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Introduzione - Utero in Affitto - Libro di Enrica...

Leggi un estratto dal libro di Enrica Perucchietti "Utero in Affitto"

Introduzione - Utero in Affitto - Libro di Enrica Perucchietti

«Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico».
Herbert Marcuse

Il lettore mi perdoni una breve digressione in apparenza personale. Da quando tre anni fa ho scritto insieme al collega Gianluca Marletta la prima edizione di Unisex ho ricevuto ogni genere di insulto e minaccia di morte (gli inviti a bruciarmi viva in piazza come una strega si sono sprecati).

Poco prima della pubblicazione molti colleghi, ben più famosi di noi, ci avevano detto in privato, fuori dai denti, che non avrebbero mai affrontato in pubblico tematiche così delicate per evitare il linciaggio mediatico. E in effetti è scoppiata la bufera, sapientemente pilotata per farci deporre le armi e impedirci di trattare ulteriormente il genere di tematiche affrontate. Non c'è infatti bisogno di una pallottola per fermare un giornalista o uno scrittore, ci sono armi più sottili e altrettanto efficaci, come la persecuzione mediatica, l'indifferenza di chi potrebbe tutelarti, la paura dei colleghi nel sostenerti.

Sembra infatti che trattare alcuni temi come il gender o la maternità surrogata non sia “di sinistra” e quindi da biasimare pubblicamente. Ti devi semplicemente “vergognare” a pensare e a promuovere certe posizioni. Devi persino iniziare a dubitare della tua sanità mentale.

Sono tra coloro che ritengono assolutamente superata la dicotomia destra/sinistra e trovo ridicolo imbarazzarsi ed evitare di trattare un argomento perché “politicamente scorretto”. Cavalcare ciò che è politicamente corretto o radical chic è semplicemente da codardi e l'età adulta porta con sé la presa di posizione e la salvaguardia di quei valori che si ritengono importanti.

Devo dunque dare ragione al filosofo Alain De Benoist quando parla della dittatura del politicamente corretto che si riversa nel boicottaggio mediatico di alcuni personaggi/pensatori che risultano scomodi.

Di certe tematiche non si deve parlare per non urtare alcune minoranze che sembrano aver preso in ostaggio il senso critico. Chi si permette di farlo dovrebbe ritagliarsi una fascetta di tessuto, ricamarci l'iniziale di “E” di eretico, e cucirsela a bella vista sui vestiti. In fondo anche la stregoneria quando venne perseguitata era assimilata all'eresia. Anche essere politicamente scorretti è una forma di eresia: significa rifiutarsi di conformarsi al pensiero unico, dissentire dall'Ortodossia di Stato (dal Partito direbbe Orwell), forgiarsi una propria opinione alternativa alla maggioranza e difenderla a rischio di, citando Ernst Jünger, “darsi al bosco”.

Per qualche mese ho sinceramente meditato di “appendere” la tastiera al chiodo e smettere di scrivere, pensando che non ne valesse la pena: che non avesse senso subire una simile pressione e diventare il mirino di tale sconsiderata violenza. Non è escluso che ciò avvenga presto, quando però avrò divulgato ciò che la mia coscienza mi impone di dire: quanto state per leggere era un progetto, forse l'ultimo, che sentivo di dover mettere nero su carta. Non certo per soldi, come accusa qualche malalingua, che evidentemente non conosce, o fa finta di non conoscere, le percentuali dell'editoria italiana. Non certo per la gloria dato che a trattare certi argomenti politicamente scorretti è più facile finire linciati che portati in tripudio. Soprattutto sui social network, novello tribunale mediatico dell'Inquisizione.

Chi scrive è tra quelli che difenderebbe fino alla morte il diritto di un altro a esprimersi per quanto il pensiero altrui possa essere in netto contrasto od opposizione con il suo e non concepisce un simile clima di violenza ormai tipico del web. Un clima di violenza che dai social ha appestato la realtà non virtuale nella quale viviamo. Mi rendo però conto che non posso aspettarmi altrettanto rispetto dall'altra parte che evidentemente “gioca sporco” perché gli interessi in campo sono milionari. E alla fine tutto ruota sempre intorno al denaro.

Devo tristemente constatare come la globalizzazione delle menti e l'imposizione di un pensiero unico, di cui ho ampiamente trattato in altre sedi, conduca anche verso un aumento inquietante dell'intolleranza verso chi non la pensa come “dovrebbe” (e soprattutto come le lobby e i Media ci impongono di pensare). Da qui credo di non allontanarmi troppo dalla realtà parlando di globalizzazione delle coscienze.

Oltre allo sdoganamento del bipensiero orwelliano viviamo ormai in una società in cui la sfera etica si modifica con il cambiare canale del nostro televisore. Siamo soprattutto sempre più in balia di una forma di indottrinamento mediatico e politico, culturale e persino antropologico, teso ad abbattere tutte le identità e, in definitiva, a spersonalizzare l'individuo per renderlo, anzi renderci tutti, più docili, malleabili, omologati e omologabili, quindi controllabili dal potere. Dopotutto, parafrasando lo scrittore inglese Aldous Huxley, l'obiettivo primario dei governanti è fare in modo che i cittadini diano fastidio il meno possibile.

Citando invece Herbert Marcuse, siamo di fatto diventati uomini a una dimensione. La società contemporanea sembra eterodiretta dalla tecnica e il sistema tecnologico ha la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l'individuo in un frenetico universo cosmico in cui possa mimetizzarsi. Il sistema si ammanta di forme in apparenza pluralistiche e democratiche che però sono puramente illusorie perché le decisioni in realtà sono sempre concentrate nelle mani di pochi.

Anzi, la globalizzazione e la recente crisi finanziaria hanno polverizzato il ceto medio, rendendo più ricchi i ricchi e convogliando ulteriore potere nelle solite mani. Solo alcuni politici possono fingere di credere (in piena campagna elettorale) che il ceto medio esista ancora.

Il dibattito sul TTIP (Trattato transatlantico di libero scambio, acronimo del nome in inglese “Transatlantic Trade and Investment Partnership”) mostra come il potere si muova ormai per anteporre i diritti delle multinazionali e dei gruppi finanziari a quelli dei cittadini e dei consumatori, a costo di mettere a rischio la loro salute. Trattare però di queste tematiche non fa che consolidare lo stigma del complottismo, su cui, a dire di alcuni “debunker”, mi sarei persino costruita “una professione”…

Si tratta della costante modalità di attaccare chi si occupa di “controinformazione” (già di per sé il termine è dispregiativo, come se l'informazione alternativa che viene ignorata dai Media mainstream fosse di per sé “contro” qualcosa) bollandolo come un delirante e paranoico cospirazionista: in questo modo si liquida qualunque tipo di confronto, spostando l'eventuale dibattito sullo sfottò. Il fatto che esistano evidenti eccessi nel campo della controinformazione non significa che tutti i ricercatori debbano essere additati e ridicolizzati come degli squilibrati.

Oggi, purtroppo, il confronto è stato abolito per lasciare spazio al cyber bullismo. Si critica giustamente il bullismo quando nel mirino finiscono gli adolescenti o le minoranze, ma poi ipocritamente lo si usa come il braccio armato del potere per “mettere in riga” chi traligna dalla retta via.

Denigrando e perseguitando i ricercatori si spera di disincentivarli dal continuare le loro ricerche. Vi è un che di patologico anche nella persecuzione che taluni “puristi” mettono in campo per svelare le bufale e riportare l'opinione pubblica all'ovile del politicamente corretto. Così, per evitare di parlare delle teorie di genere si dice che non esistono per poi contraddirsi clamorosamente dedicandovi cattedre universitarie, libri, forum, dibattiti, ecc. Per castrare il dibattito sulla maternità surrogata si parlerà di quella “etica” e si sciorineranno storie strappalacrime per avvalorare la mistica sacrificale delle madri surroganti.

Tutto ciò per distrarre l'opinione pubblica. E bisogna ammettere che funziona. Funziona perché ci siamo fatti sviare da altro.

Negli ultimi decenni siamo diventati tutti consumatori compulsivi, al limite della bulimia; compensiamo la nostra mancanza di orizzonti, la nostra sete di affetto e spiritualità con acquisti mentre la globalizzazione ha trascinato con sé anche il pensiero, la cultura e la morale. Come osserva il filosofo francese Fabrice Hadjadj, «Il consumismo è interessante perché non è affatto un materialismo, ma una forma di spiritualismo, perché il consumatore non si attacca agli oggetti. Consumare è prendere, utilizzare e gettare, distruggere nel consumo».

Si tratta forse di una forma di nichilismo consumistico in cui la coscienza irrequieta dell'uomo moderno si illude di trovare pace passando voracemente da un acquisto all'altro, dal soddisfacimento di un desiderio all'altro, in una forma di bulimia spirituale che conduce alla saturazione, alla noia e di fatto alla depressione. In questo vortice rapace i valori scemano fino a scomparire all'orizzonte. La dimensione del piacere fine a se stesso ha fagocitato la responsabilità e qualunque richiamo all'ethos e alla vera spiritualità.

Si vive per lavorare, per produrre, consumare, produrre e ancora consumare. Manca in definitiva ogni tipo di progettualità e di impegno che vada oltre l'immediato e il godimento del presente. Anche gli “altri” diventano cose che possono soddisfare o meno i nostri piaceri.

Sembra che in Occidente abbia vinto il modello del Don Giovanni kirkegaardiano sul suo uomo etico. Il seduttore compulsivo che «non ha bisogno d'alcun preparativo, d'alcun progetto, d'alcun tempo» ha sconfitto il modello dell'uomo che invece decide di investire nella sfera morale e nella costruzione della famiglia. Si tratta del trionfo della vita estetica sulla vita etica, della forma sulla sostanza. Non crediamo sia un caso se ormai le coppie passino più tempo a farsi selfie, e quindi ad apparire e a condividere la loro presenza nel mondo, che a parlare e a “costruire” la vita vera, non quella virtuale dei social network. I figli sono semplicemente un ingranaggio di questo sistema, vittime di famiglie che si sfasciano prima ancora di muovere i primi passi.

Se la famiglia “tradizionale” è in evidente crisi, ciò non dovrebbe condurre all'approvazione di modelli alternativi paracadutati dall'alto giustificandoli come nuovi laboratori antropologici. Più che decretare la morte di qualcosa che è in crisi ma non è ancora “perso”, bisognerebbe cercare di intervenire per cercare di sanarlo, o almeno provarci riformandolo, uscendo dalla ristretta sfera del presente su cui siamo focalizzati. Sembra in effetti che la dimensione etica e morale della quotidianità sfugga all'uomo contemporaneo e che questi preferisca evadere dalle proprie responsabilità e cercare di godere quanto più possibile del presente.

Sembra inoltre che la dimensione bulimico-compulsiva del produrre/ consumare abbia proiettato la modalità del “reso gratuito entro 30 giorni” anche sugli esseri viventi. Si comprano animali domestici per poi stupirsi dell'impegno che procurano e abbandonarli per la strada o in qualche canile; si appalta la fabbricazione di un bambino che si desidera tanto ma se nasce con delle malformità lo si rimanda indietro come fosse appunto merce difettosa (come vedremo i casi di cronaca lo testimoniano). Sono sempre meno le persone che si assumono la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni, come se avessero delegato ad altri le scelte della propria vita.

L'uomo etico dovrebbe invece vivere anche in funzione del futuro, proiettato oltre quell'eterno presente che ci fa essere eterni adolescenti. Ed è proprio qui che si innesta il legame con il Gender che così tanto piace ai Poteri forti mondialisti: demolire quelle “vecchie” identità (siano esse sociali, religiose, politiche o culturali) che potrebbero, in qualche modo, rappresentare un ostacolo all'omologazione globale. Così, uno degli ultimi obbiettivi da colpire è l'istituzione familiare, vista come un “ostacolo” alla creazione di un uomo senza punti di riferimento, affettivamente instabile e quindi facilmente utilizzabile sia sotto forma di “consumatore perfetto”, che come anonimo “tassello sociale”. Un consumatore che si vuole amorfo, senza identità, confuso e precario. Quando scrivevamo questo in Unisex e ne La Fabbrica della manipolazione, Marletta e io venimmo bollati come complottisti. Vedere un piano dietro lo stravolgimento antropologico in atto era segno di evidente paranoia.

A distanza di due anni, arrivano però le parole del ministro Stefania Giannini che, a margine dell'accordo con la Germania per la cooperazione tra i due Paesi nell'ambito della formazione professionale, ha dichiarato «dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico» e soprattutto «non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi. La flessibilità induce le persone a spostarsi individualmente, il modello di famiglia a cui siamo abituati, che rappresenta stabilità e certezze, non esisterà più».

Parola di ministro, non di cospirazionisti. Forse ancora più inquietanti per il ruolo che Giannini ricopre. Chi ha deciso come sarà il nostro futuro e sulla base di cosa? Della statistica? O il fosco presagio ricalca i desideri di una élite?

È questa, purtroppo, la società che i tecnocrati e i politici sognano, la Sinarchia a cui accennava Pamio nella prefazione. È questa la società che aveva immaginato nel lontano 1932 Aldous Huxley nel suo capolavoro distopico Il Mondo nuovo.

Se l'individuo è senza punti di riferimento e solo, spenderà di più e sarà più facilmente manipolabile a livello sociale e civile. Non si sacrificherà per la famiglia ma annegherà i propri dispiaceri nello shopping compulsivo, nell'alcol, nelle droghe e in tutto ciò che è apparenza, “materia”. Dovrà in fondo sostituire la mancanza di affetto con oggetti o con esperienze forti che potrà “comprare”. Passerà da un piacere all'altro, tentando inutilmente di saziare quel vuoto insondabile che lo attanaglia.

Prossimamente approderà sul mercato la tecnologia per offrire paradisi virtuali: basterà scegliersi un avatar e vivere la vita irreale di questo, fuggendo così dagli impegni del presente. Si potrà scegliere chi essere e quale vita condurre, rinunciando alla vita vera, quella che comporta sacrifici e doveri, oltre a diritti e desideri. Ma che è vera in quanto comporta scelte, responsabilità, azioni, libero arbitrio, amore, poesia, arte, ispirazione, spirito.

Invece… Ogni cosa è diventata merce, anche la vita. La tecnica, scollata dall'etica, è ormai asservita al mercato e anzi, tecnica e mercato sembrano ormai sulla buona strada di asservire l'uomo, diventando i padroni del nostro futuro. Siamo nel pieno dominio della tecnocrazia, asserviti alle multinazionali che ci plasmano a suon di slogan inducendoci a consumare oggetti, cibo con pesticidi, ormoni, vitamine sintetiche.

E dal cibo che ci nutre siamo passati ai figli, che si vogliono a tutti i costi anche quando la natura nega questo privilegio, che si desiderano come se fossero bambole, che si fabbricano su misura per capriccio, che si strappano alle madri surroganti che li hanno nutriti con il sangue, il cibo, le proprie emozioni per nove mesi. Si chiama bonding e lo affronteremo più avanti: si tratta di quel legame indissolubile che si costituisce tra madre (padre) e figlio già nella fase prenatale.

Ed è anche per questo che non può esistere una maternità surrogata “etica”. Lo ha chiarito la femminista lesbica Marie-Josèphe Bonnet a «Le Figaro»:

«I bambini sono esseri umani, non possono in ogni caso essere prodotto di scambio. Non si può regalare un bambino. Non sarebbe un progresso, ma una regressione. Così si uccide la madre e questa è la regressione per eccellenza. […] L'utero in affitto è prima di tutto la distruzione della madre […] e questo tocca l'identità delle donne. Tantissime lesbiche si sono mobilitate perché la maternità fa parte dell'identità della donna, come potenzialità, essendo capace di donare la vita».

Non ho mai amato la Fallaci, ma credo che risuonino profetiche le sue parole quando si scagliava contro l'utero in affitto e le adozioni gay in Oriana Fallaci intervista a sé stessa. L'apocalisse:

«… nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d'un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un'automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità? […] Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. […] Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina».

Dall'altra la frequentazione di piattaforme virtuali ha svuotato il rispetto che ogni vita merita. Tutto è diventato “gioco” nel senso più deleterio del termine. E si spiega così anche la mancata attenzione verso colui che dovrebbe essere il protagonista della maternità surrogata, il bambino. Il bambino rimane sullo sfondo come un attore non protagonista, la sua ombra si proietta tiepida sui dibattiti che infuocano riviste e talk show. Di fatto il suo benessere, i suoi interessi vengono strumentalizzati e ridotti ai capricci dei committenti. E qui si denota l'ipocrisia e l'egoismo di quelle coppie che sbandierano il valore dell'amore su tutto quale movente per giustificare qualunque cosa, compresa la maternità per procura.

Ritengo inoltre che le lotte per i diritti civili siano state strumentalizzate e non credo sia esagerato constatare come anche il femminismo della “seconda ondata” si sia scollato dalla realtà spingendosi talmente oltre da vederne ora un effetto boomerang. L'espressione tipica “l'utero è mio e me lo gestisco io” è finita per legittimare una forma di ultra-prostituzione e sfruttamento delle donne, la maternità surrogata, appunto. Vedremo infatti nel corso di questo libro, l'impressionante e disdicevole mercato dei bambini in provetta.

Le femministe dovrebbero comprendere – e hanno iniziato a farlo – che la surrogazione ha legittimato una nuova forma di schiavismo femminile e di subordinazione delle donne al mercato. Alcune, per uscire dall'impasse, si dicono persino favorevoli all'utero artificiale quale forma di liberazione somma della condizione femminile dal gravoso rischio della gravidanza. La gravidanza, infatti, negli ultimi decenni è stata medicalizzata ed equiparata a una malattia, terrorizzando le donne e arrivando così a porre le basi per l'ectogenesi.

Ha ragione la filosofa e femminista Luisa Muraro a rivendicare nel suo libello L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto, «l'impegno femminista per la libertà» coerente con la critica alla gestazione per altri. Muraro nota infatti come la possibilità di diventare madre sia «una prerogativa che in antiche culture ha ispirato un rispetto sacro per il corpo femminile. Soltanto lo stato di necessità può giustificare […] che una si privi delle sue prerogative senza con ciò sminuirsi».

Dello stesso parere la militante femminista lesbica Marie-Josèphe Bonnet, fondatrice del Fronte omosessuale d'azione rivoluzionaria (FHAR), che si è inimicata i compagni del movimento LGBT francese per la sua posizione contraria alla maternità surrogata: «Non c'è niente di etico nel mercato delle madri surrogate, ma solo profitti economici», ha dichiarato, spiegando: «È un business da tre miliardi di euro. Donne, per lo più indigenti e analfabete, provenienti dall'India o dai paesi dell'Est Europa, affrontano, dietro compenso, una gravidanza e un parto, sapendo che poi il figlio verrà loro strappato al momento della nascita e ceduto a chi glielo ha commissionato. Mi spiegate cosa c'è di etico in tutto questo? L'etica non è il sacrificio di sé».

Ancora Huxley aveva previsto nel lontano 1932 la deriva postumana verso cui il potere avrebbe traghettato la nostra società: il Transumanesimo, come vedremo, è infatti un punto chiave per comprendere a pieno la finalità della maternità surrogata.

Oltre al denaro, credo infatti che vi sia un ulteriore obiettivo nelle trame di certe lobby e che questo sia il controllo delle masse che passa inesorabilmente attraverso la fabbricazione di nuove generazioni a-morfe e asettiche: qua si inseriscono le già citate ricerche scientifiche sull'utero artificiale e la demonizzazione e conseguente ospedalizzazione della gravidanza. Sembra fantascienza, ma non lo è.

Pensiamo ad esempio che la società biotech Bioquark ha ricevuto l'approvazione dal governo statunitense di avviare un progetto per “riportare in vita” i soggetti clinicamente morti, inclusa la possibilità di reclutare (con permessi speciali ottenuti dalle famiglie) 20 pazienti clinicamente morti a seguito di una lesione cerebrale traumatica. Per riuscire nell'impresa, i ricercatori utilizzeranno un mix di terapie, tra cui la rigenerazione del cervello e l'iniezione di cellule staminali. Il Ceo della Bioquark Inc. e direttore del progetto Reanima, il dottor Ira Pastor ha confermato la notizia vantandosi dell'innovativo progetto «Questo rappresenta il primo studio del suo genere e un altro passo verso l'eventuale inversione di morte nella nostra vita».

La somministrazione delle terapie, dalla stimolazione neuronale all'iniezione di peptidi, durerà sei settimane e sarà condotta presso l'Anupam Hospital di Rudrapur, India. Dopodiché, i soggetti coinvolti saranno monitorati per alcuni mesi alla ricerca di cambiamenti significativi, attraverso screening cerebrali per verificare i segni di un'eventuale “rigenerazione”. In caso di risultato positivo, il cervello dell'individuo “rinato” ripartirà da zero, assumendo un'identità completamente nuova. In altre parole sarà classificato come individuo X (da tipico film o telefilm di fantascienza) e la sua nuova vita avrà inizio da quel preciso momento. A che pro riportare in vita un morto per poi azzerargli la memoria e farlo “ripartire” da zero con l'evidente trauma della morte e di risvegliarsi senza identità, senza memoria? A che cosa serve questo genere di esperimenti che si vogliono condurre sugli esseri umani?

Ciò dimostra come il buon senso latiti e la “scienza” sia impegnata alla realizzazione di nuove aberrazioni al limite del credibile o comunque a rilasciare notizie che facciano clamore.

L'uomo moderno ha come proprio modello di riferimento il titano Prometeo e pensa di cancellare ciò che è natura (persino la morte!) per fare spazio a ciò che è cultura, artificiale, modificabile su misura.

Veniamo quindi al tema del libro.

La riedizione di Unisex conteneva un ultimo capitolo curato da me che mi ha meritato, tra i tanti insulti, l'epiteto di “nazista”: il capitolo verteva sulla delicata tematica della maternità surrogata, meglio nota con l'espressione volgare ma sicuramente indicativa di “utero in affitto” che è l'oggetto del presente saggio. Con esso denunciavo in poche pagine, quello che considero una forma di eugenetica da supermercato, ossia la compravendita di embrioni e la fabbricazione di bambini per profitto e per il capriccio dei ricchi.

Perché, come vedremo, è inutile nascondersi dietro a un dito: chi si può permettere di ricorrere alla gestazione per altri sono i ricchi e non certo l'uomo della strada. La bioetica invece di mettere dei paletti, delineare dei confini, legittima questa rinascita dell'eugenetica che passa anche attraverso la selezione degli embrioni.

Questa mia posizione ovviamente non è stata tollerata dagli esponenti di taluni movimenti che non sto nemmeno a nominare, sebbene, come vedremo, sia condivisa anche da alcuni militanti LGBT e soprattutto da numerose femministe che con la Carta di Parigi sembrano finalmente essersi svegliate dal loro torpore per affrontare concretamente il problema. Quindi, seguendo il tipico ribaltamento dei valori e dei termini, io che denunciavo forme di nazismo sono stata accusata di essere nazista. Siamo in pieno bipensiero orwelliano e, come vedremo, i casi di psicoreato non si sono fatti attendere.

Credo che sia in atto un ribaltamento del pensiero e uno svuotamento dei termini, una manipolazione della realtà e delle menti per introdurre pratiche ultra-capitalistiche moralmente inaccettabili: è proprio in questi frangenti che chi è contrario o preoccupato dovrebbe prendere posizione per denunciare la deriva morale, etica e sociale in atto. Qua non c'entra essere di destra o di sinistra, importa recuperare una morale ed essere in pace con se stessi. Per non essere complici, per difendere in definitiva la vita di quegli esseri che non hanno chiesto di essere “fabbricati” e tanto meno di essere “venduti” come merce: i bambini.

In un mondo ideale il bambino dovrebbe essere cercato, atteso, accolto e amato, dalla fase prenatale in poi. La vita reale purtroppo non è perfetta, ma l'esistenza di drammi non dovrebbe giustificare la ricerca del male minore, del meno peggio, ma sempre e comunque del meglio. Si deve mirare sempre a ciò che è meglio per la collettività e in questo caso particolare a ciò che è meglio per il bambino che è il soggetto indifeso che andrebbe tutelato. Senza auspicare uno scollamento tra reale e ideale sulla falsariga del personaggio caricaturale di Pangloss nel Candide di Voltaire, si dovrebbe cercare la soluzione migliore per i bambini, non per gli adulti che hanno un desiderio da soddisfare.

Alcuni amici più rivolti “alla metafisica” e alla salvezza della propria anima mi hanno suggerito di abbandonare le armi e ritirarmi, in quanto questa battaglia «ormai è persa». Può essere, ma non potrei più guardarmi allo specchio se non tentassi il tutto per tutto; se non avessi più speranza per il futuro allora, forse, abbandonerei la partita, ma resto convinta che, se il potere ci manipola è perché serve ancora il nostro consenso.

Smettere di lottare è secondo me una forma di egoismo. Possiamo quindi riappropriarci della nostra coscienza critica e negare il nostro consenso su tematiche che potrebbero rivolgersi contro di noi e il futuro dei nostri figli. Possiamo e abbiamo il dovere di esprimere la nostra posizione in modo da fermare la deriva sociale che è sotto gli occhi di tutti. Altrimenti non possiamo lamentarci dell'attuale stato delle cose. Possiamo ribellarci in quanto, citando Ernst Jünger, «Ribelle è colui che ha un profondo, innato rapporto con la libertà».

In Italia la maternità surrogata è (ancora) illegale, ma dalla discussione del DDL Cirinnà sulle unioni civili in poi si è aperto il dibattito con una impensabile accelerazione.

Ritengo inoltre che la sfera “religiosa” debba essere lasciata da parte perché una tematica come la maternità surrogata è prima di tutto morale ed etica; si tratta di una piaga sociale e solo in seconda battuta, per chi è credente, è un problema religioso. Quindi, per mia volontà, non mi occuperò in questa sede della questione “spirituale” né parlerò del Vaticano o di quello che ha da dire la religione sul tema in questione: ritengo che ci siano argomenti a sufficienza per delegare ad altri ben più preparati di me le questioni teologiche.

Voltarsi dall'altra parte per delegare ad altri la discussione è moralmente inaccettabile così come lo è quella che ritengo una forma moderna di schiavitù. L'utero in affitto.

Utero in Affitto

Utero in Affitto

Il 2 febbraio 2016 a Parigi, è stata sottoscritta una Carta per proporre agli Stati europei l’abolizione universale della maternità surrogata. Anche in Italia di recente si è aperta la discussione sulla possibile legalizzazione dell’utero in affitto.

Eppure la “gestazione per altri” (GPA) è una forma sofisticata di schiavismo moderno, in cui il corpo della donna è visto come merce e il bambino come un oggetto che può essere venduto e comprato. La generazione viene scollata dall’atto sessuale e diviene un lusso per pochi: “fabbricazione” di bambini.

Il presente saggio intende analizzare i retroscena economici, etici e morali del fenomeno, analizzare il business delle madri surroganti, gli interessi milionari delle lobby delle industrie biotecnologiche, la strumentalizzazione dei valori della sinistra, l’ambiguità del movimento femminista, lo spettro dell’eugenetica dietro questa pratica, la manipolazione mediatica tesa a convincere la popolazione ad abbracciare questa pratica. 

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Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti, laureata con lode in Filosofia con una tesi in Storia delle religioni, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Oltre a numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee, collabora con la trasmissione televisiva «Mistero».