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Introduzione - La Forza della Fragilità - Libro...

Leggi un estratto dal libro di Brenè Brown "La Forza della Fragilità"

Introduzione - La Forza della Fragilità - Libro di Brenè Brown

Indorare la polvere

Tutti abbiamo subito delle cadute e tutti ci siamo sbucciati le ginocchia o spezzati il cuore. Tuttavia, delle cicatrici è più facile parlare che mostrarle quando le sensazioni sono ancora vivissime, per cui è raro vedere ferite in via di cicatrizzazione. Non so se sia perché ci vergogniamo troppo a mostrare agli altri il processo così intimo della sopportazione del dolore, o perché quando troviamo il coraggio di mostrare la nostra guarigione ancora incompleta gli altri distolgono automaticamente lo sguardo.

Preferiamo di gran lunga che le storie di fallimenti e rinascite siano edificanti ed edulcorate. In un discorso di mezz'ora non si dedicano normalmente più di trenta secondi alla fase della rimarginazione, che si liquida velocemente con frasi come: «E poi ho risalito la china», oppure «E poi ho conosciuto una persona nuova».

Quelle storie devono sorvolare sui momenti bui per passare velocemente al lieto fine. Temo che quella mancanza di sincerità sulla fase più impegnativa del processo di rimarginazione abbia creato una vera e propria «moda» del fallimento. Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di conferenze, festival e persino concorsi con tanto di premiazione dedicati al fallimento.

Non fraintendetemi: sono ancora profondamente convinta che la comprensione e l'accettazione di un insuccesso facciano parte integrante di qualsiasi impresa degna di questo nome.

Tuttavia, accettare un fallimento senza riconoscere la sofferenza e la paura che esso può provocare, o il percorso complesso che occorre compiere per risalire la china, io lo chiamo «indorare la polvere». Denudare una caduta delle sue reali conseguenze emotive significa privare i concetti di grinta e di resilienza - dove per «resilienza» s'intende la capacità di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne trasformati positivamente - degli aspetti che li rendono così importanti: la tenacia, l'ostinazione e la perseveranza.

È vero che, senza i fallimenti, non possono esserci innovazioni, apprendimento e creatività. Ma cadere fa male e alimenta gli «avrei dovuto» e gli «avrei potuto» che preannunciano i giudizi, i sensi di colpa e la vergogna. E sono anche d'accordo con il poeta inglese dell'Ottocento Alfred Tennyson, il quale scrisse: «È meglio aver amato e perso che non aver mai amato». Tuttavia, la disperazione mozza il fiato e le sensazioni di assenza dell'altro e di struggimento rendono quasi impossibile alzarsi dal letto la mattina. Imparare a fidarsi e ad amare di nuovo può sembrare impossibile.

Lo ripeto: se amiamo e osiamo abbastanza, resteremo delusi. Però nei momenti in cui la sofferenza ci inghiotte e cerchiamo disperatamente di capire con la mente e con il cuore quello che può o non può accadere, la morte delle nostre aspettative può far soffrire oltre misura.

Il lavoro compiuto da Ashley Good, considerata esperta mondiale del fallimento, è un ottimo esempio di come si dovrebbe accogliere la dolorosissima sensazione della caduta. La Good è fondatrice e amministratore delegato di Fail Forward, un'impresa sociale che aiuta le organizzazioni a sviluppare una cultura che incoraggi l'assunzione di rischi, la creatività e l'adattamento continuo indispensabili all'innovazione. Dopo aver iniziato come cooperante per Ingegneria Senza Frontiere Canada, per la quale ha curato i resoconti dei progetti falliti, ha proseguito con AdmittingFailure.com, una sorta di registro online degli insuccessi su cui chiunque può raccontare le proprie esperienze personali di fallimento e di apprendimento.

Quei primi resoconti erano stati dei tentativi coraggiosi di rompere il silenzio che circonda gli insuccessi nel settore delle Onlus, che solitamente dipende da finanziamenti esterni. Riconoscendo le opportunità non colte a causa di quel silenzio, Ingegneri Senza Frontiere ha radunato i propri progetti falliti e li ha pubblicati in una relazione annuale. L'impegno a risolvere alcuni dei problemi più spinosi del pianeta, come la povertà, richiede innovazione e apprendimento, perciò l'organizzazione ha privilegiato il raggiungimento degli obiettivi al mantenimento della propria immagine e così ha innescato una rivoluzione.

Nel suo discorso alla FailCon di Oslo, la conferenza annuale sull'insuccesso che si tiene in Norvegia, la Good aveva chiesto agli spettatori di enunciare alcuni termini associati alla parola «fallimento» e questi avevano gridato: tristezza, paura, imbarazzo, disperazione, panico, vergogna e crepacuore. Poi l'esperta aveva mostrato il resoconto dei fallimenti di Ingegneri Senza Frontiere e spiegato che in quelle trenta pagine patinate erano raccontate ben quattordici storie di insuccessi, dimostrando così che in quell'anno l'organizzazione non aveva realizzato i propri progetti in almeno quattordici occasioni. Poi aveva chiesto agli stessi spettatori quali parole avrebbero usato per descrivere il resoconto e le persone che avevano narrato le loro storie. In questo caso i termini usati erano stati: utile, sincero, franco, affidabile, audace e coraggioso.

La Good ha spiegato molto efficacemente che c'è una grossa differenza fra ciò che pensiamo a proposito del termine «fallimento» e ciò che pensiamo delle persone e delle organizzazioni che hanno il coraggio di parlare dei loro insuccessi allo scopo di crescere e imparare. Credere di potersi dimostrare utili, affidabili e coraggiosi senza vivere emozioni come la disperazione, la vergogna e la paura, è pericoloso e fuorviarte. Invece di «indorare la polvere» e cercare di fare bella figura con un insuccesso perché va di moda, conviene imparare a riconoscere la bellezza insita nella verità e nella tenacia.

La mancanza di grinta

Quando vedo persone che ammettono sinceramente i loro errori, o che cadono, si rialzano e dicono: «È stato dolorosissimo, ma mi ha insegnato molto e ora ci riprovo», non posso fare a meno di dirmi: «Che grinta!».

Eppure oggi ci sono fin troppe persone che, invece di vivere la sofferenza, si limitano a esprimerla e, invece di riconoscerla, la infliggono agli altri. Piuttosto che rischiare di provare una delusione, decidono di vivere delusi. Lo stoicismo emotivo non è grinta. Dare in escandescenze non è grintoso, così come non lo è ostentare o puntare alla perfezione.

Per me è veramente grintoso colui che dice: «La nostra famiglia è profondamente addolorata, avremmo bisogno del vostro sostegno». Oppure il padre che dice al figlio: «È normale essere tristi, capita a tutti, ma bisogna parlarne». O il capitano di una squadra che dice ai propri giocatori: «Abbiamo perso la partita. Smettiamola di incolparci a vicenda e parliamo seriamente di quanto è accaduto, in modo da poter rimediare e prenderci la rivincita».

I veri grintosi sono coloro che vivono il disagio e la vulnerabilità e raccontano con sincerità le loro vicende.

Osare è essenziale per cercare di risolvere i problemi del mondo che sembrano irrisolvibili, come la povertà, la violenza, la disuguaglianza, la negazione dei diritti civili, i disastri ambientali, solo per citarne alcuni. Però, oltre a persone disposte a scoprirsi e a essere viste per come sono, abbiamo anche bisogno di una massa critica di combattivi che siano disposti a osare, rischiare di cadere, vivere emozioni angoscianti e risollevarsi. E occorre che quelle persone siano d'esempio, ci guidino e modifichino l'attuale cultura in tutti gli ambiti e in qualsiasi ruolo, anche di genitori, insegnanti, amministratori, leader, politici, ministri del culto, artisti e attivisti.

Molti dei discorsi che si sentono pronunciare oggi e che parlano del coraggio sono un susseguirsi di parole vuote e inflazionate che nascondono paure personali a proposito della propria immagine, dei giudizi da parte degli altri e della capacità di conservare il proprio grado di benessere e la propria posizione sociale. Abbiamo bisogno di più persone che siano disposte a mostrare che cosa significa rischiare, fallire, essere delusi e rimpiangere; persone che siano disposte a mostrare il proprio dolore invece di sfogarlo su altri, a riconoscere i propri vissuti, a rispettare i propri principi e a provare e riprovare.

Mi considero fortunata per aver potuto lavorare per un paio d'anni con alcuni individui realmente grintosi: docenti, genitori, amministratori delegati, registi, reduci di guerra, responsabili delle risorse umane, consulenti scolastici e psicoterapeuti. Nel corso di questo libro vedremo che cos'hanno in comune, ma vi do un'anteprima: sono persone che indagano sulla sfera emotiva e affrontano di petto la fragilità.

Spero che il processo delineato in questo manuale vi insegni a esprimervi e vi indichi il percorso approssimativo da seguire per rimettervi in piedi dopo una caduta. Condividerò con voi tutto ciò che so e che provo, tutto ciò in cui credo e che ho vissuto risalendo la china di un fallimento. E mi permetto di ripetervi che le cose che ho imparato dai soggetti della mia ricerca continuano a salvarmi, e di questo sono loro profondamente grata.

La verità è che cadere fa male, ma la bravura è continuare ad avere coraggio e calarsi completamente nell'esperienza della risalita.

La Forza della Fragilità

La Forza della Fragilità

La fragilità non è sinonimo di debolezza. Anzi, è dalla vulnerabilità che scaturiscono l'innovazione e il cambiamento. Per 12 anni la Brown ha analizzato cosa hanno in comune gli uomini e le donne che hanno saputo superare un fallimento o una grave delusione, coloro che, nel mezzo di una battaglia durissima, hanno resistito e ritrovato l'equilibrio.

Esaminando il loro comportamento in slow motion, la Brown ha visto che risale meglio e più in fretta chi sa stare fuori dalla propria zona di conforto ed è curioso.

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Brenè Brown

Brené Brown professoressa di Sociologia all'Università di Houston, ha dedicato tutta la sua carriera allo studio sul campo di temi come la vulnerabilità, la vergogna, il coraggio e il merito. Oltre a I doni dell'imperfezione ha pubblicato I Thought It Was Just Me (But It Isn't). Vive a Houston con il marito e i due figli.

 

 

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