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Io, prigioniero di una vita sbagliata - Estratto...

Leggi in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro di Elena Poletti e intraprendi un vero viaggio di crescita spirituale insieme ai protagonisti

Io, prigioniero di una vita sbagliata - Estratto dal libro "L'Opera è Compiuta grazie all'Iris"

Sono nato in un piccolo paese della provincia bresciana, alla fine degli anni '50. Sono il primo di cinque figli, l'unico maschio e su di me ricadeva tutta la responsabilità delle sorelle. Sin da piccolo, infatti, ho dovuto prendermi cura di loro.

Ero oppresso da quel continuo obbligo, che mi impediva di godere della spensieratezza tipica dell'infanzia. Non potevo giocare con gli altri bambini, a meno che non mi portassi appresso la sorella più piccola.

Aspettavo con ansia la domenica, quando puntualmente andavamo dal nonno. Viveva in un enorme cascinale a pochi chilometri da noi. In quelle giornate non potevo badare alle mie sorelle, avevo troppo lavoro da fare! Il nonno mi portava nei campi; "nom a catà só le taché", diceva.

Ogni anno i fossati in campagna venivano ripuliti dagli arbusti che esplodevano di vegetazione in primavera, per permettere all'acqua di scorrere. Io ed altri bambini raccoglievamo i piccoli pezzi di legna, le tache in dialetto, rimasti a terra, con i quali poi si accendeva la stufa.

Riempivo il mio secchio di latta e lo mostravo al nonno, fiero del mio lavoro.

A settembre iniziava la vendemmia, e noi bambini aiutavamo i grandi raccattando gli acini caduti dai grappoli durante il raccolto. I cugini più grandi di me, invece, potevano usare le forbici e staccavano l'uva dai tralci più bassi, risparmiando così agli adulti la fatica di piegarsi troppo. Riempivamo le ceste e le svuotavamo sul carro. Era una gran festa, era sempre una gran festa dal nonno.

Dopo il raccolto, tutti nel grande tino, a pigiare l'uva con i piedi. Le gambe mi prudevano fino al ginocchio, ma ero felice. L'intera campagna si riempiva del profumo acre e dolciastro del mosto, carico dell'energia del sole.

La sera eravamo tutti stanchissimi, e, a volte restavamo a dormire in cascina. Nella mia stanza c'era un braciere che ardeva tutta la notte per scaldarmi e per seccare i salami appesi al soffitto. Mi piaceva quel profumo.

Il nonno mi insegnava tutto. Era rimasto vedovo dall'età di quarantanni, e non si era mai risposato. "Non esiste una donna come tua nonna", mi ripeteva spesso. "Era forte, buona, proprio come te". Ero fiero di quelle parole. Mi facevano sentire speciale. Per questo talvolta scappavo in soffitta, dove avevo scoperto il baule della nonna, con la sua vecchia biancheria. Mi piaceva indossare il suo abito da sposa.

Qualche volta il nonno veniva a prendermi a scuola. Subito fuori dal portone potevo scorgere la sua possente figura, col cappello in testa, in sella alla bicicletta. Aveva modellato un pezzo di legno per poterlo incastrare sotto il manubrio, e lì mi sedevo. Mi avvolgeva con il suo lungo mantello dal quale, giunti ad un bivio vicino, spiavo per vedere se mi portava a casa perché a volte capitava, con mio grande entusiasmo, che andassimo a pranzo in cascina.

Diceva ai miei genitori che mi portava da lui per farmi mangiare perché ero troppo magro e passavo il pomeriggio in sua compagnia. Nelle giornate più calde, insieme ad alcuni amici, mi bagnavo nei campi che, irrigati, diventavano un'enorme pozzanghera. Tornavamo a casa fradici e sfiniti.

C'erano però dei momenti in cui la bellezza di questo idillio sembrava incrinarsi. Una volta, per esempio, sorpresi il nonno che parlava con mio padre. Diceva che avrebbe voluto portarmi a caccia, ed io sentii, per la prima volta, che in me c'era qualcosa di sbagliato. Sentivo di preferire di gran lunga rimanere a casa con la mamma e le mie sorelle ed aiutarle in cucina. Avrei voluto essere come loro.

Il nonno morì improvvisamente una notte d'autunno. Si addormentò la sera, dopo aver bevuto la sua tazza di latte caldo, e non si risvegliò più. È stato il mio primo lutto: non capivo bene perché se ne fosse dovuto andare così in fretta, senza salutare, ma poi pensai che era giusto per lui, era fatto così. Pochi giorni dopo lo sognai. Mi rincorreva a braccia aperte dicendo "aspetta, voglio solo salutarti", ma io scappavo urlando "non puoi toccarmi, altrimenti anche io morirò".

Non ho mai dimenticato quel sogno. Avevo dieci anni, e la mia infanzia terminò.

La mia vitalità, con l'adolescenza, lasciò il posto ad una forma di irrequietezza ogni giorno più distruttiva. Senza una causa apparente, cominciai a chiudermi in me stesso. Cercavo, ora che il nonno non c'era più, di attirare l'attenzione dei miei genitori, volevo che si accorgessero di me, volevo che mi chiedessero come stavo.

Ero stanco di essere il primogenito, volevo essere semplicemente figlio. Solo il nonno era in grado di trasmettermi quell'amore che tanto desideravo. Sentiva quando ero triste: una sua carezza ed un sorriso sdentato mi riempivano il cuore, ed ora mi mancavano enormemente.

Passai così il periodo della mia adolescenza, sentendomi solo e poco amato.

L'Opera è Compiuta Grazie all'Iris

L'Opera è Compiuta Grazie all'Iris

Elena Poletti ci racconta un vero e proprio itinerario alla riscoperta del sé; un percorso affascinante di “purificazione” scandito dalle esperienze concrete dei protagonisti di questo “viaggio”, Carlo ed Elena, che attraversa il complesso mondo della Kabbalah e degli insegnamenti di Niro Markoff, Nader Butto, Roy Martina e altri che oggi indicano una strada nuova ad una nuova umanità.

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Elena PolettiTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

ELENA POLETTI è una studiosa degli innumerevoli approcci che propongono oggi le conoscenze "alternative". I campi da lei approfonditi spaziano dalla Kabbalah alla Meditazione, dalla scrittura al Live coach, e più in generale nella ricerca di se stessi. Ha scritto diversi libri.

 

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