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Introduzione - Obiettivo Siria - Libro di Tony...

Leggi in anteprima l'introduzione del libro Obiettivo Siria

Introduzione - Obiettivo Siria - Libro di Tony Cartalucci, Nile Bowie

Centinaia di migliaia di persone sono state ripetutamente portate nelle strade di Damasco per dimostrare il loro appoggio al presidente siriano Bashar al-Assad – Foto scattata il 12 ottobre 2011.

 

Questi avvenimenti sono stati censurati dai media appartenenti al mainstream, i quali proseguono senza tregua il loro sforzo, finalizzato a indurre l’opinione pubblica di tutto il mondo a credere che gli eventi siriani siano una nuova “rivoluzione del popolo”, mentre i fatti dimostrano chiaramente che si tratta di un altro sanguinoso “cambio di regime” incentivato dal Governo americano. 

Questa non dovrebbe essere una sorpresa. La storia ricorda che la CIA ha orchestrato innumerevoli insurrezioni violente in diversi Paesi del mondo, armando bande di mercenari e “squadroni della morte”, con l’obiettivo di rovesciare i governi nazionali ed espandere la dominazione americana in ogni angolo del globo. 

Nel 1988, l’allora comandante del locale distaccamento John Stockwell, che portò avanti la guerra segreta in Angola, valutò che la CIA avesse organizzato approssimativamente 3000 operazioni maggiori e 10.000 operazioni minori di questa tipologia, che provocarono la morte di più di 6 milioni di persone. Citato anche nel libro Assuefatto alla guerra, egli scrisse: 

Ora abbiamo una massiccia documentazione su quella che viene chiamata “la guerra segreta della CIA”. Non abbiamo bisogno di immaginare, né di supporre. È stata oggetto d’indagine da parte della Commissione investigativa Church, nel 1975, e questo ci ha permesso di effettuare una prima, vera analisi in profondità di questa struttura. Il senatore Church disse anche di avere scoperto che, nei 14 anni precedenti la sua indagine, erano state svolte 900 operazioni maggiori e 3000 minori. Se moltiplichiamo questo dato per i 40 anni in cui è stata operativa la CIA, possiamo concludere che il computo totale ammonta a circa 3000 operazioni maggiori e 10.000 minori. Ciascuna di esse illegale; ciascuna di esse con effetti devastanti sulle vite e sulla società di altre persone e molte di esse più cruente e sanguinose di quanto si possa immaginare.

Ogni guerra occulta costituisce una violazione della Costituzione americana, la quale esige che le azioni militari vengano dichiarate dal Congresso e non attuate da un corpo segreto e non eletto. Per finanziare un business su così vasta scala, bisogna avere il controllo del traffico globale di droga, che è presumibilmente la causa reale della guerra in Afghanistan. 

La stima di Stockwell non include le operazioni NATO-Gladio in Europa; inoltre, aggiungendo altri 15 anni che hanno visto la CIA al lavoro, probabilmente con un ritmo crescente e con obiettivi sempre più globali, le operazioni segrete saranno oramai più di 20.000, un numero sbalorditivo. Questo dato, in fondo, non dovrebbe destare grande sorpresa nei lettori se, come gli indizi fanno pensare, si identifica la crisi siriana come un’altra operazione della CIA. 

Nel corso di un’intervista, rilasciata il 2 marzo del 2007 a Amy Goodman, il generale americano Wesley Clark ha spiegato che l’amministrazione Bush aveva programmato di “far fuori” sette Paesi in cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Somalia, Sudan, Iran e Libia. La Siria è sempre stata sulla “lista delle faccende da sbrigare” di Israele, proprio perché è l’ultimo Stato arabo indipendente, secolarizzato e multietnico in Medio Oriente, fedele alleato dell’Iran e, in quanto tale, un ostacolo per l’egemonia israeliana sulla regione. 

Ma quella siriana non è una dittatura? Anche questo fa parte del grande gioco del NIGYSOB (Now I’ve Got You you Son Of a Bitch, ovvero “Ora ti ho in pugno, figlio di puttana”), in virtù del quale i governi arabi che rifiutano di sottomettersi al dominio occidentale e israeliano vengono tormentati e destabilizzati di continuo, fino a essere costretti, se vogliono sopravvivere, a sviluppare un apparato di sicurezza che, per un verso o per l’altro, risulta totalitario. A questo punto, quando fa loro più comodo, le potenze occidentali e Israele possono evidenziare, con toni accusatori, la mancanza di “libertà” all’interno delle nazioni prese di mira e avviare il processo di rovesciamento del Governo. Basti pensare a come viene additato il presidente venezuelano Hugo Chavez, per avere un esempio di come venga praticato questo “gioco” dalle forze occidentali. 

Sino a oggi, la “rivoluzione” siriana è stata una copia carbone della maggior parte dei “cambi di regime” incoraggiati dalla CIA negli ultimi sessant’anni: mercenari e “squadroni della morte” importati nel Paese per “accendere la miccia”, seguiti da una campagna di bombardamenti al momento opportuno. Questo è esattamente ciò che è accaduto in Libia, con britannici, americani e israeliani che hanno coordinato le loro risorse e condiviso le dotazioni costituite dai gruppi di combattenti di Al Qaeda reclutati nel corso degli anni. Diversi leader della ribellione contro la Libia sono ora attivi in Siria, come testimoniato dal giornalista spagnolo Daniel Iriarte. Questi ex terroristi islamici, convertiti in combattenti per la libertà sotto l’egida della NATO, non sono altro che sicari senza scrupoli, pronti a combattere per qualsiasi causa fintanto che ci sarà qualcuno disposto a pagare loro centinaia di migliaia di dollari. 

Nell’aprile del 2011, la televisione di Stato siriana ha trasmesso le testimonianze di tre uomini, arrestati perché sospettati di avere attaccato dei civili e le Forze di sicurezza siriane. Nel corso di un programma registrato, Anas al Kanj, che si è presentato come capo del “gruppo armato terrorista”, avrebbe ammesso di avere ricevuto «armi e denaro » da un membro della bandita Fratellanza Musulmana della Siria. 

Kanj ha riferito che gli era stato dato il compito di «incitare la popolazione a protestare, in particolare all’esterno della moschea Umayyad di Damasco» e nelle città chiave della ribellione – Daraa, Latakia e Banias – allo scopo di «fomentare il malcontento per rovesciare il regime e portare a termine atti di sabotaggio». L’agenzia France Presse, citando il quotidiano siriano Ath-Thawra, ha riportato che Kanj, in base alle istruzioni ricevute, doveva «aprire il fuoco sui manifestanti per seminare il panico e indurre la popolazione a credere che fossero le Forze di sicurezza a sparare sulla gente». 

Il piano era quello di spingere il popolo e le autorità a farsi la guerra, sbandierando nel frattempo, grazie ai media globali, la brutale repressione delle proteste da parte del regime. Questa testimonianza è molto interessante, perché coglie un paio di passaggi fondamentali della dottrina di guerra non convenzionale del Pentagono, che esamineremo dettagliatamente nel terzo capitolo. A seguire, una panoramica sulla strategia di gioco attuata in Siria: 

  • viene fondata una ONG, per creare un clima di protesta nel Paese preso di mira;
  • alcuni provocatori organizzano delle manifestazioni, per poi sparare sui dimostranti e sulle Forze di sicurezza, allo scopo di alimentare le violenze;
  • dei video artefatti e manipolati creano l’illusione della repressione da parte del regime; 
  • i mass media ripetono senza sosta la Grande Bugia che il leader del Paese è un brutale dittatore;
  • si procede quindi all’invasione delle città di confine con forze speciali e “squadre della morte” (gli psicopatici di Al Qaeda, la “legione straniera” della CIA), fanatici e mercenari;
  • si fomenta la guerra civile sulla base delle divisioni etniche e si fabbricano i pretesti per un intervento militare da parte delle Nazioni Unite o della NATO;
  • il Paese subisce una regressione all’età della pietra, per poter essere conquistato e comandato dai terroristi islamici, i pupazzi della NATO;
  • il socialismo arabo e il governo popolare vengono sradicati e rimpiazzati da una cricca assoggettata a Wall Street e ai banchieri di Londra;
  • le multinazionali americane firmano contratti miliardari per la “ricostruzione” e la “sicurezza”, conseguendo guadagni astronomici grazie alla rovina portata dalla guerra;
  • il Libano, la Palestina, l’Iraq e l’Iran vengono isolati e viene data carta bianca a Israele per il controllo del Medio Oriente. 

Nel dicembre del 2011, in un post comparso sul suo sito internet, la turco-americana Sidel Edmonds, già traduttrice e informatrice dell’FBI, ha dichiarato: 

Gruppi militari stranieri, sembra diverse centinaia di individui, hanno cominciato a distribuirsi nella Giordania settentrionale, nei pressi dei villaggi della città di Al-Mafraq, prossima al confine giordano-siriano. Stando alle dichiarazioni di un ufficiale militare giordano, il quale ha chiesto di rimanere anonimo, nei due giorni passati centinaia di soldati che parlano lingue diverse dall’arabo sono stati visti fare la spola, su veicoli militari, fra la base aerea Re Hussein di Al-Mafraq – che dista 10 km dal confine siriano – e i dintorni dei villaggi giordani adiacenti al confine. 

Nel gennaio del 2012, il sito britannico “Elite UK Forces” ha scritto che «ci sono voci di corridoio sempre più insistenti, secondo cui le Forze speciali britanniche stanno in qualche modo assistendo i gruppi allineati contro il regime siriano». 

L’ambasciatore americano in Siria, in carica dal 2010 fino alla chiusura dell’ambasciata di Damasco, era Robert Stephen Ford. Prima di essere inviato in Siria, Ford era consigliere politico presso l’ambasciata americana di Baghdad sotto John Negroponte, ai tempi collegato in maniera infamante alle “squadre della morte” in Iraq. Secondo quanto riporta Wikipedia, «l’ex funzionario della CIA Michael Sheuer ha dichiarato che Ford, prima di essere rimosso, ha viaggiato per il Paese [la Siria; N.d.A.] incitando la gente a rovesciare il governo». 

La “rivoluzione” siriana vera e propria ha preso il via nel marzo del 2011, quando sono scoppiati degli scontri nella città relativamente piccola di Daraa, sul confine giordano, e non in grossi centri come Damasco o Homs. Da allora, i media del mainstream hanno sistematicamente alterato le proporzioni delle manifestazioni antigovernative, basandosi su resoconti di parte per il conteggio delle vittime. Per esempio, quasi tutti i primi rapporti sugli scontri di marzo a Daraa facevano riferimento ad attacchi della polizia a dimostranti antigovernativi; eppure, altri dati stabilivano che vi erano stati più morti tra i poliziotti che tra i contestatori. Allora chi, esattamente, in una presunta “manifestazione pacifica”, è stato capace di sparare a sette agenti, uccidendoli? E cosa, esattamente, ci si aspettava che facesse, in risposta, il governo siriano? Dopo avere visto in quale modo la polizia statunitense tratta i manifestanti realmente pacifici – per esempio, quelli appartenenti al movimento Occupy Wall Street – possiamo solo immaginare come reagirebbe il governo americano, se le sue Forze dell’ordine venissero bersagliate dai manifestanti. 

Nel giugno del 2011, i mezzi d’informazione statali siriani hanno comunicato che almeno 120 membri delle Forze di sicurezza del Paese sono stati uccisi, in un conflitto con quelle che vengono chiamate “organizzazioni armate”. Secondo quanto riportato da Deborah Amos, della NPR, «la televisione di Stato siriana ha descritto una cruenta battaglia nella città settentrionale di Jisr al-Shughour, vicino al confine turco. Sempre secondo la stessa fonte, gruppi dotati di armi automatiche hanno attaccato le Forze di sicurezza e aperto il fuoco contro degli edifici governativi. Durante la trasmissione del telegiornale della sera, un cittadino disperato ha telefonato chiedendo al Governo di salvare la città». 

Si noti che le notizie riguardanti gli scontri più seri provengono dalle città di confine e questo è indicativo delle incursioni, nel nord del Paese, da parte di gruppi armati provenienti dalla Turchia e, nel sud, da parte di altri gruppi armati provenienti dalla Giordania, oltre che, naturalmente, dall’Iraq, sotto controllo americano, nella zona orientale. In effetti, i principali “centri di instabilità”, come vengono chiamati, sono Daraa, vicino alla Giordania, Talkalakh, Homs, Talbiseh e Al-Rastan, vicino al Libano, e Jisr ash-Shugur, vicino alla Turchia; sono tutti collocati lungo i confini della Siria. Nel novembre del 2011, Albawaba ha riportato la notizia che 600 combattenti erano già arrivati in Siria, dalla Libia, per supportare il nascente “Esercito di liberazione siriano”. 

Poche settimane dopo l’inizio della sollevazione in Siria incoraggiata dalla CIA, il governo siriano ha espulso dal Paese la maggior parte dei giornalisti stranieri e ha cominciato a controllare rigidamente le attività di quelli rimasti. Secondo il metro di giudizio dei media occidentali – l’arma di propaganda dei neocolonialisti – questa è stata una reazione incomprensibile. Sfortunatamente, il governo siriano sembra avere sottovalutato il grado di infiltrazione della CIA nel Paese. 

Essendo le possibilità di accesso diretto agli eventi che hanno luogo in Siria limitate o nulle, la maggior parte dei resoconti dei media occidentali si basa sulle dichiarazioni di anonimi “attivisti dell’opposizione” – che, francamente, potrebbero essere chiunque – e di un’organizzazione, che si fa chiamare LCC, “Comitato Coordinatore Locale della Siria”, e asserisce di rappresentare i «comitati locali dei villaggi e delle città di tutta la Siria, che si incontrano, pianificano e organizzano eventi sul territorio». Abbastanza stranamente, i siti web associati al Comitato sono localizzati in Germania e sono di proprietà di una persona chiamata Andreas Bertsch. È stato il “Comitato Coordinatore Locale della Siria” a diffondere per primo la storia fasulla che il personaggio inventato di Amina, la “ragazza omosessuale proveniente da Damasco”, era stato arrestato dalla polizia siriana.

Un video report pubblicato da RT.com mostra in che modo possono essere fabbricate di sana pianta delle notizie riguardanti la severa repressione attuata dal governo siriano: 

Uomini armati sono venuti ad avvisare che avrebbe avuto luogo un attacco da parte dell’esercito e della marina contro la città di Latakia. Duemila persone hanno abbandonato la zona, e sono ritornate un paio di giorni dopo, arrabbiate per la bugia che era stata raccontata loro: non c’era stato, infatti, alcun attacco. Questa intimidazione è avvenuta il giorno dopo una grande manifestazione pro Assad*. 

L’attacco non è mai avvenuto, ma questo i media non l’hanno detto. Più e più volte gli organi di informazione e il Segretario di Stato americano Hillary Clinton sono intervenuti per condannare il “massacro perpetrato dal governo siriano”, prima che il polverone si placasse e dai fatti emergesse che l’azione criminale era stata commessa dalle squadre di mercenari salafiti al soldo della NATO o che si era trattato di un acceso scontro fra fazioni rivali. 

In entrambi i casi, risulta che l’esercito siriano abbia fatto il proprio dovere, proteggendo la popolazione, ma naturalmente la rettifica non è stata comunicata dai media e mai lo sarà. La Siria si è resa conto che l’allontanamento dei giornalisti occidentali è stato un grosso errore e ha revocato il provvedimento, ma, con il campo di battaglia già preparato per il conflitto, questo non sarà di grande aiuto nella guerra dei media. 

Ciò con cui abbiamo a che fare, qui, è una tecnica, nota nei circoli militari come “guerra psicologica”: una strategia mirata a influenzare le emozioni, il modo di ragionare e i comportamenti dell’opinione pubblica, generalmente servendosi di cose inventate e presentate come verità. 

In cima alla lista delle priorità della CIA per il “cambio di regime” in Siria – così com’era avvenuto in occasione delle invasioni criminali di Afghanistan, Iraq e Libia – c’è la creazione di un embrionale governo in esilio siriano, costituito da conservatori e/o truffatori pregiudicati. Nella prima parte del 2012, è stato creato il Consiglio Nazionale Siriano, con quartier generale in Turchia. Per avere un’idea dell’orientamento politico di questo organo, basta leggere le dichiarazioni del suo responsabile Burhan Ghalioun, un professore francese di sociologia politica e potenziale futuro presidente siriano. Il 2 dicembre del 2011, Ghalioun ha annunciato che, qualora dovesse assumere il governo della Siria, il suo regime «interromperebbe le relazioni militari con l’Iran, taglierebbe i rifornimenti di armi a Hezbollah e Hamas e allaccerebbe un legame con Israele».Questa dichiarazione d’intenti ha l’obiettivo di far sì che Israele sia più motivato e intensifichi il proprio sostegno alle operazioni volte a spodestare Assad. Con un governo filoisraeliano e filoamericano in Siria, l’apporto decisivo dell’Iran a Hezbollah e ai Palestinesi verrebbe meno, lasciando Israele libero di attuare la propria “soluzione finale” per la questione araba. 

George Galloway ha fatto notare che fra i leader dell’opposizione supportati dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita vi sono dei personaggi, i quali, durante il periodo in cui ricoprivano importanti cariche in Siria, sotto Hafez al-Assad, si sono resi responsabili di crimini contro l’umanità e dell’appropriazione indebita di ingenti quantità di denaro: si tratta degli espatriati Rifaat al-Assad e Abdul Halim Khaddam. Ancora una volta si può notare il collegamento fra l’operazione Iraqi Freedom e questa corrotta creatura della CIA, Ahmed Chalabi. I casi dell’Iraq e della Libia rappresentano gli esempi più lampanti della crudeltà dell’imperialismo americano che, nascosto dietro al paravento della “costruzione della nazione”, devasta e saccheggia dei Paesi già altamente progrediti, mandandoli in rovina. 

 

 

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