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John Whitmore - Intelligenza Emotiva - Coaching

In anteprima il capito 23 del libro "Coaching" scritto da John Whitmore

John Whitmore - Intelligenza Emotiva - Coaching

INTELLIGENZA EMOTIVA

L’intelligenza emotiva è doppiamente importante rispetto all’acutezza mentale per il successo sul lavoro.

Il contributo di Maslow non si limita alla sua gerarchizzazione dei bisogni (descritta nel Capitolo 13); insieme a Carl Rogers, egli fu tra i fondatori della psicologia umanistica, a volte definita la terza forza della psicologia emersa dopo la psicoanalisi, il behaviourismo e la psicologia cognitiva. Invece di studiare le malattie mentali e la patologia, come avevano fatto gli altri prima di lui, per farsi un’idea più approfondita della natura umana Maslow studiò persone sane, nel pieno delle loro facoltà. L’obiettivo della psicologia umanistica, che attribuiva grande valore alle emozioni, era la realizzazione del massimo potenziale umano mediante l’autoconsapevolezza. Generò molte nuove forme sperimentali di psicoterapia e negli anni Settanta penetrò in parte nel mondo degli affari. Influenzò in qualche misura la tendenza verso lo sviluppo personale, per quanto solo nel 1985 il libro di Daniel Goleman rese l’intelligenza emotiva non solo accettabile, ma anche desiderabile, al punto di costituire una necessità nel campo degli affari. La ricerca di Goleman indicò che l’intelligenza emotiva (EQ) aveva un’importanza doppia rispetto all’acutezza mentale (IQ) per il successo sul luogo di lavoro.

Tutti cominciarono a volerla. Per un coach professionista si tratta di un prerequisito. In realtà, l’intelligenza emotiva non è niente di nuovo, sebbene lo sia il termine con cui è stata definita. Si può descrivere come intelligenza interpersonale o, ancor più semplicemente, come abilità di interagire con gli altri. Si può dividere in cinque sfere: conoscere le proprie emozioni (autoconsapevolezza), gestire le proprie emozioni, motivarsi, riconoscere le emozioni degli altri e gestire i rapporti interpersonali. Sembra abbastanza semplice; tutti, in una certa misura, siamo dotati di queste abilità. Le persone emotivamente intelligenti le esprimono semplicemente in modo più completo degli altri.

La ricerca di Goleman ha indicato che per il successo nell’ambito lavorativo, l’intelligenza emotiva è doppiamente importante (il 66% rispetto al 34%) rispetto alla conoscenza accademica o tecnica; per tutti, non solo per i leader, in termini sia di rapporti interpersonali sia di produttività. Per i ruoli di leadership, la differenza è ancora maggiore (85% rispetto al 15%).

Ai miei corsi di coaching chiedo ai partecipanti di pensare a un adulto della loro infanzia, non un genitore, ma a qualcun altro che ricordano con particolare affetto, che sia una nonna o uno zio, oppure un amico di famiglia. Poi chiedo loro di elencare quali siano le caratteristiche che rendono questa persona molto più degna di essere ricordata rispetto a tutte le altre. In seguito faccio confrontare ai partecipanti i propri elenchi e tutti rimangono meravigliati dalla ricorrenza e dalla similarità delle caratteristiche; e questo accade indipendentemente dal paese e dalla cultura.

Le caratteristiche sono più o meno queste:

  • Mi trattava come se fossi un suo eguale.
  • Mi ascoltava ed era interessato/a alla mia opinione.
  • Mi dedicava il suo tempo e la sua piena attenzione.
  • Mi metteva in discussione e mi sfidava.
  • Credeva in me; era convinto/a che potessi farcela.
  • Era divertente, entusiasta e mi faceva ridere.
  • Con lui/lei mi sentivo accudito, amato, appoggiato e al sicuro.
  • Mi rispettava.

A questo punto, chiedo a tutti come si sentivano quando erano con questa persona, e le risposte sono ancora una volta convergenti: “speciale”, “apprezzato”, “sicuro di me”, e, spessissimo, “sentivo di avere fiducia in me stesso”.

Naturalmente ci sono anche altre risposte, ma le più ricorrenti sono queste. Per diventare più emotivamente intelligenti o imparare a scegliere comportamenti appropriati, però, non basta controllare su una lista se i tuoi comportamenti corrispondono a quelli di un ideale teorico o accademico. Indubbiamente è molto più semplice immaginare la tua persona speciale più anziana di te e paragonare i tuoi comportamenti a ciò che farebbe lei in quella circostanza. Quella persona aveva molta intelligenza emotiva; usala come modello a cui ispirarti.

Se l’intelligenza emotiva è così importante per il successo sul lavoro, e la scuola dovrebbe in teoria preparare i bambini alla vita, è un'omissione imperdonabile che in essa non si insegni questa abilità. Alla base si dà per scontato, naturalmente, che la capacità di porsi in relazione con gli altri si apprenda attraverso l’interazione sociale con coetanei e adulti, e che non si possa insegnare, o non sia necessario farlo. Sono entrambe idee sbagliate. In realtà, la scuola costituirebbe un ambiente ideale per sviluppare l’intelligenza emotiva dei giovani, mediante gioco, esercizi interattivi strutturati e coaching.

Intelligenza spirituale

Appena digerite le abbreviazioni EI o EQ, entrambe usate per rappresentare l’intelligenza emotiva, apparvero vari nuovi libri che promuovevano i meriti della SQ, ovvero l’intelligenza spirituale. Il termine “spirituale” in questo caso non si riferisce alla religione ma è, come lo definisce l’autrice Elisabeth Denton, “il desiderio fondamentale di trovare un signifi cato e uno scopo estremi nella propria vita, e di vivere una vita integrata”. Nel suo libro Spiritual Intelligence, Danah Zohar cita un uomo d’affari trentaseienne che descrive così la propria crisi personale:

Gestisco una grande azienda di successo qui in Svezia. Godo di buona salute, ho una famiglia meravigliosa, una posizione nella comunità, suppongo che si possa dire che ho “potere”. Però non sono ancora sicuro di quello che sto facendo nella mia vita. Non sono sicuro di essere sulla strada giusta, facendo il lavoro che faccio.

L’uomo spiega di essere molto preoccupato per lo stato in cui versa il mondo, specialmente la condizione ambientale globale e il crollo della comunità. Ha l’impressione che le persone ignorino la portata reale dei problemi che si trovano di fronte. Le grandi aziende come la sua sono particolarmente colpevoli per il fatto che non si occupano di quei problemi: “Voglio fare qualcosa a riguardo”, continua. “Voglio, per così dire, usare la mia vita per contribuire, ma non so come. So solo che voglio far parte della soluzione, e non del problema”.

Allora, come fa un coach a lavorare su questo tipo di problemi, e quali abilità gli occorrono? Sicuramente, i coach più efficaci devono andare oltre il livello delle abilità di base del saper porre domande per aumentare la consapevolezza e la responsabilità, dell'essere buoni ascoltatori, del seguire le questioni del cliente e la sequenza del GROW. C’è molto di più nel coaching, e questo ci conduce all’evoluzione successiva della psicologia.

 

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Il padre del Coaching

John Whitmore

Sir John Whitmore è universalmente riconosciuto come il padre del coaching nonchè il professionista che ha avuto maggior impatto sullo sviluppo di questa professione. Pensatore di spicco nell'ambito della leadership e del cambiamento organizzativo, oggi è autore di libri di successo e un pensatore all'avanguardia, specializzato, oltre che in leadership e sviluppo organizzativo, anche in sostenibilità sociale e ambientale. Opera come Executive Chairman della società Performance Consultants International.

 

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