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Introduzione - Numero 1 si Diventa - Libro di K....

Leggi un estratto da "Numero 1 si Diventa" Libro di K. Anders Ericsson e Robert Pool

Introduzione - Numero 1 si Diventa - Libro di K. Anders Ericsson e Robert Pool

Il dono

Perché alcune persone sono bravissime nel loro lavoro?

Ovunque rivolgiamo lo sguardo – dallo sport alla musica, dalle scienze alla medicina e agli affari – ci imbattiamo sempre in alcuni individui eccezionali che ci stupiscono per ciò che sanno fare e per quanto sono in grado di farlo bene. E quando ci troviamo di fronte a una di queste persone tendiamo naturalmente a pensare che sia nata con qualcosa in più.

«È così dotato», diciamo. «Ha un vero dono.» Ma è davvero così?

Da più di trent'anni studio queste persone, gli individui speciali che primeggiano nel proprio campo: atleti, musicisti, scacchisti, medici, venditori, insegnanti eccetera. Ho analizzato i meccanismi del loro lavoro e i metodi con cui lo svolgono. Li ho osservati, intervistati e messi alla prova. Ho esaminato la psiche, la fisiologia e la neuroanatomia di queste persone. E con il tempo sono giunto a capire che in effetti costoro possiedono un dono straordinario, che permette loro di eccellere. Ma non è un «dono» nel senso in cui comunemente lo intendiamo, ed è ancora più potente di quanto immaginiamo.

E soprattutto è un dono con cui tutti siamo nati, e che ciascuno di noi può sfruttare, a patto di adottare l'approccio giusto.

Cosa può insegnarci l'orecchio assoluto

Corre l'anno 1763, e un giovane Wolfgang Amadeus sta per intraprendere una tournée europea che darà avvio alla «leggenda Mozart». A soli sette anni, e alto appena a sufficienza per arrivare alla tastiera di un clavicembalo, incanta le platee nella sua città natale, Salisburgo, suonando con maestria il violino e vari strumenti a tastiera. Sembra incredibile che un bambino tanto piccolo sia capace di suonare così bene. Non solo, Mozart ha un altro asso nella manica, forse ancor più sorprendente per i suoi contemporanei. Lo conosciamo perché è descritto in una lettera piuttosto enfatica pubblicata su un giornale di Augusta, la città natale del padre, poco prima che Wolfgang e la sua famiglia partissero da Salisburgo per la tournée.

L'autore della lettera riferisce che quando il piccolo Mozart udiva suonare una nota – qualsiasi nota – su uno strumento, era in grado di identificarla immediatamente: il la diesis della seconda ottava sopra il do centrale, magari, oppure il mi bemolle subito sotto il do centrale. Ci riusciva anche se si trovava in un'altra stanza e non poteva vedere la mano del suonatore, e non solo con il violino e il fortepiano ma con qualsiasi strumento: e suo padre, compositore e insegnante di musica, li aveva in casa praticamente tutti. Ma il fenomeno non si limitava agli strumenti. Il bambino riusciva a identificare le note prodotte da qualsiasi persona o oggetto che emettesse suoni abbastanza musicali: il rintocco di un orologio, il battere di una campana, l'ecciù di uno starnuto. Quasi nessun altro musicista dell'epoca ne era capace, neanche gli adulti più esperti; più ancora della bravura di Mozart al piano e al violino, quell'abilità sembrava testimoniare un inspiegabile dono del cielo.

Naturalmente oggi non è più un mistero. Sappiamo molto di più sull'argomento rispetto a duecentocinquanta anni fa, e quasi tutti ne abbiamo almeno sentito parlare. Il termine tecnico è «orecchio assoluto», ed è assai raro: ce l'ha più o meno una persona su diecimila. È molto più frequente tra i musicisti di altissima caratura che nel resto della popolazione, ma anche tra i virtuosi è tutt'altro che usuale: si ritiene che lo avesse Beethoven, ma non Brahms. Vladimir Horowitz lo aveva, Igor Stravinskij no. Frank Sinatra lo aveva, Miles Davis no.

Insomma, si direbbe un esempio perfetto di talento innato, che pochi fortunati possiedono dalla nascita e che è precluso a tutti gli altri. In effetti si è pensato che fosse così per almeno due secoli. Ma negli ultimi decenni è emersa una teoria molto diversa sull'orecchio assoluto, che ci spinge a pensare in termini altrettanto nuovi al genere di doni che la vita ha da offrire.

Il primo indizio è stato offerto dalla constatazione che le uniche persone a possedere questo «dono» avevano anche ricevuto un'educazione musicale sin dalla prima infanzia. In particolare, varie ricerche hanno evidenziato che quasi tutte le persone dotate di orecchio assoluto iniziano a studiare musica a un'età molto precoce, di solito fra i tre e i cinque anni. Ma se l'orecchio assoluto è un'abilità innata, se lo abbiamo dalla nascita oppure non lo avremo mai, allora dovrebbe essere irrilevante aver studiato musica da bambini o meno. Basterebbe aver imparato i nomi delle note, a qualsiasi età.

L'indizio successivo è emerso quando i ricercatori hanno notato che l'orecchio assoluto è molto più frequente tra persone che parlano una lingua tonale, come il mandarino, il vietnamita e varie altre lingue orientali, nelle quali il significato delle parole dipende dall'altezza dei suoni. Se davvero l'orecchio assoluto è un dono di origine genetica, per spiegare la correlazione con le lingue tonali bisognerebbe che gli asiatici avessero più probabilità di possedere i geni legati all'orecchio assoluto rispetto a persone di altre origini, per esempio europei o africani. Scoprirlo è semplice: basta reclutare un certo numero di persone asiatiche cresciute parlando inglese o un'altra lingua non tonale, per verificare se è più probabile che abbiano l'orecchio assoluto. Una ricerca del genere è stata svolta, e si è scoperto che gli orientali che non parlano una lingua tonale da bambini non hanno più probabilità di possedere l'orecchio assoluto rispetto a persone di altre etnie. Quindi non è tanto il patrimonio genetico, ma piuttosto l'apprendimento di una lingua tonale a rendere più probabile questa caratteristica.

Fino a qualche anno fa non sapevamo altro: si pensava che lo studio della musica nell'infanzia fosse essenziale per sviluppare l'orecchio assoluto, e che parlare una lingua tonale da bambini aumentasse le probabilità di averlo. Gli scienziati non sapevano dire con certezza se fosse un talento innato; se lo era, si manifestava solo tra coloro che avevano studiato musica da bambini. In altri termini, doveva essere una di quelle capacità che si perdono se non le si pratica. Anche i pochi fortunati che nascevano con tale dono dovevano impegnarsi per svilupparlo, studiando musica da piccoli.

Oggi sappiamo che anche questo è falso. La verità sull'orecchio assoluto è stata rivelata nel 2014 da un affascinante esperimento condotto alla scuola di musica Ichionkai di Tokyo e poi pubblicato sulla rivista scientifica Psychology of Music. La psicologa giapponese Ayako Sakakibara ha reclutato ventiquattro bambini tra i due e i sei anni e li ha sottoposti a mesi di addestramento per insegnare loro a identificare vari accordi suonati al pianoforte. Erano tutti accordi maggiori composti da tre note: per esempio il do maggiore, composto dal do centrale e dal mi e dal sol della stessa ottava. I bambini svolgevano quattro o cinque brevi sessioni giornaliere, della durata di pochi minuti, e continuavano a esercitarsi finché non riuscivano a identificare i quattordici accordi selezionati da Sakakibara. Alcuni hanno completato l'addestramento in meno di un anno, mentre altri hanno impiegato fino a un anno e mezzo. Poi, una volta imparato a identificare i quattordici accordi, Sakakibara li sottoponeva a un test per controllare se riuscivano ad assegnare i nomi giusti alle singole note. Al termine dell'addestramento, tutti i soggetti dello studio avevano sviluppato l'orecchio assoluto e sapevano identificare singole note suonate al pianoforte.

Si tratta di un risultato straordinario. In circostanze normali solo una persona su diecimila sviluppa l'orecchio assoluto, mentre tutti gli allievi di Sakakibara ne erano dotati. L'ovvia conclusione è che l'orecchio assoluto, ben lungi dall'essere un dono riservato a pochi, è un'abilità che chiunque può acquisire con la pratica.

Questa ricerca di fatto ha messo in discussione tutto ciò che pensavamo di sapere sull'argomento.

Allora, che ne è dell'orecchio assoluto di Mozart? Una breve indagine sulle sue origini ci permetterà di capire come stanno davvero le cose. Il padre di Wolfgang, Leopold Mozart, era un violinista e compositore di media levatura che non aveva mai riscosso il successo desiderato, e quindi decise di trasformare i suoi figli nei musicisti di grido che lui avrebbe voluto essere. Iniziò con la sorella maggiore di Wolfgang, Maria Anna, che a undici anni – come riferiscono i contemporanei – suonava il piano e il clavicembalo con la perizia di un professionista adulto. Il padre – autore del primo manuale per l'insegnamento della musica ai bambini – iniziò a lavorare con Wolfgang a un'età ancor più precoce che con Maria Anna. A quattro anni, Wolfgang si dedicava a tempo pieno al violino, al piano e ad altri strumenti. Non sappiamo di preciso quali esercizi svolgesse, ma di certo a sei o sette anni aveva fatto pratica più intensamente e molto più a lungo dei ventiquattro bambini di Sakakibara. Con il senno di poi, quindi, non dovrebbe stupirci che Mozart avesse acquisito l'orecchio assoluto.

Dunque, il settenne Wolfgang aveva il «dono»? Sì e no. Era nato con un raro corredo genetico che gli permetteva di identificare l'altezza esatta di una nota suonata al piano, o del fischio di un bollitore? Tutto ciò che la scienza ha scoperto finora sull'orecchio assoluto ci dice che la risposta è no. Se la famiglia di Mozart non l'avesse esposto alla musica – o non l'avesse esposto a sufficienza – senza dubbio non avrebbe mai sviluppato tale capacità. È vero però che Mozart era nato con un talento, lo stesso dei bambini nello studio di Sakakibara: un cervello così flessibile e adattabile da essere in grado, con il giusto addestramento, di sviluppare abilità che appaiono quasi magiche a chi non le possiede.

In breve, il dono non è l'orecchio assoluto, bensì la capacità di svilupparlo: e a quanto ci è dato sapere, tutti, o quasi, ne siamo in possesso.

È una splendida notizia, ed è alquanto sorprendente. Nei milioni di anni di evoluzione che hanno condotto alla moderna specie umana, quasi sicuramente non ci sono state pressioni selettive in favore delle persone capaci di identificare, per esempio, le esatte note cantate da un uccello; eppure eccoci qui, in grado di sviluppare l'orecchio assoluto con un addestramento relativamente semplice.

Solo di recente le neuroscienze hanno fatto luce su questo fenomeno.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, i ricercatori in neurologia hanno iniziato a comprendere che il cervello – anche quello adulto – è molto più flessibile di quanto si pensasse, e che la nostra capacità di controllarlo è assai maggiore del previsto.

In particolare, il cervello risponde agli stimoli giusti ricablandosi in vario modo: si formano nuove connessioni tra neuroni, le connessioni già esistenti si rafforzano o si indeboliscono, e in alcune parti del cervello è persino possibile che nascano nuovi neuroni. Tale plasticità spiega com'è stato possibile lo sviluppo dell'orecchio assoluto nei soggetti studiati da Sakakibara e in Mozart: i loro cervelli hanno reagito allo studio della musica sviluppando circuiti che consentivano l'orecchio assoluto. Non sappiamo ancora esattamente di quali circuiti si tratti, che aspetto abbiano e cosa facciano di preciso, ma sappiamo che devono esistere; e che sono il risultato dell'addestramento, non di una programmazione genetica innata.

Nel caso dell'orecchio assoluto, sembra che la capacità del cervello di svilupparlo si esaurisca dopo i sei anni di età circa: quindi, se il ricablaggio necessario non è avvenuto entro quell'età, non avverrà mai. (Ci sono eccezioni a questa regola, come vedremo nel capitolo 8; eccezioni che possono insegnarci molto su come sfruttare l'adattabilità del cervello.)

Questo limite fa parte di un fenomeno più ampio: cioè il fatto che sia il cervello sia il corpo siano più flessibili nei bambini piccoli che negli adulti, e che quindi certe abilità si possano sviluppare soltanto, o più facilmente, prima dei sei, dodici o diciotto anni. Tuttavia, tanto il cervello quanto il corpo mantengono per tutta la vita adulta un alto livello di flessibilità, che permette di acquisire una vasta gamma di nuove capacità anche in età avanzata, con il giusto allenamento.

Quindi torniamo alla domanda iniziale: perché alcune persone sono così straordinariamente brave in ciò che fanno? Negli anni che ho dedicato allo studio degli esperti in vari campi, ho scoperto che tutti sviluppano le proprie abilità nello stesso modo degli allievi di Sakakibara, ovvero attraverso un addestramento mirato che induce il cervello (e in certi casi anche il corpo) a modificarsi per riuscire a svolgere attività prima impossibili.

È vero che in alcuni casi il corredo genetico fa la differenza, soprattutto nelle attività in cui sono importanti l'altezza o altre caratteristiche fisiche. Un uomo i cui geni l'hanno portato a essere alto un metro e sessantacinque faticherà a diventare un giocatore di pallacanestro professionista, e allo stesso modo una donna di più di un metro e ottanta non potrà ambire a diventare una ginnasta artistica di livello internazionale. Inoltre, come vedremo più avanti, ci sono altri modi in cui i geni possono condizionare i successi di una persona: in particolare influenzando la propensione a esercitarsi con diligenza e nel modo corretto.

Ma il messaggio chiaro che emerge da decenni di ricerca è che, qualsiasi ruolo la genetica possa aver svolto nei successi delle persone «dotate», il dono più grande che costoro abbiano ricevuto è lo stesso che possediamo tutti: l'adattabilità del cervello e del corpo umano, che essi hanno saputo sfruttare più di chiunque altro.

Se parlate con loro, scoprirete che sono consapevoli di questo fenomeno, ma non tutti allo stesso modo. Magari non conoscono il concetto di plasticità cognitiva, ma difficilmente credono di essere diventati i numeri uno nel loro settore solo perché hanno vinto la lotteria genetica. Sanno quanta fatica occorra per sviluppare le loro abilità, avendolo sperimentato sulla propria pelle.

Una delle mie testimonianze preferite proviene dal cestista Ray Allen, dieci volte All-Star e miglior tiratore da tre punti nella storia dell'NBA. Alcuni anni fa l'editorialista di ESPN Jackie MacMullan ha intervistato Allen, che si stava avvicinando al record, e gli ha riferito che un altro giornalista aveva detto che era nato con «il tocco»: cioè con un talento innato per quei lanci. Allen ha ribattuto di non essere d'accordo.

«Ho litigato con parecchia gente per questa faccenda», ha replicato. «Quando dicono che Dio mi ha donato un tiro in sospensione perfetto, vado su tutte le furie e ribatto: ‘Non sminuite l'impegno che ci metto ogni giorno'. Non un giorno sì e uno no: ogni santo giorno. Chiedete a chiunque sia stato in squadra con me, chiedete chi si allenava di più. Tornate a Seattle e a Milwaukee, e chiedete a loro. La risposta è: io

E in effetti, come fa notare MacMullan, se andiamo a parlare con il coach di Allen al liceo scopriremo che, all'epoca, il suo tiro in sospensione non era migliore di quello dei compagni di squadra; anzi, non gli riusciva granché bene. Ma con il tempo, la dedizione e l'impegno ha imparato a eseguire una performance così elegante e fluida che la gente ha iniziato a pensare che fosse un talento naturale. Ha saputo sfruttare il suo dono: il suo vero dono.

Il libro

Questo volume parla del dono che Wolfgang Amadeus Mozart, i bambini studiati da Sakakibara e Ray Allen hanno in comune: la capacità di sviluppare, con il giusto addestramento e allenamento, abilità che altrimenti non avrebbero, sfruttando l'incredibile elasticità del cervello e del corpo umano. Inoltre, spiega come chiunque possa avvalersi di questo dono per diventare più competente in un ambito a sua scelta. E infine, in senso più ampio, presenta un modo radicalmente nuovo di intendere il potenziale umano, mostrando che siamo molto più forti di quanto credessimo e che possiamo rivendicare il controllo sulla nostra vita.

Fin dall'antichità si è sempre pensato che il potenziale di un individuo in un certo ambito fosse fatalmente vincolato da certe propensioni innate. Molte persone prendono lezioni di pianoforte, ma solo chi ha un dono speciale diventa un grande pianista o compositore. Ogni bambino viene in contatto con la matematica a scuola, ma pochi hanno la stoffa per diventare matematici, fisici o ingegneri. In base a tale convinzione, ciascuno di noi nasce con una serie di potenziali prestabiliti, che può scegliere di sviluppare appieno oppure no, ma di cui non può superare il limite.

Ma oggi sappiamo che non esistono abilità predefinite. Il cervello è adattabile, e l'addestramento può creare abilità – come l'orecchio assoluto – che prima non c'erano. Questa scoperta cambia tutto: ora apprendere diventa un modo per creare nuove abilità, anziché per sfruttare fino al massimo consentito quelle innate che già abbiamo. In questo nuovo mondo, non ha più senso pensare che le persone nascano con una riserva prestabilita di potenziale; piuttosto il potenziale è un contenitore espandibile, plasmato dalle varie attività che svolgiamo nel corso della vita. Imparare non serve a realizzare il nostro potenziale, bensì a crearlo. E questo vale sia che vogliamo diventare concertisti famosi, sia che vogliamo semplicemente suonare il pianoforte per hobby; sia che ci prefiggiamo di vincere un torneo di golf sia che vogliamo abbassare un po' il nostro handicap.

La domanda, allora, diventa: come possiamo riuscirci? Come sfruttare questo dono per acquisire nuove abilità? Da decenni cerco la risposta: i miei studi sono volti a identificare e comprendere a fondo i meccanismi con cui si possono migliorare le prestazioni in una qualsiasi attività. In breve, mi sono chiesto che cosa funziona e cosa no, e perché?

Strano a dirsi, ma questo interrogativo è stato abbastanza trascurato dalla maggior parte degli autori che si occupano dell'argomento. Negli ultimi anni da più parti si è sostenuto che l'importanza del talento innato è sopravvalutata ed è invece sottovalutata l'influenza di fattori come le opportunità, la motivazione e l'impegno.

È senza dubbio importante far sapere alle persone che possono migliorare – e molto – con la pratica, perché altrimenti non saranno neanche motivate a provarci. Ma a volte questi libri danno l'impressione che per migliorare le prestazioni basti volerlo davvero e impegnarsi a fondo: «Continua a sforzarti e ci arriverai». In realtà le cose non stanno così. Solo il tipo giusto di pratica, protratta per un lasso di tempo sufficiente, può condurre al miglioramento.

Nel corso di questo libro esamineremo nel dettaglio le caratteristiche e l'impiego di questo «tipo giusto di pratica».

Si tratta di un'area relativamente nuova della psicologia che potremmo definire «lo studio degli esperti». Questo nuovo campo cerca di comprendere le abilità degli «esecutori esperti», cioè delle persone che sono tra le migliori al mondo nel loro settore e che hanno raggiunto il picco massimo delle prestazioni. Ho pubblicato diversi studi accademici su questo tema.

Chi di noi lavora in questo ambito cerca di capire cosa distingua le persone eccezionali da tutte le altre. Tentiamo inoltre di ricostruire le modalità con cui questi esperti hanno migliorato, con l'andar del tempo, le prestazioni eccezionali di cui danno prova: e come le loro abilità mentali e fisiche si sono evolute nel corso di quel processo. Più di vent'anni fa, io e i miei colleghi siamo giunti alla conclusione che, a prescindere dai campi di attività, gli approcci più efficaci al miglioramento delle prestazioni si attengono ai medesimi principi generali. Abbiamo deciso di chiamare «pratica intenzionale» questo approccio universale. Oggi la pratica intenzionale resta il punto di riferimento per chiunque, in qualsiasi ambito o disciplina, desideri sfruttare il dono dell'adattabilità per costruire nuove competenze e abilità, ed è l'argomento principale di questo libro.

La prima metà del volume espone le caratteristiche della pratica intenzionale, spiega perché funziona così bene e come viene impiegata dagli esperti. A tal fine esamineremo vari tipi di pratica, dal più semplice al più sofisticato, per scoprire che cosa li distingue. Poiché una delle differenze principali è la misura in cui sfruttano la plasticità del cervello e del corpo umano, dedicheremo un po' di tempo ad analizzare questa caratteristica e a capire che cosa la provoca. Inoltre scopriremo esattamente quali cambiamenti avvengono nel cervello in reazione alla pratica intenzionale. Poiché il fattore principale nell'acquisizione di una competenza è il potenziamento dei processi mentali (compresi, in certe attività, quelli che controllano i movimenti del corpo), e poiché le modificazioni sul piano fisico – come l'aumento di forza, flessibilità e resistenza – sono già state studiate a fondo, questo libro si concentrerà soprattutto sul versante psichico delle prestazioni degli esperti, benché certamente nel caso degli atleti vi sia anche una significativa componente fisica.

Al termine di tali osservazioni passeremo ad analizzare il modo in cui tutti questi elementi si raccordano per trasformare una persona in un esperto: un processo a lungo termine che di solito richiede almeno dieci anni.

A questo punto, in un breve intervallo, esamineremo più da vicino il tema delle caratteristiche innate e ci chiederemo fino a che punto possano limitare il livello di competenza attingibile da alcune persone. Abbiamo visto che alcuni tratti fisici intrinseci, come l'altezza e la corporatura, possono influenzare le prestazioni in vari sport e in altre attività di natura fisica e non si possono modificare con la pratica. Tuttavia, la maggior parte degli elementi peculiari che svolgono un ruolo nelle prestazioni degli esperti si può alterare con il giusto esercizio, almeno in una certa fase della vita. Più in generale, c'è un'interrelazione complessa tra fattori genetici e attività di pratica che solo oggi iniziamo a comprendere. Alcuni fattori genetici possono limitare la nostra capacità di impegnarci nella pratica intenzionale per lunghi periodi, per esempio impedendoci di concentrarci per molte ore al giorno. All'opposto, l'impegno profuso nella pratica può influenzare il modo in cui i geni vengono attivati e disattivati nel nostro corpo.

L'ultima parte del libro riassume tutto ciò che abbiamo imparato sulla pratica intenzionale attraverso lo studio degli esperti e ciò che essa significa per tutti noi. Non mancano suggerimenti mirati per l'applicazione della pratica intenzionale nelle aziende, per migliorare le prestazioni dei dipendenti; nella vita personale, per potenziare le proprie capacità in qualsiasi area di interesse; e persino a scuola, durante le lezioni.

Benché formulati attraverso lo studio di soggetti esperti, i principi della pratica intenzionale sono applicabili da chiunque voglia migliorare in qualsiasi cosa.

Volete essere tennisti provetti? Volete scrivere meglio? Volete diventare venditori più abili? Pratica intenzionale. Poiché questo approccio è stato sviluppato specificamente per aiutare le persone a diventare i numeri uno al mondo nel loro campo, e non solo a essere «brave a sufficienza», è il più potente ausilio all'apprendimento che sia stato scoperto fino a oggi.

Ecco una metafora che spiega bene di che cosa si tratti. Immaginate di voler scalare una montagna. Non sapete fin dove volete arrivare – la vetta sembra davvero lontana – ma di certo volete spingervi più in alto di dove siete ora. Potreste semplicemente imboccare un sentiero che sembra promettente e sperare in bene; ma probabilmente non andrete molto lontano. Oppure potete affidarvi a una guida che è già stata in vetta e conosce il percorso migliore. Così, a qualsiasi altitudine vogliate arrivare, potrete star certi che ci state arrivando per la strada più efficiente ed efficace possibile.

Quella strada è la pratica intenzionale, e questo libro è la vostra guida. Vi mostrerà il sentiero che porta alla vetta; fin dove vi inoltrerete su quel sentiero dipende da voi.

Numero 1 si Diventa

Numero 1 si Diventa

Come si fa a eccellere? È vero che il talento è solo innato o si può imparare? Sono queste le domande da cui è partito Anders Ericsson, professore di psicologia, che ha messo a punto un metodo rivoluzionario per aiutare chiunque a sviluppare il proprio massimo potenziale in qualsiasi ambito.

Sfatando luoghi comuni, l'autore ci suggerisce come allenare mente e cervello, prima del corpo, per migliorare le nostre prestazioni e abilità. Dallo sport alla musica, allo studio, un metodo per accrescere ogni forma di talento.

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ROBERT POOL scrive di scienza e vive in Florida. Lavora per alcune delle più prestigiose riviste di pubblicazioni scientifiche al mondo.

 

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K. Anders Ericsson

K. ANDERS ERICSSON è professore di psicologia all'Università della Florida. Studia le performance di esperti in campi quali musica, sport, medicina. Il suo lavoro rivoluzionario è stato citato da numerosi autori bestseller.