta altra scelta che quella di rendere ancora più severa la legge, vietando le importazioni di oppio, in grandissima parte gestite da compagnie e mercanti britannici pienamente sostenuti da Sua Maestà. La Cina stava scivolando verso il completo disastro economico man mano che le sue riserve di oro e argento venivano prosciugate per ripagare le importazioni di oppio, andando così a causare un massiccio flusso di capitali in uscita proprio verso le casse britanniche. I cinesi si rifiutarono dunque di aprire a ulteriori importazioni e iniziarono finalmente a far rispettare il bando sancito già anni prima, ma nel frattempo apertamente ignorato e violato dalle compagnie britanniche e in generale europee.

Nello stesso anno (1839) Londra dichiarò guerra all’Impero di Cina e inviò una flotta navale col sostegno di soldati dell’esercito britannico provenienti dall’India. La Cina venne sconfitta e fu obbligata a sottoscrivere nel 1841 il Trattato di Nanchino, assolutamente iniquo e penalizzante.

Questo condusse a un ulteriore sfruttamento economico della Cina che sfociò di lì a breve in quella che fu chiamata seconda guerra dell’oppio. Londra prese parte al conflitto sbandierando al resto del mondo le proprie presunte ragioni contenute proprio nel Trattato di Nanchino, col quale le potenze straniere e colonialiste non avevano fatto altro che stringere ancora di più la propria morsa su Pechino, attraverso il dispiegamento di truppe occupanti nella stessa capitale e la perdita di parti di territorio nazionale con la cessione di Hong Kong e Macao.

Così scrisse, relativamente alla firma del trattato di Nanchino con cui si mise fine alla prima guerra dell’oppio, il Primo ministro britannico dell’epoca, lord Palmerston: «Non vi è dubbio che quest’evento, che rappresenterà una pietra miliare nell’evoluzione della civiltà delle razze umane, debba essere accompagnato dai vantaggi più rilevanti possibili per quanto riguarda gli interessi commerciali dell’Inghilterra». Ecco fin dove giungeva l’importanza del commercio di droga per l’economia britannica.

Da un punto di vista storico il ricco traffico di oppio favorito dalla Gran Bretagna in Asia creò le fondamenta per la moderna industria globale degli oppiacei e dell’eroina, così come delle relative coltivazioni nell’Afghanistan di oggi, che produce da solo quasi il 92% dell’eroina su scala globale. Le colture dell’oppio sono state introdotte nella zona del cosiddetto Triangolo d’Oro indocinese nel Sud-Est asiatico (Laos, Myanmar e Thailandia) al pari di altre zone del continente.

Intere culture ed economie nazionali sono state distorte per sempre e cambiate al fine di soddisfare interessi economici imperialisti nascosti od occulti.

Per esempio, fu sempre Londra a costringere l’Iran a sostituire il proprio caffé nazionale col tè britannico. Accadde così che la società iraniana abbandonò il proprio costume tradizionale legato al caffé per abbracciare l’uso del tè proveniente dall’India britannica, semplicemente per andare incontro agli interessi commerciali e ai diktat di Sua Maestà. Al giorno d’oggi i locali che in Iran conservano ancora la denominazione originaria di “caffè” in realtà servono prevalentemente tè.

Il traffico di oppio in Afghanistan è eredità sia della rete commerciale storicamente imbastita dai britannici, sia della devastazione del Paese avutasi con la guerra contro i sovietici, iniziata per volere di Stati Uniti e Pakistan. Fu proprio nel corso del conflitto con le forze di Mosca che in Afghanistan venne lanciata la coltivazione dell’oppio su ampia scala, grazie al supporto e alla protezione delle agenzie di intelligence pakistane e statunitensi. Queste esportazioni erano dirette soprattutto verso i mercati dell’eroina dell’America settentrionale e dell’Europa occidentale.

I principi economici in vigore al tempo delle guerre dell’oppio sono ancora gli stessi ai giorni nostri.

Le sostanze stupefacenti sono sempre un bene di consumo di grande valore economico e una componente fondamentale degli scambi commerciali effettuati sul mercato nero.

L’oppio coltivato in Afghanistan ricopre una fetta molto estesa all’interno del mercato globale della droga, essendo stimato dalle Nazioni Unite (prima dell’11/9) per un ammontare che varia dai 400 ai 500 miliardi di dollari (statunitensi) all’anno. Non solo la posizione strategica quindi, ma anche il commercio dell’oppio è un premio estremamente vantaggioso per chiunque riesca a controllare l’Afghanistan.

Il boom degli oppiacei afgani sotto gli occhi della NATO

Nel 2001 il governo britannico chiamò in causa proprio le colture di oppio come giustificazione per salvare le vite dei propri cittadini andando a invadere l’Afghanistan governato dai talebani. Quando Washington e Londra cominciarono a predisporre i piani di invasione, l’allora Primo ministro Tony Blair affermò nel corso di una riunione politica che il traffico di sostanze stupefacenti esportate dall’Afghanistan sarebbe stato ridotto fino alla sua estinzione definitiva: «Le armi che oggi i talebani stanno acquistando vengono pagate con le vite di giovani cittadini britannici che si procurano la loro droga nelle strade britanniche. Questo è un altro aspetto del loro regime che dovremmo puntare a distruggere».

L’invasione angloamericana, però, non ha contribuito a ridurre le coltivazioni di oppio, piuttosto il contrario.

In termini economici è la domanda che crea l’offerta. L’offerta e la relativa produzione di oppio ed eroina sono cresciute a partire dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e questo ha avuto luogo proprio sotto lo sguardo dell’Alleanza atlantica. Invece di fermare il massiccio flusso verso l’esterno di oppiacei provenienti dall’Afghanistan, la presenza militare straniera sotto le insegne della NATO lo ha favorito. Alcuni ufficiali della NATO hanno dichiarato che il traffico di droga è stato tollerato per non esacerbare ulteriormente il clima di violenza che vede al centro i loro soldati.

Comunque sia, nel 2010 «Public Intelligence», il network di ricerca internazionale il cui compito è tutelare i diritti dell’opinione pubblica nell’accesso all’informazione, aveva da dire le seguenti cose relativamente ai legami tra il traffico di droga e la NATO in Afghanistan:

In un recente servizio firmato da Geraldo Rivera, che è stato trasmesso a fine aprile da «Fox News», un tenente colonnello dei Marines degli Stati Uniti ha sostenuto che le forze statunitensi incoraggiano gli afgani [sic] a ruotare diversi tipi di colture, ma che comunque per la paura di vedere compromessa la stabilità la coltivazione dell’oppio è tollerata e persino assistita. Nel novembre 2009 il ministro afgano per la lotta alla droga, generale Khodaidad […] ha affermato che la maggior parte delle sostanze viene accumulata in due province sotto il controllo di truppe statunitensi, britanniche e canadesi. Egli ha detto anche che le forze NATO stanno sottoponendo a tassazione la produzione dell’oppio nelle regioni sotto il loro controllo e che le truppe straniere stanno in questo modo guadagnando denaro dalla produzione di droga in Afghanistan.

La precisazione da parte del generale Khodaidad circa il ruolo della NATO è giunta in reazione a un articolo del quotidiano statunitense «The New York Times» che ha denunciato come il fratello di Hamid Karzai, Ahmed Wali Karzai, fosse uno dei maggiori trafficanti di droga nel Paese nonché a libro paga della CIA. L’articolo giungeva in un delicatissimo momento di negoziati tra le due parti sulla composizione del gabinetto del governo centrale afgano di Kabul.

Il quotidiano indiano «The Hindu» ospitò l’articolo di un ex diplomatico indiano di primo piano, M.K. Bhadrakumar, che commentava così le notizie sulle tasse imposte dalla NATO alle partite di droga:

Un conto era tenere un atteggiamento sdegnato quando l’ex direttore generale dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan, il generale Hamil [sic] Gul, ha espresso l’accusa secondo cui i velivoli militari statunitensi venissero impiegati in Afghanistan per il narcotraffico. Poteva risultare conveniente anche ignorare semplicemente la questione nel momento in cui alcune fonti russe bene informate hanno fatto filtrare alcune indiscrezioni sui massmedia di come le truppe statunitensi stessero facendo ottimi affari nel traffico di droga in Afghanistan arrivando a cifre nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari. Khodaidad però è un professionista altamente preparato che sa di cosa sta parlando. […]
Pertanto, quando Khodaidad ha affermato domenica che i contingenti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada della NATO stanno “tassando” la produzione di oppio nelle regioni sotto il loro controllo, egli non ha fatto altro che emettere un severo monito per conto di Karzai. È un messaggio semplice e diretto: non lanciate pietre mentre siete seduti dentro una gabbia di vetro

A questo punto dovrebbe essere ormai terribilmente chiaro come l’Alleanza atlantica sia in realtà complice nel traffico di oppio ed eroina, in pratica un partner vero e proprio di queste attività criminogene.

Per decenni la CIA, in collaborazione con altre agenzie di intelligence come l’ISI pakistano, ha organizzato operazioni sotto copertura volte proprio a sostenere il commercio di sostanze stupefacenti. Alcuni elementi dell’esercito pakistano, in particolare nei piani più alti delle sue gerarchie, hanno tratto personalmente diversi vantaggi dal traffico dell’oppio afgano:

Oltre a governare il Pakistan direttamente e indirettamente sin dall’indipendenza [dello Stato; N.d.A.] e a dettarne la linea per quanto concerne il nucleare, la politica difensiva e quella estera, l’esercito [pakistano; N.d.A.] è tuttora la più vasta e florida impresa economica del Paese

Raoolf Ali Khan, il rappresentante del Pakistan presso la Commissione delle Nazioni Unite sulle Droghe, ha persino dichiarato in una registrazione risalente al 1993 che «non esiste alcun ramo del governo [in Pakistan; N.d.A.] che non sia inquinato dalla corruzione legata al traffico di droga», mentre dal canto suo nel 1994 la CIA in una relazione presentata al Congresso ha affermato come l’eroina fosse diventata «la linfa vitale dell’economia e del sistema politico pakistano».

Il Pakistan comunque assume il ruolo di semplice pedina subordinata se messo al confronto con gli Stati Uniti e col ruolo giocato dalla CIA nel traffico globale di sostanze illecite. Peter Dale Scott e Jonathan Marshall, nel loro libro La politica della cocaina, la droga, gli eserciti e la CIA in America centrale riassumono bene il rapporto che intercorre fra i due Paesi in questo settore:

La nostra conclusione è che il primo obiettivo di una strategia efficace per contrastare il narcotraffico dovrebbe essere proprio Washington e in particolare le relazioni che intrattiene con attori corrotti e legati al commercio di droga in diverse parti del mondo.

Abbiamo messo in evidenza come le operazioni sotto copertura condotte da Washington oltreoceano abbiano rappresentato un fattore primario che ha apportato cambiamenti alla struttura generale del narcotraffico diretto verso gli Stati Uniti; a questo proposito abbiamo citato il boom dell’eroina conosciuto negli anni Sessanta proveniente dal Vietnam e quello degli anni Ottanta dall’Afghanistan come analogie col tema centrale del presente libro: che il boom del commercio di cocaina in America centrale negli anni della presidenza Reagan fosse stato reso possibile dalle operazioni coperte volute dalla Casa Bianca per rovesciare i sandinisti in Nicaragua [vedere in proposito l’affare Iran-Contra; N.d.A.]

Il nesso tra Wall Street, il riciclaggio di denaro sporco, droga e armi

C’è dell’altro da dire a proposito dell’oppio afgano e del perché sia tanto importante. Il narcotraffico costituisce oggi uno strumento della politica estera statunitense proprio come lo era stato a suo tempo per la Gran Bretagna, la quale a sua volta sostiene gli interessi finanziari di Wall Street. Se si esaminano le statistiche ufficiali dell’FMI, se ne deduce che il riciclaggio di denaro costituisce una fetta significativa dell’economia globale.

Il riciclaggio di denaro assume un ruolo decisivo nel sostenere i settori finanziari delle economie dell’America del Nord e dell’Europa occidentale.

Non a caso César Gaviria Trujillo, già presidente della Colombia nonché ex segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), quando gli venne chiesto del ruolo di Washington nella prevenzione dei meccanismi del riciclaggio di denaro ricavato dal narcotraffico rispose che «[s]e i colombiani sono il pesce grosso del narcotraffico allora gli statunitensi sono la balena». Si calcola che il 91% dei miliardi di dollari spesi nell’acquisto di partite di cocaina sia depositato proprio nelle banche statunitensi e che contribuisca a far accumulare valuta forte da iniettare poi nelle economie di USA e Canada.

In passato si arrivò a stimare che le principali banche statunitensi riciclassero sul mercato interno una cifra pari a 100 miliardi (sempre in dollari statunitensi) all’anno. Si può realizzare quanto sia effettivamente esteso il riciclaggio dei proventi del narcotraffico quando si considera che in pratica ogni singola banconota da un dollaro in circolazione sul mercato interno statunitense contiene letteralmente “tracce microscopiche” di cocaina. Si badi bene, questa non è affatto una leggenda metropolitana, ma un fatto assodato ammesso da scienziati, esperti forensi e anche dall’FBI, a indicare l’impiego su vasta scala del contante come strumento con cui pagare le dosi di stupefacenti

L’Afghanistan rappresenta il punto di partenza di un corridoio di passaggio di grande importanza nell’ambito del mercato nero e delle vie della droga nell’Eurasia; altri centri in questa speciale mappa sono l’Albania e la provincia serba del Kosovo.

L’amministrazione diretta dell’Afghanistan da parte di Stati Uniti e NATO ha contribuito a portare il narcotraffico del continente eurasiatico con i relativi centri di smistamento sotto il controllo di Wall Street, andando in questo modo a chiudere perfettamente un cerchio formato da traffico di stupefacenti, riciclaggio di capitali e contrabbando illegale di armi. All’interno di questa via della droga che attraversa l’Eurasia si registra un flusso in due direzioni: la droga esce, le armi entrano.

A livello geopolitico, il maggior beneficiario di tale processo è l’Alleanza atlantica, mentre sul piano finanziario è Wall Street a trarre la gran parte dei vantaggi portati da questo fenomeno criminale e dal conflitto bellico.

 

Mahdi Darius NazemroayaTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo canadese, scrittore pluripremiato e analista geopolitico di fama internazionale. Ha soggiornato per due mesi in Libia come corrispondente di Flashpoints nel corso dell’intervento NATO.

La sua opera è stata tradotta in più di venti lingue fra cui spagnolo, portoghese, arabo, russo, turco, farsi, tedesco e cinese.

 

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