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L’incontro con gli animali - Estratto da "Che...

L’incontro con gli animali - Estratto da "Che Cosa Mi Vuoi Dire?"

«Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione,
ma non la riconosciamo come tale
perché non è come ce l’aspettavamo.
Innanzitutto avevamo già smesso di aspettarla,
e inoltre l’avevamo immaginata provocata da noi
mentre sembra che stia accadendo per conto proprio».
Claudio Naranjo

Una dimensione tipicamente umana

La storia

Giovanni spostò indietro la sedia in acciaio che era al suo fianco allontanandola leggermente dalla scrivania e vi si abbandonò con tutto il peso e con un gran sospiro. Infilò la mano nella tasca, tirò fuori un fazzolettino di carta e si asciugò il sudore che copioso gli bagnava la fronte.

Fritz era entrato nell’ambulatorio dopo di lui; lentamente aveva fatto qualche piccolo giro su se stesso e si era pesantemente accomodato proprio in mezzo alla stanza.

«Dimmi tutto…», dissi a Giovanni, riponendo nel caricabatterie il telefono che avevo in mano.

E lui cominciò a raccontarmi che Fritz, inaspettatamente, era caduto a terra; gli avevano ceduto di colpo le zampe posteriori, così, senza alcun preavviso. Lui se n’era accorto solo perché, a un certo punto, il guinzaglio si era teso improvvisamente.

«Teso improvvisamente?», dissi aggrottando leggermente le sopracciglia.

«Sì, perché io non mi ero neppure accorto che era caduto».

«Come sarebbe, non te ne eri accorto?».

«No, io ero davanti», mi rispose in tutta franchezza.

«Ma dai! Non ti sei accorto di quello che capitava?!».

«No, cioè sì, ma solo dopo», ribatté Giovanni.

Fritz era un cagnone di 40 kg; avremmo potuto definirlo decisamente anziano, con un’andatura lenta e pesante. Aveva il pelo lungo, fulvo, con un’abbondante spruzzata di colore bianco sul muso a rimarcare l’inevitabile passare del tempo. Nelle passeggiate, soprattutto dall’inizio di quell’estate, la fatica nell’incedere era notevolmente aumentata per il sovrapporsi di un’insufficienza cardiaca.

L’immagine di Giovanni che camminava piuttosto speditamente, immerso completamente nei suoi pensieri, e di Fritz al quale cedevano improvvisamente le zampe posteriori mi fece venire in mente un modo di essere che conoscevo molto bene.

…la storia continua…

Mentre eravamo intenti a osservare il “grande Fritz” che placidamente si stava godendo la frescura del pavimento, si sovrappose nella mia mente l’immagine di me stesso mentre correvo da una sala all’altra della grande clinica che mi ospitava per il tirocinio, all’inizio della mia carriera professionale, nel 1991.

Era la prima volta che vestivo i panni del veterinario e tutto quello che pensavo, sentivo e facevo aveva la trepidazione, il sapore e la leggerezza di una prima, tiepida e frizzante giornata primaverile.

Il ritmo del mio destino stava finalmente risuonando nella mia vita.

Qualche mese innanzi, all’inizio di aprile di quell’anno, io e il mio amico Umberto ci eravamo laureati a Torino, fuggiti, circa un anno prima, dall’università di Parma a causa dell’eccessivo baronismo e dell’assoluta asetticità dell’insegnamento (un’esperienza con il progetto Erasmus in Irlanda, antecedente di qualche anno, mi aveva fatto prendere coscienza dell’estrema importanza che aveva lo studente nel modello di insegnamento anglosassone).

Io mi ero laureato con una tesi sullo stomaco dei cammelli, lui sul corno d’Ammone dei ruminanti (una parte del cervello).

L’esperienza torinese e le lunghe chiacchierate ci avevano fatto incontrare su una certa progettualità comune che sfociò successivamente, e spontaneamente, nella nostra prima esperienza lavorativa in una clinica veterinaria che si occupava dei cosiddetti piccoli animali.

Ai primi di maggio partimmo per la Toscana armati di tanto entusiasmo e tanta voglia di imparare.

Nonostante la commozione e la gioia che mi stava comunicando il ricordo di quel momento, balzò subito alla mia attenzione una nota piuttosto stonata che assomigliava a un penetrante, continuo e monotono ronzio di sottofondo.

Non era un rumore meccanico come quello che sarebbe potuto provenire da uno dei numerosi apparecchi diagnostici che riempivano gli ampi spazi della struttura.

Era un rumore diverso, più interno direi; una distorsione dell’immagine stessa, come se l’immagine possedesse una sua qualità, oltre che visiva, anche sonora.

Era un rumore di pensieri che si rincorrevano in continuazione e che avevano il pericoloso potere di comandare i muscoli.

Quel correre a destra e sinistra, quello spostare continuamente l’attenzione ora su questo ora su quell’altro animale, in costante e rapida sequenza, non solo per soddisfare le esigenze manageriali del veterinario capo della clinica, ma proprio come metodo lavorativo fondante la mia attività professionale, stava inesorabilmente condizionando il mio approccio con l’animale.

L’eterna sfida tra la quantità e la qualità era appena incominciata.

Mi ricordo perfettamente, verso la fine di quell’estate, il momento in cui presi posizione rispetto a tale tipo di progettualità professionale. Semplicemente mi feci la seguente domanda: questo metodo mi avvicina o mi allontana dall’animale?

…la storia continua…

Intanto Fritz si era pesantemente addormentato. Giovanni e io continuavamo a osservarlo.

Mi girai verso Giovanni e gli dissi: «Sai, stavo pensando a quando ho cominciato la mia carriera di veterinario. Riflettevo sulle qualità delle cose; pensavo che fosse molto difficile fare tantissime cose e farle tutte di qualità».

Giovanni, imbianchino e muratore con partita iva, con alcuni ampi movimenti del capo mostrò subito un forte interesse per l’argomento.

«Pensavo – continuai – che è un attimo sbagliare strada e infilarsi irreparabilmente nel metodo della quantità; sia nel tuo ma anche nel mio mestiere»

Mi stavano venendo in mente episodi di quando ero in Toscana a fare il tirocinio; mi ricordo che, nella quotidianità lavorativa, la maggior parte della mia attenzione veniva costantemente catturata dagli strumenti diagnostici. Bisognava essere concentrati su di essi, essere in grado di utilizzarli al meglio per imparare a fare la giusta diagnosi.

Mi ero accorto che tra esami del sangue, radiografie, ecografie, strisci di materiale biologico e altro, l’animale non faceva altro che allontanarsi da me.

Cioè, ero io che mi stavo allontanando da lui.

Era l’uso eccessivo e onnipervasivo dei mezzi diagnostici, e della eventuale successiva chirurgica, che stavano creando quel solco.

È stato quello il momento in cui ho cominciato a pormi la domanda: questo modo di agire, questo metodo, mi avvicina o mi allontana dall’animale?

Mi avvicina o mi allontana da quello che sento essere il mio modo di essere veterinario?

Sono domande che sto continuando a farmi.

Intanto, con il tempo, ho capito che l’avvicinarsi o allontanarsi non è qualcosa che avviene di colpo, anche se a volte certi strattoni sono quasi inevitabili.

È piuttosto un processo che avviene passo dopo passo, anno dopo anno. Ci si avvicina e/o ci si allontana.

Osservando gli animali ho capito che questa è una modalità che abbiamo in comune. Un pendolo emozionale istintivo, primordiale.

Mi è capitato di tenere un seminario di biopsicogenealogia con il medico francese Gerard Athias.

Lui definisce come biologico quest’approccio, cioè appartenente alla biologia. Ancora più profondo delle emozioni e dei pensieri, perché nella storia evolutiva nasce ancora prima dello sviluppo della neocorteccia. Arcaico. Un pendolo esistenziale con il quale conviene fare i conti o almeno prendere confidenza.

Fritz fece un profondo e lungo sospiro come per sottolineare quelle mie riflessioni.

Ci fu un attimo di silenzio, poi Giovanni e io ci guardammo dritti negli occhi e ci facemmo una grassa risata.

Mi sono allontanato volontariamente e consapevolmente da un approccio all’animale frettoloso e distaccato. Non potevo permettere che un modello precostituito avesse così tanta influenza sulle mie azioni quotidiane. Le visite frettolose mi facevano rimanere troppo in superficie, i mezzi diagnostici mi aiutavano ad andare più in profondità ma mi separavano dall’animale.

È una gran bella cosa quando nella vita comprendiamo di aver preso una direzione sbagliata e io me ne accorsi abbastanza presto, anche se poi mi ci sono voluti più di vent’anni per raggiungere un porto sicuro.

I mezzi diagnostici hanno il vantaggio di riuscire a dare un nome e cognome al problema di cui soffre l’animale, ma hanno il grosso limite di dividere l’animale stesso in tanti frammenti che non comunicano assolutamente tra di loro.

Se l’animale ha una dermatite, il problema è la pelle, se ha l’otite il problema sono le orecchie, se ha la diarrea, è l’intestino.

Ovviamente questo libro non intende negare o rifiutare il senso di tale approccio, quanto piuttosto mira a evidenziarne i limiti e soprattutto la ristrettezza percettiva nell’identificare sempre e comunque l’animale solo con uno o più organi malati.

Le specializzazioni professionali, così diffuse in medicina umana, negli ultimi anni vengono proposte anche nel contesto della medicina veterinaria e rappresentano la naturale tendenza dell’approccio scientifico.

Se da una parte concentrare tutta l’attenzione terapeutica solo su una sezione molto stretta della realtà (identifico ad esempio la diarrea come una sofferenza della mucosa del colon) risulta quanto mai essenziale per poter definire con un nome specifico la patologia, dall’altra tale approccio ha l’intrinseco difetto di essere troppo polarizzante. Per polarizzazione si intende un qualunque tipo di esperienza che rimane concentrata solo su un polo. La Terra, ad esempio, ha due poli: polo nord e polo sud. È come se noi conoscessimo perfettamente e nei minimi dettagli il polo nord ma del polo sud non conoscessimo neppure l’esistenza.

Una realtà polare è dunque un tipo di esperienza che rimane chiusa in se stessa, autoreferenziata, incapace di vedere e di accettare altri tipi di realtà. Un esempio tipico di questa modalità è rappresentato dall’ostilità manifesta della medicina scientifica nei confronti dell’omeopatia e delle altre medicine complementari, atteggiamento che non tiene conto del fatto che i veterinari omeopati possiedono la stessa preparazione scientifica di base di qualunque altro veterinario.

Iain McGilchrist, nel suo libro The Master and his Emissary, fa l’esempio dei due occhi: così come abbiamo due occhi che vedendo da due angolazioni differenti ci danno la possibilità di percepire la profondità dell’immagine, così anche la patologia di cui soffre l’animale può essere percepita nella sua reale profondità solamente se usiamo due modelli di percezione differenti.

L’esperienza della clinica toscana ci aveva sbattuto in faccia, a me e a Umberto, la necessità di fare delle scelte. Il solo approccio scientifico era decisamente troppo riduttivo per noi. Troppo unico, troppo freddo, troppo meccanico, troppo piatto, troppo tagliente, troppo statistico, troppo schematico. Eccessivamente limitante per la nostra necessità di afferrare la complessità della realtà.

In quegli anni, in Italia, veniva pubblicato da Longanesi il libro Mani di Luce, di Barbara Ann Brennan; era la prima volta che incontravo un libro così completo sulla conoscenza di sé e il processo di guarigione.

In questo libro l’Autrice sottolineava che con l’avvento della moderna tecnologia e il declino della figura del medico di famiglia, il quale conosceva la storia di tutti i membri del nucleo, il medico viveva la reale incapacità di assumersi la responsabilità di ogni singolo paziente.

Una medicina spersonalizzata, la definiva, ma sottolineava anche il fatto che «questa spersonalizzazione era alla base di una profonda rivoluzione culturale, poiché il paziente avrebbe dovuto necessariamente vivere il processo terapeutico come un fatto personale e non esclusivamente come una delega».

Sentivo che questo concetto risuonava profondamente in me: coinvolgere attivamente la persona che viveva con il suo animale all’interno del percorso di guarigione dell’animale stesso poteva realmente rappresentare una sana trasformazione del mio lavoro.

A quell’epoca, però, tale pensiero era davvero appena un’idea, un “sarebbe bello se…”.

Di sicuro, in accordo con Umberto, riconoscevamo la necessità di spostarsi verso nuovi tipi di esperienze che potessero maggiormente sostenerci nel percorso di allontanamento da quel “troppo”.

Giovanni era troppo immerso nei suoi pensieri da accorgersi che Fritz era rimasto indietro ed era caduto e io rischiavo di fare lo stesso con quella parte di me che nell’infanzia aveva scelto di affiancare gli animali nella loro esperienza terrena.

 

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Stefano Cattinelli

Stefano Cattinelli è Medico veterinario, diplomato in Omeopatia veterinaria unicista nel 1997 ed esperto in Antroposofia di Rudolf Steiner; diplomato in kinesiologia sistemica.

Per più di dieci anni ha seguito il lavoro dell'artista geomante Marko Pogacnik sugli Spiriti di Natura e il canto armonico ultimando gli studi della sua Scuola di Geomanzia.

Docente nel percorso di "Counselor in Fiori di Bach" presso il centro Kivani a Roma. Nel 2009 ha creato il Percorso di Dinamica Emozionale Uomo-Animale-Uomo che nel 2014 ha preso la sua forma definitiva all'interno dell' Associazione Culturale Impronte con l'Anima fondata insieme a Paola Fulgini e Alessandro Ragazzon.

Segue il percorso di formazione in Costellazioni Familiari di Bert Hellinger e si occupa di Costellazioni famigliari sistemiche per gli animali. Si occupa della Nuova Medicina Germanica di Hamer e di Bio-Psico-Genialogia secondo Athias.

Ha pubblicato i seguenti libri: Amici fino in fondo per AAM Terra Nuova, L'ultimo dono: percorsi interiori per accompagnare consapevolmente il nostro animale alla fine della vita, Impronte di luce edizioni, Tenersi per zampa, accompagnamento empatico e cure palliative per gli animali, per le edizioni Amrita, Che cosa mi vuoi dire? Scopri il linguaggio delle emozioni che i tuoi amici a 4 zampe usano per relazionarti con te per Macro edizioni. È curatore della collana "Qua la zampa" per Macro Edizioni.

Fondatore della Veterinaria Sistemica Famigliare (V.S.F.) e autore di numerosi articoli.

 

 

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