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Avvento 2016
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La felicità non è una questione individuale

Leggi un estratto dal libro di Thich Nhat Hanh "Trasformare la sofferenza"

La felicità non è una questione individuale

Abbiamo visto che la nostra sofferenza è collegata a quella dei nostri antenati, dei nostri cari e del pianeta stesso, quindi sappiamo che la felicità non è una questione individuale.

Se sappiamo respirare con gioia, possiamo invitare i nostri antenati a godersi il respiro con i nostri polmoni. Se sappiamo camminare con piacere, possiamo invitare i nostri antenati a camminare con i nostri piedi.

Quando un giovane dice ai suoi genitori: "Questo è il mio corpo; questa è la mia vita. Posso farne quello che voglio", ha ragione soltanto in parte: non si rende conto di essere la continuazione dei suoi genitori e, prima ancora, dei suoi antenati. Questo corpo non è soltanto tuo: è anche il corpo dei tuoi antenati. Il tuo corpo è il prodotto collettivo della tua nazione, della tua gente, della tua cultura, dei tuoi antenati. Per questo non sei propriamente un individuo; in parte sei il prodotto della collettività.

Molti hanno dentro una sofferenza enorme, una sofferenza schiacciante, e non sanno come metterle fine. Per molti, quella sofferenza inizia da giovanissimi. Perché dunque la scuola non ci insegna a gestire la sofferenza? Se la sofferenza è molto forte non ci si può concentrare, non si riesce a studiare né a focalizzare l'attenzione.

La sofferenza di ognuno di noi influisce sugli altri. Più sapremo insegnarci a vicenda l'arte di soffrire bene, meno sofferenza sarà nel mondo, a livello globale, e più felicità.

Prendere a prestito la consapevolezza

A volte una sofferenza è così forte che richiede di essere riconosciuta da più di una sola persona.

Qualche volta abbiamo tutti bisogno di aiuto, quando la sofferenza minaccia di sopraffarci. Possiamo prendere a prestito l'energia collettiva della presenza mentale di un gruppo di praticanti, per riconoscere e abbracciare il blocco di sofferenza che abbiamo dentro. Quando la sofferenza è diventata un ostacolo che ci sembra insuperabile possiamo imparare a ricorrere al sostegno degli altri.

Se ci diamo il tempo di sederci insieme e di permettere all'energia collettiva della presenza mentale di riconoscere il nostro dolore e di abbracciarlo, diventiamo una goccia d'acqua che scorre nel fiume dell'energia risvegliata e ci sentiamo molto meglio.

Può darsi che non occorra neanche fare qualcosa, o persino dire qualcosa: ci limitiamo a permettere che l'energia collettiva della presenza mentale abbracci il nostro dolore. Altre volte invece dobbiamo esprimerci in modo più diretto e chiedere aiuto. Può essere molto difficile, ma gli altri desiderano veramente essere d'aiuto, se soltanto glielo chiediamo.

Se abbiamo persone care che stanno soffrendo, una delle azioni migliori da fare è proporre di sederci o camminare con loro e offrire la nostra energia di consapevolezza e di pace. Questo può aiutarle a calmarsi e ad abbracciare la propria sofferenza, mettendole in grado di camminare, sedersi e respirare in presenza mentale e di prendersi cura del bambino che piange dentro di loro.

Essere presenti per il dolore dell'altro

Quando ami una persona le vuoi offrire qualcosa che possa renderla felice. Secondo questa pratica, la cosa più preziosa che puoi offrire alla persona amata è la tua presenza.

Come puoi amare se non sei lì? Per amare devi essere presente. Essere presenti è una pratica.

Capita molto spesso che il corpo sia presente ma la mente sia altrove. Sei perso nei pensieri, nella tristezza, nella paura: non sei veramente presente per l'altro. Allora inspira e concentra l'attenzione sull'inspirazione: così porti a casa la mente al corpo e ti rendi presente.

Essere semplicemente presenti è la parte più importante della pratica.

Quando sei davvero presente puoi andare dalla persona che ami, guardarla negli occhi e dirle: "Sono qui per te". La cosa più preziosa che puoi offrire alla persona amata è la tua presenza - e non è una cosa che si possa comprare al supermercato.

Sofferenza collettiva, gioia collettiva

Quando le persone si riuniscono e generano l'energia della presenza mentale, della concentrazione e della compassione, danno origine a un genere sano di coscienza collettiva. E' una cosa buona di cui nutrirsi, questa.

In Germania ad un discorso che ho tenuto c'era un migliaio di persone ad ascoltare tranquillamente, comprese quattro giovani madri che allattavano al seno il loro bambino. I neonati bevevano il latte della mamma e assumevano anche l'energia collettiva della pace.

Al tempo degli attacchi dell'11 settembre 2001 ero in California dove stavo per tenere una conferenza pubblica. Naturalmente l'intera nazione americana era scossa dalle notizie: l'energia della rabbia e della paura era enorme, la sentivo chiaramente. E' molto pericoloso permettere inconsapevolmente a quel tipo di energia di entrarci dentro e farci del male. Così, quella sera ho tenuto un discorso su come calmare le emozioni forti.

Quando un'intera comunità ha paura o è arrabbiata ha un'energia fortissima e ha voglia di vendicarsi immediatamente. Di solito, però, l'azione spinta dall'energia collettiva della rabbia e della paura non è "retta azione" ed è molto facile che possa dare inizio a una guerra devastante.

Trovare rifugio in un ambiente dannoso

Quando le persone che hai attorno praticano la compassione saranno persone più sagge e felici, non soltanto individualmente, ma anche come gruppo. Combinare insieme la nostre esperienze e visioni profonde porta a una visione profonda collettiva che può essere più saggia della somma delle sue parti.

Senza una comunità, per la singola persona è più difficile cambiare qualcosa.

Se lavori in un ospedale, in uno studio medico, o dovunque si debba praticare tutti i giorni la compassione con persone in difficoltà, sai che avere colleghi che ti sostengono in quella pratica migliora di molto l'efficacia delle terapie. Un buon ambiente permette che si manifesti il meglio che abbiamo in noi. Un ambiente negativo può far emergere il peggio che abbiamo in noi.

Tutti abbiamo bisogno del sostegno di una comunità consapevole. Possiamo incontrarci per creare un ambiente che favorisca la guarigione là dove ci troviamo, dovunque sia: la famiglia, la classe, il luogo di lavoro possono diventare comunità consapevoli.

Quando ci mettiamo insieme a praticare con gioia il respiro consapevole, generiamo un'energia collettiva di presenza mentale e compassione che è molto sana e forte.

Molti di noi vivono quotidianamente in ambienti dannosi in cui si rinforza reciprocamente il sospetto, la competizione, l'avidità e la gelosia gli uni verso gli altri. Noi "consumiamo" l'ambiente come se fosse una specie di cibo, e i suoi elementi buoni o dannosi si diffondono piano piano dentro di noi.

Forse ti trovi in un ambiente negativo da cui non puoi andartene per ragioni reali come necessità familiari o vincoli economici. In questo caso puoi diventare una forza di cambiamento in meglio.

Incomincia costruendoti un porto sicuro, anche se si tratta solo di un angolo della stanza o di una scrivania. In rete ci sono anche comunità sane alle quali puoi iscriverti. Non perdere la speranza!

Puoi vivere in modo da dimostrare che la compassione è possibile in qualunque situazione. Dai l'esempio, anche se piccolo: altri potranno imparare da questo.

Il modo migliore di aiutare gli altri a ridurre in sé la paura, l'avidità e la violenza consiste nel far vedere che c'è un'alternativa. Se l'amore è degenerato in odio, hai la possibilità di trasformare i rifiuti di quell'odio in una sorta di concime che nutra il fiore dell'amore fino a una nuova fioritura.

Azione collettiva

Quando un gruppo di persone si riunisce e si impegna a praticare la presenza mentale - a respirare insieme, camminare insieme, cooperare in qualche buona iniziativa per ridurre la sofferenza nel mondo - la loro è azione collettiva positiva, che può essere molto potente.

Nell'azione collettiva si può vedere anche l'aspetto individuale: c'è chi si siede diversamente dagli altri, chi si concentra più facilmente, chi ha bisogno di maggiore sostegno. Nel collettivo possiamo vedere l'individuo, e l'individuo contiene in sé il collettivo.

Non esiste l'individualità assoluta, così come non esiste la collettività assoluta.

Qualunque cosa tu riesca a fare per ridurre la sofferenza nella tua comunità e nel mondo, nel buddhismo è definita "Retta Azione".

Quando vai al supermercato, puoi scegliere se praticare o no la Retta Azione: sono in vendita oggetti fabbricati da bambini che non hanno alcuna opportunità di andare a scuola; ci sono oggetti fabbricati con materiali potenzialmente dannosi. Facciamo parte dell'intera collettività, e anche queste decisioni individuali sui consumi influenzano la coscienza collettiva.

Ricordo che un giorno sono andato con alcuni bambini in un negozio di ferramenta. Abbiamo visitato tutti i reparti; ci servivano soltanto alcuni chiodi per un progetto e avevamo concordato in anticipo che non avremmo comprato nient'altro. Abbiamo passato più di un'ora nel negozio, imparando la provenienza e l'uso di ogni oggetto in vendita, ma non comprando altro che un pugno di chiodi.

L'abbiamo fatto come attività di gruppo particolare.

Certo, non è necessario metterci un'ora ogni volta che si deve comprare una cosa, ma ci si può sentire molto meglio sapendo che gli oggetti che si hanno in casa non sono intrisi del dolore di bambini-operai o di un campo avvelenato.

Il mondo intero è il nostro territorio

Forse pensiamo di essere responsabili solo della nostra sofferenza personale, della nostra felicità personale, invece la nostra felicità fa aumentare la felicità del mondo e la nostra sofferenza è la sofferenza del mondo.

In Vietnam c'è un racconto popolare buddhista che riguarda Mara, la personificazione della distrazione, dell'attaccamento e della disperazione - il personaggio diabolico che Ananda cercava di tener lontano dalla grotta del Buddha.

Si dice che prima dell'illuminazione del Buddha, quando il mondo era sotto il dominio di Mara, ci fossero molte violenze e molte guerre; la gente soffriva enormemente ma cercava di ricordarsi che "Se c'è Mara, c'è il Buddha. Non dobbiamo preoccuparci, alla fine il Buddha si manifesterà".

Il giorno dell'illuminazione, il Buddha se ne stava seduto in piena quiete. Mara disse: "Chi è questo tipo seduto così tranquillo?". Mara non disturbò il Buddha, lo lasciò seduto e basta. Dopo quella meditazione seduta il Buddha si alzò e si mise a camminare in consapevolezza, in libertà e pace. Allora Mara gli chiese: "Chi sei? Perché sei qui?".

Il Buddha rispose: "Vedo che questa Terra è un luogo bellissimo: il paesaggio è stupendo; il primo mattino è bellissimo; il pomeriggio e la sera sono bellissimi. Vedere queste meraviglie mi rende così felice! Non ho nessun bisogno di proprietà o ricchezze; non mi serve nulla. Mi serve soltanto la possibilità di starmene seduto tranquillo e di poter camminare su questo splendido pianeta".

Mara pensò che non era poi male, come richiesta: "Va bene, puoi startene seduto quanto ti pare, puoi camminare quanto ti pare", gli disse.

Qualche giorno dopo, Buddha chiese: "Ho alcuni amici. In realtà ho milleduecentocinquanta amici, e tutti vogliono stare seduti, tutti vogliono camminare in presenza mentale. Possiamo avere una zona dove sederci e camminare in consapevolezza e in pace?". Mara rispose: "Certamente, se vi sedete e camminate, va bene. Quanto spazio volete per praticare la meditazione seduta e la meditazione camminata?".

All'epoca non c'erano strumenti di misura raffinati. Il Buddha disse: "Ho tre vesti. Se sei d'accordo, mi toglierò la veste esterna e la lancerò verso il cielo, il più in alto possibile. L'ombra che la mia veste getterà sulla Terra è lo spazio che desidero avere per sedermi, camminare e vivere in consapevolezza".

Mara disse: "Beh, al massimo si tratterà di pochi chilometri. Va bene". Il Buddha arrotolò la veste e la lanciò su nel cielo. La veste salì in alto, sempre più in alto, sempre più in alto; poi si aprì e la sua ombra coprì l'intero pianeta.

Da allora in poi il Buddha e i suoi studenti camminarono per tutta la Terra, praticando la compassione e la presenza mentale e aiutando le persone a soffirire meno.

Abbiamo il diritto di farlo anche noi tutti, su questo pianeta, riducendo la sofferenza e facendo crescere la felicità.

Questa Terra non è solo il territorio di Mara, è anche il territorio del Buddha.

L'arte della felicità

Si può descrivere l'essenza della nostra pratica come la trasformazione della sofferenza in felicità. Non è una pratica complicata, ma ci richiede di coltivare la presenza mentale, la concentrazione e la visione profonda.

Richiede prima di tutto che torniamo a casa a noi stessi, che facciamo pace con la nostra sofferenza, trattandola con tenerezza e osservando a fondo le radici del nostro dolore. Richiede che ci liberiamo delle sofferenze inutili, non necessarie, che lasciamo cadere la seconda freccia e che diamo un'occhiata più da vicino alla nostra idea di "felicità". Infine, richiede che nutriamo quotidianamente la felicità, attraverso il riconoscimento, la comprensione e la compassione per noi stessi e per le persone che abbiamo intorno.

Offriamo queste pratiche a noi stessi, alle persone care e alla comunità in senso più ampio.

Questa è l'arte della sofferenza e della felicità: ad ogni respiro alleviamo la sofferenza e generiamo gioia; ad ogni passo sboccia il fiore della visione profonda.

Trasformare la Sofferenza

Trasformare la Sofferenza

Il grande segreto per vivere felici è riconoscere e trasformare la sofferenza, non fuggire da essa.

Un proposito difficile da perseguire.

Il dolore ci spaventa e la società in cui viviamo ci suggerisce molteplici scappatoie per non guardare in profondità ciò che ci tormenta. C'è chi per non sentire la sofferenza usa il cibo, chi si stordisce con la televisione, l'alcol o altri strumenti di distrazione di massa.

Thich Nhat Hanh suggerisce di affrontare a viso aperto il dolore, fermarci, praticare il respiro consapevole e meditare, così da generare quell'energia necessaria per vivere a fondo la propria vita.

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Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh, maestro zen vietnamita, poeta e pacifista, è stato proposto nel 1967, da Martin Luther King, per il Premio Nobel per la pace, ed è stato a capo della delegazione buddhista vietnamita durante gli accordi di pace di Parigi.

Viaggia regolarmente in America e in Europa per insegnare e guidare ritiri sull'arte di "vivere consapevolmente".

Ha pubblicato molti libri in inglese, francese e vietnamita.

 

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