Torna su ▲

La Gestione degli Eventi Culturali nel sistema...

Leggi in anteprima il capitolo 5 del libro "Torino: oltre le apparenze"

La Gestione degli Eventi Culturali nel sistema Torino - Estratto da "Torino: oltre le apparenze"

Quando si parla di cultura, a Torino, gli animi si scaldano e subito si viene coinvolti in accese discussioni, che poco hanno a che fare con l’analisi materiale del fenomeno.

Perché la voce “cultura” – che esattamente non sappiamo cosa sia da circa cinquemila anni, nonostante ci si siano spaccati i denti praticamente tutti i filosofi della storia, tutti i sociologi e tutti i politici più o meno democratici – è l’architrave retorico che sostiene tutta la struttura ideologica postindustriale di Torino. Una voluta trasposizione semantica ha posto ogni tipo di cultura e ogni tipo di turismo su un piano livellato, forzando così le evidenti differenze di senso intrinseche.

Il turismo fieristico ha lo stesso peso specifico di quello gastronomico?
La sagra dell’insaccato ha lo stesso valore di una mostra d’arte contemporanea?
E questo da un punto di vista non solo di valore aggiunto culturale, ma anche economico.

Un vasta confusione rende impossibile capire che il gitante proveniente dalla provincia di Torino sia un parigrado rispetto al turista proveniente dall’Asia; ma, al di là di ogni valore economico sociale attuale, ciò che rimane è la “narrazione” di una nuova città cosmopolita, non più grigia, svestita della sua vecchia nomea e rivestita con un luccicante dressage.

Gli operai e le fabbriche non andavano più bene, per motivi che qui non approfondiremo, quindi, alla fine degli anni Settanta, chi da sempre comanda questa città ha deciso che Torino doveva passare dal fordismo industriale alla “cultura” e al parente meno nobile di questa, il “turismo”.

Economia immateriale, territorio della conoscenza, dello sport, del loisir, eccellenza della cucina e del vino, capitale del libro, capitale del cioccolato, capitale della moda, festival di ogni tipo – musica classica, musica progressista-underground, musica tradizionale, musica tecno – trendy, eccellenze, fare sistema, smart. Un progressivo cambio lessicale si è impadronito della città, perché una nuova storia doveva essere raccontata.

Una storia atta alla creazione di nuovi bisogni, non più materiali, il duro ferro, bensì immateriali.

Un’idea non peregrina, comunque.
Portare un territorio al di fuori della dura produzione industriale significa trasformarne l’anima.

Torino, da sempre schiava della sua nomea di città grigia, fredda e ostile, voleva, o forse poteva, rinascere con forme colorate, felici, piacevoli.

Una mutazione genetica che incrociava anche delle progressive istanze ambientaliste: è meglio un territorio con le acciaierie dentro i quartieri divenuti ormai gialli dalla polvere di zolfo stratificata nei decenni di produzione, oppure il Salone internazionale del gusto, capace di attrarre migliaia di turisti da tutto il mondo, con i relativi capitali? Da sempre, il variegato mondo ecologista trova un punto comune nella visione di un’economia con minore impatto sull’ambiente e meno ingorda di risorse materiali, che, come noto, salvo nuove mirabolanti scoperte tecnologiche, rappresentano un patrimonio finito in un contesto di voracità apparentemente infinito.

Torino, quindi, non già per ragioni ambientaliste, da circa trent’anni ha deciso di abbandonare la produzione e l’industria: un passaggio epocale, che necessità di trasformazioni culturali, psicologiche e infrastrutturali di pari portata.

Sostenere, come ampiamente si fa attraverso una propaganda forsennata, che tale trasformazione abbia avuto successo è fuori da ogni realtà materiale. Due cambiamenti vengono portati ad esempio, come prove di tale successo: la riqualificazione del centro cittadino, definito “salotto”, e la realizzazione della metropolitana dopo sessant’anni di veti più o meno espliciti da parte della FIAT.

Il riassetto del centro città, dopo decenni di abbandono, non è però corrisposto a una riqualificazione seria delle periferie, che rimangono una sorta di territorio extraurbano cannibalizzato economicamente e culturalmente dagli investimenti volti a rendere il “salotto di Torino” meta obbligatoria di turisti urbani, extraurbani e stranieri. Ovviamente, questo processo non ha nulla di innovativo perché, in generale, buona parte dei capoluoghi italiani è oggetto di un poderoso processo di doppio livello: centro, parco giochi; periferie, dormitori utenti del parco giochi.

La stessa filosofia del grande evento, che ha dominato quantitativamente l’offerta culturale torinese soprattutto negli ultimi anni, non può essere inquadrata esclusivamente sotto un’aura di magnificenza. Molte domande scaturiscono da questo approccio. Le grandi opere e i grandi eventi cultural-sportivi, dopo molti anni, quali benefìci hanno dato? Le Olimpiadi di Torino, a otto anni di distanza, quale effetto reale hanno avuto sul tessuto sociale della città? In questo bilancio, si tiene conto dello sperpero di denaro pubblico (vedi approfondimento a p. 188) comprovato? La città di Torino oggi ha un debito, con istituti di credito privati e non, pari a 3 miliardi di euro. In virtù di questo, l’accesso ai servizi è oggetto di una forte rivisitazione. Questi elementi incidono, senza alcun dubbio, sulla valutazione della visione “Torino città di cultura, servizi e turismo”. Non è possibile tracciare un quadro rimanendo fermi agli indicatori i quali, come vedremo nelle prossime righe, non possono che essere positivi.

La scelta di finanziare grandi eventi culturali ha in sé lo stesso principio del battente sostegno alle grandi opere infrastrutturali. Grandi masse monetarie, le quali spesso svicolano in mille rivoli incontrollati, e forse incontrollabili, che hanno come peculiarità la sicura creazione di un vasto consenso popolare. Gli stessi canali di finanziamento di tali “opere” evidenziano una forte impronta politica. Eventi come il Jazz festival – contrassegnato, nei tre anni passati, da una scarsa partecipazione causata soprattutto dalle avverse condizioni climatiche – vedono come soggetti finanziatori delle istituzioni, in cui il potere politico è predominante: partecipate e fondazioni bancarie. È possibile quindi intravedere, in filigrana, un processo in cui importanti investimenti vengono spesi in eventi spettacolari, non tanto per attrarre pubblico – in particolare, quello straniero risulta semilatitante – quanto per creare partecipazione empatica, da parte della città, attraverso i potenti mezzi di comunicazione e propaganda, atti a formare una narrazione che spesso va al di là della vera portata di quanto accade. Sono ovviamente tecniche note, vecchie come il mondo, che poi trovano un duro confronto con l’insieme dei dati che raccontano una città.

Pare che, come ha detto lo scrittore torinese Stefano Culicchia, il destino di Torino sia quello di una “città luna park”. Una specie di Las Vegas in salsa sabauda, magari molto meno pacchiana.

Il processo è sicuramente in corso.

Dai grafici seguenti (figg. 1 e 2) risulta evidente che gli “investimenti sulla cultura” sono stati sicuramente massicci e hanno portato a risultati positivi. La cultura, quindi, ha avuto un forte impulso e ha ottenuto, in sé, un buon ritorno.

> Per continuare a leggere, clicca qui e scarica il cap. 5 completo in PDF

Torino: oltre le apparenze

Torino: oltre le apparenze

Una buona opera di marketing se da un lato aumenta l’immagine di prestigio di una città, può però dall’altro lato occultarne anche i mali.

Gli autori con questo libro vogliono mostrare quello che i sindaci che si alternano cercano di nascondere. In pratica, intendono dare voce a quegli altri torinesi che non parlerebbero così bene del Chiampa o di Fassino, coloro che sono sempre più poveri, coloro a cui stanno espropriando la casa o vengono sfrattati, oppure raccolgono ciò che resta alla chiusura dei mercati. Ma anche coloro che si vedono costruire davanti l’ennesimo centro commerciale, oppure si sono visti demolire un edificio storico per farne degli inutili palazzi.

Dalla pagine di questo libero emerge la Torino di oggi: che è tutt’altro che solidale, la Torino della sperequazione, delle banche padrone, dei privati che guidano la mano pubblica, della Torino che si vergogna del proprio passato operaio, della Torino che oggi non è più manifatturiera ma non è neanche qualcos’altro.

Vai al Libro >

 

Associazione Pro Natura TorinoTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Associazione Pro Natura Torino

Fabio Balocco, Piero Belletti, Paolo Ghisleni, Maurizio Pagliassotti, Emilio Soave sono membri dell’Associazione Pro Natura di Torino, che Opera a difesa dell’ambiente e delle condizioni di vita dall’anno 1948 e fa parte della Federazione Nazionale Pro Natura.

Da anni viene dedicata particolare attenzione alle cosiddette “Grandi opere” con tutti gli aspetti negativi che queste comportano nei confronti dell’ambiente e dell’economia. Sempre con la consapevolezza che solidarietà e difesa del bene comune non possano che andare di pari passo con la tutela dell’ambiente.

Pro Natura Torino è un’Associazione volontaristica, apartitica e senza fine di lucro, che opera, fin dal 1948, nel campo della salvaguardia dell’ambiente naturale.

Pur essendo nata in ambito universitario, l’Associazione ha saputo coniugare il rigore scientifico con una visione politica dei problemi dell’ambiente, partendo dalla convinzione della insostenibilità di un crescita illimitata della società umana. Al contrario, per garantire la sopravvivenza dell’uomo è necessario raggiungere un equilibrio con l’ambiente naturale, evitando da un lato sprechi e consumi superflui e dall’altro fenomeni di inquinamento che potrebbero rendere problematica la vita stessa dell’uomo.

Pro Natura Torino agisce sia nel campo dell’informazione e della formazione, che in quello dell’attività diretta, che si manifesta con interventi concreti a tutela dell’ambiente naturale. Unitamente ad un altro centinaio di Associazioni sparse per tutto il Paese, costituisce la Federazione Nazionale Pro Natura, di cui ospita anche la sede e la Segreteria nazionale.

Pubblica il mensile “Obiettivo Ambiente” ed il trimestrale di informazione ambientalista “Natura e Società”, fondato nel 1970 da Valerio Giacomini e Dario Paccino.